Ricordiamo l’opera e il pensiero di Aldo Masullo,uno degli ultimi grandi intellettuali meridionali di livello europeo

Sabato, 25/04/2020

Addio ad Aldo Masullo

Accogliamo l’invito dell’Istituto italiano per gli studi filosofici a ricordare Aldo Masullo.
Gentile Antonio Volpe,
l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici si rivolge alla sua comunità per dedicare un pensiero ad Aldo Masullo, all’indomani della scomparsa. A noi tutti è nota la vastità del suo impegno intellettuale e civile, la prontezza e profondità dell’ingegno, la libertà del pensatore che ragionava iuxta propria principia, l’ironia, la fermezza, la capacità di muoversi nell’atmosfera rarefatta dei concetti senza perdere di vista la concretezza dell’esistenza degli esseri umani, anzi, proprio per coglierla nella sua complessa fenomenologia.
La riflessione filosofica di Aldo Masullo è attraversata da temi e categorie che mirano al dialogo, al superamento delle barriere, nella piena consapevolezza dell’inquietudine che accompagna costitutivamente il nostro vivere e la nostra ricerca di senso: l’affermazione della radice affettiva, patica, di ogni atto conoscitivo, la tesi della comunità come fondamento nascosto del soggetto. La forza del suo pensiero e il magnetismo della sua personalità risiedono tuttavia anche in un altro tratto: l’incitamento a guardare avanti, ad ascoltare accorti ciò che il mondo nelle sue perenni trasformazioni ci suggerisce, ad aprirci agli orizzonti aperti dalle scienze e dalle tecnologie. La giovinezza di Aldo Masullo ci ha sempre meravigliosamente stupito. Continuerà a farlo.
https://www.iisf.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=1234:aldo-masullo-il-tragico-nella-democrazia-2014&Itemid=584
Di seguito l’ultima intervista rilasciata a Titti Marrone de Il Mattino, a pochi giorni dal suo ultimo 97°compleanno che cadeva il 12 aprile scorso.

 

“Provo a leggere, a prendere appunti. Ma scrivo con difficoltà. Sento pesare su di me la realtà piombata su tutti come una lettera anonima minacciosa recapitata a sorpresa. E’ come se tutti fossimo tormentosamente addormentati, investiti da un grande sonno che non è insensibilità ma dolore diffuso che toglie lucidità, forza di pensare. Per questo non riesco a scrivere”.
-Lei ha vissuto il fascismo, la guerra e altri eventi drammatici. Ma per far cessare una guerra ci può essere la tregua, la resa, un armistizio. Quello che stiamo vivendo è il peggio?
E’ come una guerra. E insieme, la differenza è enorme. Quando scoppiò l’ultimo conflitto mondiale, ero ragazzo. Avevo 16 anni, facevo il tema di maturità e dalla radio del liceo classico di Nola si seppe dell’entrata in guerra. Provai uno choc, mi dissi: ora tutto cambia. Così fu. Però quella era una violenza chiara, uccideva le persone e cambiava la vita in senso materiale, ma dal punto di vista mentale era come se attivasse le intelligenze. Con i suoi orrori, era come se chiedesse di essere capita. Quest’altra guerra che viviamo adesso è arrivata quasi in pantofole, non si è fatta riconoscere all’inizio e ancora la capiamo, la conosciamo poco o per niente. Non siamo sfidati dalla realtà in modo attivo, non ci mobilitiamo, ce ne stiamo come chi riceve una mazzata. Storditi. Non capiamo. E non sappiamo che fare. Certo tutto questo dovrà passare, entro l’anno ce ne libereremo, mentre di una guerra vera è impossibile prevedere la fine. Stiamo vivendo un evento stravolgente sul piano collettivo ma stranamente soporifero. Come quando ci si ubriaca e si prova un senso di nausea. E invece dobbiamo tentare di opporre una resistenza attiva. Anche evitando di farci avvolgere in un torpore rischioso che deforma la realtà”.
– Le pesa l’isolamento?
“Io insisto da tempo sull’idea che l’individuo è solo. Perché, per quanti sforzi faccia, non riesce a render partecipe l’altro di ciò che sente. C’è una separatezza intrinseca nell’umano, e la situazione quotidiana che stiamo vivendo sembra confermarla come condizione di vita. Ma poi c’è il paradosso: mentre emerge questo, al tempo stesso sappiamo di non poter fare a meno dell’esistenza, della vicinanza degli altri. La vita ci beffa con opposte sollecitazioni. E’ straziante essere costretti a privarci di ciò che più ci rende umani, cioè la relazione con gli altri, proprio quando degli altri più abbiamo bisogno. Prendiamo gli altri che sono i medici, gli infermieri. Sono gli eroi, dal cui valore dipendiamo. Non se ne stanno in attesa inerte ma con precisione, professionalità impeccabile e quasi burocratica, conducono una lotta attiva rischiando la vita. Siamo affidati a loro. Intanto restiamo come inebetiti. Forse è la strategia che la mente adotta per sostenere il peso del Coronavirus: stordirci da noi stessi per sfuggire alla minaccia della paura.”
– Lei personalmente ha paura?
“Sì. Nel senso che vedo la vita, non solo la mia ma quella umana, a rischio di sfasciarsi. Non solo per il Coronavirus ma per il clima generale che questa sciagura patologica ha prodotto, in un momento che non era di felicità per gli europei né per gli italiani”.
– L’Europa sta tradendo il nostro Paese?
“Oggi è chiaro al mondo intero l’enorme problema economico in agguato, che già ci funesta. L’economia ubriaca tutti quando va bene, dispera tutti quando va male. Lo stordimento, il non riuscire a pensare, il non saper scrivere un rigo, è stato proprio anche della dimensione europea. Ma a me pare che l’Europa cominci a destarsi. Non sarà la fine del mondo ma potrebbe esserlo dell’Europa, quindi, sia pure alla fine di un processo doloroso, si troveranno soluzioni per oltrepassare la separatezza di una dimensione burocratica che vorrebbe istituire la divisione come canone di esistenza.”.
– Devastazioni all’ambiente, tagli alla ricerca, sanità penalizzata: impareremo dagli errori emersi da questa tragedia?
”No. Qualche voce si leverà a ricordarceli ma non entrerà nella mente profonda delle persone. Qualcosa cambierà per il naturale impeto di forze in gioco nel mondo, ma non per lucida analisi di ciò che è avvenuto. Alla fine si riuscirà a risorgere, ma non con la memoria delle nostre manchevolezze. Noi siamo vissuti ma non viviamo, perché ripetiamo sempre gli stessi errori: fa parte dell’umano, nato per dimenticare. Siamo coloro che dimenticano, individui biologici presi dalla quotidianità. Siamo fantasmi senza corpo”.

