TASSO E LEOPARDI, COME DUE FRATELLI GENIALI

PICCOLO OMAGGIO A GIACOMO LEOPARDI
FRATELLO SPIRITUALE DI TORQUATO TASSO

Di Giampiero Giampieri
“Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte. / Cose quaggiù sì belle / altre il mondo non ha, non han le stelle”, scrive Giacomo Leopardi nella superba canzone “Amore e Morte.”
Anche la poesia italiana ha visto nascere, nel corso dei secoli, due fratelli bellissimi. Due geni comparsi in mezzo a noi come i Dioscuri nel Foro di Roma la sera della battaglia del Lago Regillo. Uno è proprio lui, Giacomo Leopardi. L’altro è Torquato Tasso, autentico “animae dimidium suae”, per il recanatese. Non voglio dire che siano loro due i più grandi della nostra letteratura. Prima, si sa, viene Dante. Poi ci sono da considerare Petrarca, Boccaccio, l’Ariosto, Ugo Foscolo… (A me piace metterci tanti di coloro che a lugo la scuola, bestemmiando, ci insegnò a considerare “minori”: Marino e Tommaso Campanella, Michelangelo Buonarroti, Giovan Battista Strozzi con Jacopone, Cavalcanti ecc) Non sto qui a misurare la grandezza di Leopardi e del Tasso: voglio solamente sottolineare che si tratta di anime gemelle, di due geni che misteriosamente si cercano, si chiamano, hanno bisogno l’uno dell’altro.
Non è un caso che tutti e due abbiano avuto a che fare con Napoli. Uno ci andò a vivere per qualche anno e poi ci morì, l’altro ci nacque (nelle vicinanze). Quante cose ha da dirci Napoli a noi italiani, su noi italiani! Una volta successe perfino che “O sole mio” venisse cantato al posto del nostro inno nazionale. Era il 28 luglio 1935 e nel circuito di Nurbungring, in Germania, si disputava il Gran Premio di Formula 1. Lo vinse il leggendario Tazio Nuvolari. Hitler era presente e schiattò dalla rabbia. Siccome il disco dell’inno nazionale dell’Italia non fu trovato, l’unico disco disponibile fu “O sole mio.”
Napoli (per essere precisi: Giugliano) dette i natali anche a Giovan Battista Basile, l’autore de “Lo cunto de li cunti.” L’autentico padre, l’immenso (si direbbe oggi) creatore della fiaba europea! Un altro ancora di quei sommi che noi, in Italia, ci permettiamo il lusso di trascurare. Da parte mia, per Basile io provo un amore smisurato. Uno dei (tanti) motivi è questo. Ci fu un lungo periodo, anni e anni fa, che nulla mi faceva più ridere. Solo una lettura mi aiutava a intravedere la vecchia allegria che temevo d’aver perso per sempre: “Lo cunto dell’Uerco. Trattenemiento primmo de la iornata primma” del grande Pentamerone (oCunto de li cunti).
Come si fa a non ridere quando Masella, madre di Antuono da Marigliano, lancia le sue maledizioni contro quel “maialone pappalasagne”, contro quel figlio mezzo scemo che lei ha messo al mondo? Quante ne combina, quel disgraziato! Quel giorno lei non ne può proprio più e gli dà tante di quelle legnate, ma così tante, che lui pensa terrorizzato: “Questa m’ammazza!” e scappa, scappa via senza neanche saper dove andare. Si mette a correre, e corre, corre fino a quando “commenzavano pe le poteche de Cinzia ad allommarese le lucernelle”… Ecco, è giunto alla grotta di un orco mostruoso, un uomo così brutto, ma così brutto che più brutto non si può!
Nel corso degli anni, m’è piovuta nel cervello l’idea che la vicenda di Antuono vada associata alla famosa lirica “Bénédiction” di Baudelaire. In essa una madre, quando si accorge di aver partorito un figlio poeta, solleva i pugni verso Dio e gli scaglia contro tutte le bestemmie più rabbiose. Perché proprio a lei è toccato di mettere al mondo quel “mostro avvizzito”, quella miserabile derisione? Perché Dio l’ha voluta rendere tanto disgustosa agli occhi di chi l’ha messa incinta? Ma al contrario di Antuono il francesino è protetto da un Angelo invisibile e può vivere sereno, può ubriacarsi di sole. Il futuro poeta, in ciò che mangia, in ciò che beve, “ritrova l’ambrosia e il nettare scarlatto.” Gioca col vento, conversa con le nuvole e s’inebria, cantando, del cammino della croce…
