PENISOLA SORRENTINA, ELEZIONI, UN SAGGIO DEL PROF BIAGIO PASSARO DA RILEGGERE

Questo testo è l’introduzione al saggio intitolato La Penisola sorrentina, pubblicato nel volume Società, elezioni e governo locale in Campania. I – Quadro socio-economico e vicende politico-elettorali, a cura e con introduzione di Guido D’Agostino, Liguori Editore, Napoli 1990, (pp. 103-151). È il mio primo lavoro di storico dedicato a questo territorio in cui vivo da quasi un quarantennio. Inserito in una ricerca di natura politica elettorale, incrociata con i dati dei censimenti, il volume è circolato solo tra gli specialisti. L’introduzione, però, mi appare ancora attuale e potrebbe interessare anche un più vasto pubblico.
Biagio Passaro
L’insularità della Penisola sorrentina.
Caratteri storici e sociali dell’area

La Penisola sorrentina nell’ambito della provincia di Napoli costi¬tuisce un’area dotata di alcune specificità che, se non ne fanno un caso a parte, almeno le conferiscono un’identità particolare ri¬spetto al resto del territorio provinciale.
Innanzitutto solo da centocinquant’anni è collegata al proprio più diretto entroterra; la strada Castellammare–Meta iniziata nel 1831 fu inaugurata nel 1839. Per secoli le vie di comunicazione possibili e conve¬nienti erano state solo quelle del mare, soprattutto verso Napoli con cui la Città di Sorrento e la sua nobiltà intrat¬tenevano speciali relazioni.
Ne conseguiva una forma di insularità capace di resistere alla stessa apertura della strada e al collegamento tranviario del primo Novecento con Castellammare (1 giugno 1906). Quest’insula¬rità intanto permaneva anche col mu¬tare degli assetti stradali, in quanto poggiava su di una struttura sociale e produttiva non inve¬stita dalle trasformazioni che avevano interessato il resto del ter¬ritorio provinciale. Essa ha retto, in effetti, fino a quando c’è stata una classe dirigente locale autonoma, in grado di assicurare la pro¬pria egemonia e di mantenere il controllo della vita locale, senza particolari conflitti sociali o politici, per tutto il periodo risorgi¬mentale e postunitario, grazie anche alla forza ed all’influenza della Chiesa sorren¬tina. Una chiesa di antiche tradizioni, retta da un arcivescovo la cui autorità si estende tuttora da Vico Equense a Massalubrense e all’isola di Capri , ricca di beni fondiari e im¬mobiliari, con un clero fortemente radicato nelle famiglie e nella società, con una tradizione associazionisti¬ca locale di origine con-troriformistica molto solida, con più di sessanta congreghe, molte delle quali ancora oggi attive. E per finire, a rafforzare questo le¬game, con una particolarità rara nella struttura della chiesa di os¬servanza romana: in molte importanti parrocchie i capofamiglia con-servano una sorta di diritto di patronato che consente loro, an¬cora oggi, di eleggere il parroco (Antonio Soldatini, Origine ed esercizio del Diritto di Patronato nelle Elezioni Popolari del Parroco in sette Parrocchie delle Diocesi di Sorrento (Meta, Piano, Trinità, Mortora, Sant’Agnello, Trasaella, Casarlano) dal 1500 ai nostri giorni. Tesi di laurea in Storia del Cristianesimo, Università degli Studi di Napoli, A.A. 1984/85). Dal 1967 la diocesi fu unita nella persona dello stesso vescovo alla diocesi di Castellammare di Stabia; nel 1986 le due diocesi furono state unificate col titolo di Arcidiocesi di Sorrento – Castellammare di Stabia.
Anticamente l’egemonia della nobiltà sorrentina si fondava sul ruolo di fortezza che la città svolgeva come avamposto nel golfo di Napoli, quando tutto il Regno guardava con apprensione al mare da cui proveni¬vano invasori e corsari. Negli ultimi due secoli l’attività cantieristica, armatoriale e marina¬ra dava, invece, impulso alle colture arboree specializzate ed alle espor¬tazioni consolidando l’ascesa di una borghesia fon¬diaria in stretta con-nessione d’interessi, da una parte, con notai e avvocati e, dall’altra, con un ceto emergente di esportatori, arma¬tori e capitani, spesso una cosa e l’altra insieme.
Questo equilibrio sociale trovava una corrispondenza nell’as¬setto del territorio, salvaguardato dall’interdipendenza tra le due principali attività economiche: agricoltura e turismo. Infatti sin dal Settecento la tradizionale coltura a seminativo è completa¬mente sostituita da colture arboree specializzate, tipiche della col¬lina litoranea mediterranea: agru-mi e noci accanto alle già diffuse colture dell’olivo, delle viti, del gelso e del fico. Contemporanea¬mente Sorrento entra come tappa d’obbligo nel Grand Tour che giovani aristocratici e intellettuali europei compiono in Ita¬lia. In questo modo i due principali aspetti dell’econo¬mia sorren¬tina s’integravano senza traumi, contribuendo a creare l’im¬ma-gine – un po’ mitica – di oasi incantevole.
***
Nei capitoli che seguivano si dimostrava che il nodo centrale per comprendere la storia politica e amministrativa degli ultimi quarant’an¬ni (1946-1986) fosse l’individuazione dei modi, dei tempi e delle cause che avevano deter¬minato:
– la rottura dell’equilibrio tra turismo ed agricoltura;
– la fine dell’insularità;
– il modo nuovo di rapportarsi a un più vasto ambito territoriale di cui facevano parte l’isola di Capri, i Monti Lattari e la fascia vesuviana costiera, con i comuni di Torre Annun¬ziata e Castellammare di Stabia.

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