Aggiungiamo in questa rassegna stampa un altro articolo de il Manifesto scritto da Stefania Tarantino

È stato il filosofo della città di Napoli. Nato ad Avellino il 12 aprile del 1923, Aldo Masullo si è spento l’altro ieri all’età di 97 anni. Il suo pensiero appassionato e la sua apertura comunicativa e dialogica, ha avvicinato e formato molteplici ricercatori e ricercatrici allo studio e all’amore per la filosofia. Più che un professore (che pure è stato pienamente per lunghi anni presso l’Università Federico II di Napoli prima insegnando Filosofia Teoretica e poi Filosofia Morale), è stato soprattutto un maître à penser. Attraverso il suo pensiero e il suo esempio, è stato un imprescindibile punto di riferimento per la vita di molte persone e di intere generazioni.

DI LUI SI PUÒ DIRE con assoluta certezza ciò che Socrate, nelle parole apologetiche di Platone, diceva a proposito di se stesso: era un dono del dio alla Città. Una città che amava profondamente nonostante tradimenti e bassezze cui, con la lucidità del suo pensiero critico e attento, non risparmiava di esprimere analisi acute e nette. La città di Napoli ama più apparire che essere, diceva. Sapeva che l’impegno di ciascuno/a di noi è quello di far venire fuori questo essere a partire dalla messa in discussione di quella separatezza tra classi, tra ceti ricchi e ceti poveri, tra potenti e umili, che è la cartina di tornasole di un malessere antico di cui si fatica ad andare alla radice. Le sue conferenze pubbliche erano sempre affollatissime, piene di persone diverse che affascinava con un linguaggio semplice, carico di senso e di una profondità che restituiva con la massima leggerezza. In ogni sua lezione c’era come un invito a partecipare in prima persona al viaggio nell’intimità pubblica del pensiero. Di fronte alla fuga di molti giovani in cerca di lavoro e di un futuro, era solito dire che se avesse avuto vent’anni, non solo non l’avrebbe mai lasciata, ma sarebbe rimasto a Napoli.

AVEVA CONSEGUITO due lauree, una in filosofia e un’altra in giurisprudenza. Dopo una breve esperienza come avvocato penalista, si dedicò anima e corpo allo studio della filosofia e alle maggiori correnti che animavano il dibattito dell’epoca: dall’esistenzialismo all’estetica, dal neoidealismo al materialismo critico, dallo sperimentalismo allo spiritualismo. Il richiamo pressante ad affrontare i problemi concreti della condizione umana, a sporgersi sul vincolo indissolubile tra pensiero e vita, così come la convinzione che il consapevole limite del filosofare è la sua insuperabile forza, lo fece approdare infine alla fenomenologia.