Baudelaire e Basile ci guidano in un viaggio che per gli adulti resta tanto affascinante quanto sgradevole da ricordare: l’attraversamento dell’infanzia. Tutti noi bambini abbiamo vagato, correndo e saltando, per questa valle piena di lacrime e di bellezza che è la vita. Con occhi ora estatici, ora sgomenti. Credo che l’arrivo di Antuono da Marigliano presso l’Orco, persona deforme e brutta ma intimamente buona, nasconda un significato importante. Bisogna fidarci di Basile quando ci introduce nei misteri e tra i dolori dell’infanzia.
Antuono pare un proiettile impazzito: per tutta la fiaba non fa che andare e tornare dalla mamma all’orco, dall’orco alla mamma. Perché? E se l’Orco fosse quel padre che, a prima vista assente, avrebbe invece una parte fondamentale nella vicenda? Credo che tutti, da bambini, siamo stati dei go-between, dei tramiti più o meno inadeguati tra il mondo materno e quello paterno. E chi mai è all’altezza di un compito tanto delicato? Se il padre può apparire sotto forma di mostro deforme e grottesco, forse tale diviene per via dell’onnipresente amore materno. Le madri sono invincibili. Sono signore e padrone dispotiche dei figli che mettono al mondo. Per questo è così frequente che i mariti odino la moglie. E i poeti, probabilmente, sono le più disperate palline da ping pong di una partita che dura tutta la vita. I poveri poeti sono gli zimbelli, i più infelici tra i “messaggeri d’amore” che si barcamenano tra l’uomo e la donna che li hanno messi al mondo. A metà strada tra i dolori del padre e i rimorsi della madre. Non c’è un punto d’arrivo, nella nostra vita. Tra maschio e femmina la lotta è eterna.
Ebbene nei magici meandri della grotta in cui il povero Antuono cura le sue ferite, soggiornarono anche il Tassino e il piccolo Leopardi. Bimbi inermi, sofferenti, costretti a versare sangue. Abitarono in quella caverna platonica prima che la Gloria ufficiale li trasformasse nei superbi Dioscuri a cui noi vogliamo tanto bene: Leopardi ateo e miscredente, e Torquato Tasso cattolico appassionato. A entrambi la realtà, nella sua impermanenza, mostrò che il Nulla è “ombra reale e salda”, e il mondo “inabitata piaggia.” Simili entrambi al “vecchierel bianco, infermo, / mezzo vestito e scalzo” del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Povero diavolo che (proprio come Antuono da Marigliano fuggendo dalla madre) “corre via, corre, anela, / varca torrenti e stagni, / cade, risorge, e più e più s’affretta…”
Che gioia, per noi dell’Istituto di Cultura “Torquato Tasso” di Sorrento, commemorare congiuntamente gli splendidi Castore e Polluce della poesia italiana! Ma perché, perché, Dio mio, al giorno d’oggi i nostri giovani devono a annoiarsi a scuola con cosettine smorte come i testi argomentativi e le figure retoriche? Perché non sbarazzarci di quelle inezie, come al tempo di Verlaine ci si doveva sbarazzare della retorica torcendole il collo? Perché ai nostri giovani non s’insegna a dire, con Antero De Quental: “Conheci a Beleza que nao morre”? Perché non invitarli a ripetere, con John Keats: “Beauty is truth, truth beauty – that is all / ye know on earth, and all ye need to know”?
Giampiero Giampieri

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