Un ritratto del produttore Peppino Amato,quando il cinema era artigianato e follia

Oggi l’articolo di Ignazio Senatore su il Corriere del Mezzogiorno dedicato al produttore cinematografico Peppino Amato.

Un ritratto del produttore Peppino Amato,quando il cinema era artigianato e follia

“Peppino Amato non spiccicava una parola d’inglese ma, nella trattativa con gli attori o i produttori stranieri, a un dato momento cacciava da parte l’interprete e, a furia di mimica o ripetendo “What cazzo do you want?” oppure “You sign, I sign you don’t sign, allora diche you vaffancul”, finiva che si faceva capire. E questo anche con il presidente della Columbia, con quello della Metro.” A raccontate questo divertente aneddoto è Nino Crisman. Ma chi era veramente Giuseppe Vasaturo, (Peppino Amato era un nome d’arte), nato a Napoli il 24 agosto del 1899, suocero del popolare attore Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer? Dopo avere esordito appena tredicenne come attore in una compagnia dialettale napoletana, questo pittoresco e travolgente personaggio fa il suo esordio alla regia nel ’38 con “L’amor mio non muore”, nel ’40, dirige assieme a Vittorio De Sica “Rose scarlatte” e firma poi altre tre pellicole finite nel dimenticatoio.
Il suo film di maggior successo come regista fu “Yvonne la Nuit”, interpretato da Totò, Peppino De Filippo e Olga Villi, sua compagna del tempo di cui era gelosissimo. Jacques Sernas con lei sul set di “Una lettera all’alba”, un altro film prodotto dallo stesso Amato, racconta: “Quando io e Olga dovevamo girare una scena d’amore, lui esigeva di prendere il mio posto durante le prove affinché io intervenissi soltanto ai ciak, riducendo il tempo dell’incontro al minimo.” Ma regie sceneggiature a parte, Amato è ricordato soprattutto per i film che ha prodotto; “Il cappello a tre punte” di Mario Camerini (1934), “Casta Diva” di Carmine Gallone (1935), lo scandaloso “La cena delle beffe” (1941), divenuto celeberrimo come il primo nudo del cinema italiano (in una scena Clara Calamai mostrava il seno) e il successivo “Quattro passi fra le nuvole” (1942), entrambi diretti da Alessandro Blasetti. Accanito frequentatore di casinò, al pari degli altri grandi produttori del tempo, capace, come pochi, di intercettare i gusti del pubblico produsse la fortunata serie di Peppone e Don Camillo, tratta dai romanzi di Giovanni Guareschi, a partire dal primo, per la regia di Julien Duvivier (1952).
Personaggio estroso e bizzarro, sempre a caccia di storie “impossibili” da raccontare, Amato volle tentare di fare un film sull’imminente uscita dal manicomio criminale di Ferrara del brigante Musolino. Come ricorda Vittorio De Sica: “Il brigante, da gran signore, volle che il carceriere comprasse dei fiori per donarli a mia moglie, Maria Mercader che ci accompagnava. Quelle riprese furono un misto di follia e di ingenuità. Musolino parlava della sua flotta e voleva offrire un cacciatorpediniere a Maria, mentre a noi due offriva una crociera sulla nave ammiraglia.”
Ma, al di là delle decine di aneddoti sul suo conto, il nome di Peppino Amato è indissolubilmente legato a tre capolavori del cinema italiano da lui prodotti; “Francesco giullare di Dio” di Roberto Rossellini, “Umberto D” di Vittorio De Sica (1952), “Un maledetto imbroglio“ di Pietro Germi e “La dolce vita” di Federico Fellini (1960) grazie ai quali ricevette nel 1960 la Targa d’oro ai David di Donatello. Un produttore, Peppino Amato, simbolo di un cinema artigianale che non c’è più ma, sicuramente, più romantico e meno freddo e calcolatore di quello di oggi.

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