DURANTE UN SUO SOGGIORNO a Friburgo alla fine degli anni ’50 ebbe un contatto diretto con alcuni allievi di Husserl e aveva conosciuto il lavoro di Viktor Von Weizsacker, fisiologo e antropologo tedesco che aveva elaborato una sua originalissima e personalissima antropologia medica ispirandosi al pensiero di Sigmund Freud e di Max Scheler. Dalla lettura delle sue opere, Masullo si avventurò in una delle sue categorie filosofiche più pregnanti e cariche di futuro: «la paticità». Si mise ad esplorare con un rigore mai scisso dalla passione il versante opaco, inconscio e nascosto della coscienza. Dal sentir-si soggetti al sentir-ci comunità: il passaggio fondamentale su cui Masullo ritornerà costantemente, a volte anche sotterraneamente, in tutta la sua filosofia. Così come traspare sempre quella fiducia nella cura che gli esseri umani possono avere gli uni per gli altri. Se la conoscenza incontra i limiti, se il cammino per conoscere se stessi è arduo e faticoso, se sappiamo che è impossibile conoscere interamente gli altri nella loro complessità e interezza, nel loro vissuto, la cura può essere il modo per capire sentendo. È il senso inesprimibile dello stare accanto.

COSÌ, LA DIMENSIONE complessa del sentire umano, della passività è intrecciata inesorabilmente alla dimensione intersoggettiva. Ci sono ambiti che non possono essere varcati da approcci puramente cognitivi e che solo il sentire umano riesce a captare. Non è possibile tracciare tutta la storia della sua inquieta e proficua ricerca lungo l’asse della distinzione-connessione di calcolo e pensiero nell’unità intrinseca, non sommatoria, della vita vissuta. Non è da meno la sottolineatura che ha la dimensione del tempo nel vissuto umano che sente il tempo prima ancora di pensarlo.

È stato un rigoroso uomo di studi che non ha mai fatto mancare la sua autorevole parola sulle questioni politiche e civili. È stato amato da allievi e critici sia di sinistra che di destra. Ognuno/a a suo modo, gli ha sempre riconosciuto la sua autonomia e ineguagliabile indipendenza di pensiero di fronte ai poteri e ai potenti. Non è stato mai sedotto. Eppure ha ricoperto diversi e importanti ruoli istituzionali a vari livelli. Ci ha lasciato importanti lezioni sul patto di convivenza civile e politico che dovrebbe essere alla base di ciò che tiene in vita una comunità.

NEL CORSO DEL TEMPO ha più volte ricoperto prestigiosi incarichi istituzionali. È stato deputato, senatore per due legislature, deputato europeo e persino consigliere comunale di Napoli in piena crisi democratica nel 1990. Con la stessa passione e serietà ha partecipato a molti movimenti cittadini per la sua amata Napoli, come, per citarne solo uno, quello delle «Assise di Palazzo Marigliano».

Tra i suoi tanti insegnamenti c’è quello di non smettere mai di farsi e fare domande. Porsi e porre domande giuste su questioni giuste. Ha espresso la necessità del coraggio e della curiosità nella ricerca così come nella vita, per andare a fondo del pensiero e delle parole. Evitare le scorciatoie per non appiattirsi sul dilagante e banale conformismo imposto dalle mode di turno. L’esercizio del pensiero critico è l’unica possibilità che abbiamo per non ingannare noi stessi e gli altri sulle questioni che ci stanno più a cuore. Ci ha insegnato che il lavoro degli uomini e delle donne di pensiero è prezioso perché mette in comune per fare società. Eros, si legge nel Simposio, è la condizione in cui «ci si svuota di estraneità e ci si riempie di intimità». Nella comunità civile il destino di tutti è sentito da ciascuno/a come il proprio destino. In questo c’è l’essenza della polis. Di questa essenza civile Napoli deve vivere, ripensando se stessa nella sua storia fatta di tante sconfitte ma anche di quelle tante virtù che l’hanno resa una capitale europea.

NELL’ULTIMO COMMENTO inviato a Repubblica sulla pandemia che ancora ci sovrasta, ricordava che l’anima umana è come l’acqua in un fosso: se troppo a lungo rimane ferma, non rinnovata, comincia a imputridire. Concludeva invitandoci a smontare idealmente questo o quel pezzo della macchina sociale per ri-costruirlo, per ri-progettare quell’Italia che avrebbe dovuto essere e ancora non è. Come Socrate e l’imperatore Adriano, anche lui è entrato nella morte a occhi aperti. La città non potrà per ora avere neanche un funerale di questo suo venerabile maestro. Sappiamo però, anche grazie a lui, che ci sono forze ed energie che non ci faranno mai sparire. È così. Il suo pensiero non sparirà fino a quando penseremo che «nessuno di noi si salva da solo». Grazie maestro.

