SILVIA E NERINA ( GIACOMO LEOPARDI E L’AMINTA)

SILVIA E NERINA
( GIACOMO LEOPARDI E L’AMINTA)

Di Giampiero Giampiero (da Pagina Facebook Istituto di cultura Torquato Tasso)

Perché Leopardi dette nomi tasseschi alle sue indimenticabili figure femminili? Perché volle dar vita a una ‘sua’ Silvia, a una ‘sua’ Nerina?
Nel febbraio 1823 visitò la tomba del Tasso, a Sant’Onofrio, e pianse. Qualche anno dopo, nei Canti, appaiono i nomi di Silvia e di Nerina. Perché? C’è un messaggio, un segreto dietro cui risalire “in profondo”? Che Leopardi abbia voluto ricreare, solo per sé, una specie di Aminta, una vicenda poetica tutta sua, ricca di personalissime allusioni?
Il dramma tassesco comincia con Silvia che non intende uscire dalla ritrosa fanciullezza. E Dafne, donna esperta, nel criticare quel rifiuto del godimento, la rimprovera perché la ragazzina volta le spalle a un piacere “il qual più replicato è più soave.” Dafne ragiona come ragionano gli adulti i quali, una volta fatta esperienza di eros, rimpiangono le occasioni che hanno perduto. Silvia però è ostinata: non le importa nulla del giardino delle delizie erotiche. E’ convinta di poter restare eternamente al di qua, nel mondo (che noi sappiamo aver poco futuro) dell’infanzia. Allo stesso modo Leopardi invita il “garzoncello scherzoso” del Sabato del villaggio a starsene in quella sua “età fiorita”, a godere dell’apparente immobilità della fanciullezza. Nessuno, da piccolo, dovrebbe correre dietro alla “festa di sua vita”: meglio, molto meglio accettare che la festa “tardi a venire.” Non c’è verità, nella presunta festa dell’esistenza: solo “tristezza e noia”, disinganno e dolore.
Ha ragione Silvia a non voler accettare l’invito di Dafne. Gli adulti, che raccomandano di non perdere tempo, di tirar via a godere, si ingannano e ingannano. Il sesso non dà la felicità che promette. Ecco Aminta, “garzoncello scherzoso”, con addosso lo strazio dal desiderio. Il sesso che lo stimola è troppo precoce. Quell’assillo lo sta strappando alle gioie dell’infanzia. Con le richieste del godimento fisico la felicità, quella vera, non comincia, finisce. Essa sta nel rimanere sul limitare (il leopardiano “limitare di gioventù”): nel non arrivare, nel differire, nella sospensione. Non esiste la felicità: esiste solo l’illusoria promessa di ‘qualcosa’ che non arriva mai. No, Dafne non può avere ragione, nonostante le imperiose richieste del piacere che si fa avanti, esige, reclama.
Leopardi sa che ragionare non porta a niente, ma si ostina a farlo per soffermarsi su un “limitare” che aiuta a capire. Silvia è morta senza essere uscita dall’infanzia. E l’infanzia è attesa. Il poeta resta in quell’indugio perché indugiare è comprendere. Silvia è l’eternità del differimento che il poeta coltiva nel suo cuore, nella sua mente. Solo la poesia crea l’indugio che, parendo sospendere e la vita e la morte, rende percepibile un piacere, lui pure, però privo di consistenza.

Dafne, ahimè, ha le sue ragioni. L’impulso sessuale non concede tregua. Lo dimostra quel poveretto di Aminta a cui il suo poeta chiede di rappresentare l’urgere della pulsione erotica. Di tale pulsione si serve la natura per strapparci all’incantesimo dell’infanzia. Sì, quella femmina adulta e esperta ha ragione. Ma Leopardi non può stare dalla sua parte. (E neppure dalla parte di Aminta.) Il suo è il punto di vista di Silvia, cioè di chi muore giovane. Leopardi protesta contro Colei (la Natura) che “non rende poi / quel che promette allor.” Insieme a Silvia dice ‘no’, fermo all’ingresso del regno della Morte. Senza più fede in Dio, ormai egli è fedele “all’illusion che spento / pur lo sofferma al limitar di Dite.” E’ come sospeso in una specie di Antinferno dove lui così fragile se ne sta, a differenza degli ignavi di Dante, a testa alta, sfidando il “brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera.” Come la Silvia tassesca, Leopardi non si lascia ricattare dalle “dolcezze amorose.” Aminta si tormenta per il bisogno di amare, ma Silvia ha detto ‘no.’ Con quel suo eroismo infantile respinge Eros. E Leopardi (a cui il Caronte dantesco direbbe: “E tu che se’ costì, anima viva / partiti da cotesti che son morti”) sta con la dolce, docile ragazza che morì (“perivi, o tenerella”). Non somiglierà mai agli adulti che chinano vigliaccamente il capo, mendicando qualche misero piacere alla Natura che ci ricatta.

Silvia, Dafne, Aminta sono i portavoce dei dolorosi grovigli dell’Eros. All’improvviso nel dramma irrompe Nerina, veloce messaggera di morte: apparisce e quasi subito sparisce. Leopardi fu colpito dalla sua rapidità. Ne “Le ricordanze” lo dice chiaramente: “Ma rapida passati…” La Nerina tassesca annuncia la morte di Aminta: arriva, parla e scompare. Lei però non muore. Chi è, che cosa può rappresentare Nerina? Potrebbe non essere nient’altro che la portavoce della sua stessa rapidità. Insomma la messaggera della transitorietà dell’adolescenza. “Cosa bella e mortal passa et non dura”, afferma Petrarca. E Leopardi, in uno dei suoi Canti, dice che la giovinezza è destinata a “dileguarsi così quasi non sorta.” C’è un’altra lirica ancora, la bellissima “Il tramonto della luna.” Il poeta osserva, nella notte napoletana, la luna che scende “nell’infinito seno” del Tirreno. Mentre la guarda, paragona e contrappone l’apparire e lo sparire di lei alla vicenda degli uomini:

Ma la vita mortal, poi che la bella
giovinezza sparì, non si colora
d’altra luce giammai, né d’altra aurora.

Silvia, Nerina, la “solinga, eterna peregrina” del cielo… Tutta la vita Leopardi portò con sé, nel suo cuore, i versi dell’Aminta, capolavoro immortale di Torquato Tasso.

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