Ecco adesso l’intervista a Masullo fatta dal giornalista Marco Esposito
Non si era mai visto un Papa che scrive una lettera a un giornalista. È accaduto con Papa Francesco, che ha scritto una lunga lettera in risposta alle domande che gli aveva posto in due editoriali il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari.
È più forte – chiediamo al filosofo Aldo Masullo – la novità di forma o la sostanza di quanto dice Bergoglio?
«Credo non esista forma che non sia sostanza. Quindi l’intervento in risposta a Scalfari innova sia in senso formale sia sostanziale. Siamo di fronte a una vera e propria rottura rispetto a quanto rappresenta tradizionalmente la Chiesa cattolica e direi il cristianesimo in generale».
Un Papa che ci sta abituando a gesti che spiazzano…
«Il Papa risponde direttamente a domande di un non credente e ciò rappresenta uno spostamento del rapporto tra credente e non credente dal piano culturale a un piano strettamente etico. Inoltre la lettera di Francesco è riportata da un giornale, è pubblica, non resta all’interno magari di un libro che pochi leggono».
Entriamo nel merito: è rimasto sorpreso dalle parole del Papa?
«Sì e in modo imprevedibile. C’è un passo della lettera di Francesco che coincide in modo quasi letterale con un dialogo che ho immaginato in un mio libro del 2012, ”Piccolo teatro filosofico”, nel quale Papa Benedetto e Amleto si confrontano. E Amleto dice: la verità non è altro se non la relazione».
Quindi Bergoglio parla più come il suo Amleto che come il suo Papa Benedetto…
«Eh sì. Papa Francesco scrive: nemmeno per chi crede parlerei di verità assoluta, la verità è una relazione. Nel mio libro a pagina 46 facevo dire a Benedetto: se anche Gesù non fosse esistito io crederei ai Vangeli. E Amleto replicava: la verità del tuo Dio non esisterebbe senza la relazione del tuo ascolto con le sue parole».
Papa Bergoglio è un lettore di Aldo Masullo?
«Per carità! Ma con le sue affermazioni il dogmatismo della verità viene radicalmente capovolto. Il dialogo non è possibile se ciascuno ritiene che la sua sia la verità. La verità è una relazione».
Ma tale ragionamento non porta al relativismo?
«No. Non parlerei mai di relativismo, semmai di relazionismo, la verità è nella relazione. Con conseguenze politiche perché se non esiste alcun assoluto si dà spazio all’etica, la quale è fondamento della pace perché l’etica è l’adempimento del principio di mantenere una comunicazione con gli altri e finché si comunica è impossibile la guerra. La pace nel mondo è fondata sulla capacità di non rompere mai la comunicazione con gli altri».
Repubblica in un titolo sintetizza: «Dio perdona chi segue la propria coscienza». In realtà Bergoglio sembra dire: «Chi segue la propria coscienza non può peccare». È così?
«La coscienza è un aspetto estremamente fecondo. Bergoglio ha conosciuto in America Latina l’insopportabilità del potere arbitrario sulla vita dei singoli, è studioso di psicologia e filosofia e con le sue parole sottolinea una cosa che è alla base delle riflessioni di Sant’Agostino ma anche del protestantesimo di Lutero. È nella coscienza che la parola del Vangelo trova un senso. Peraltro se Dio avesse creato un uomo privo di tale facoltà si sminuirebbe anche il valore di quel Dio».
Il Papa come Lutero…Non si rischia di creare sbandamento tra le fila dei credenti?
«Lo si legge nel Vangelo: è necessario che gli scandali avvengano. In fondo è questo il senso della parola, o no? Anche se in qualcuno tale parola dovesse portare la massima inquietudine. La lettera del Papa ha enormi potenzialità, che vanno fatte emergere».
Si aspetta più atei affascinati dalle«scandalose» parole del Papa o più credenti turbati?
«Mi aspetto più atei e più credenti che pratichino ciò in cui credono. Del resto il messaggio di Gesù è importante per il suo valore etico, per il prevalere della coscienza sui valori mondani, per l’umanità che c’è dietro il gesto del buon samaritano».
Lei si definirebbe ateo?
«Sono un pensatore critico, un pensatore etico. Tra la verità buona e la bontà vera a me interessa quest’ultima perché verificabile, in quanto portatrice di unione e non di separazione. L’unico peccato che conosco è rompere la relazione con gli altri, come scriverò nel mio prossimo libro».
Ci anticipa il titolo?
«”Stati di nichilismo”. Il nichilismo è vivere senza fede, che per me non è la fede religiosa, ma la fede nella ragione umana. In essa c’è qualcosa di universale».
Fonte: Il Mattino, 12 Settembre 2013, pag. 12
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