Mare Monstrum, e la vecchia querelle “condotte sottomarine – depuratori” nata nel 1973

 

di

Serena Romano, «Scienza Duemila», Oikos, aprile 1983

  

Ottomila chilometri di costa italiana esposta ai rischi dell’inquinamento

 

marino: oltre 2.000 miliardi impegnati nel

 

tentativo di disinquinare solo i 250 chilometri della costa campana.

 

Si tratta della spesa finora impegnata per il Progetto

 

Speciale n. 3 (PS3), un complesso ciclopico di impianti di depurazione

 

con i quali la Cassa per il Mezzogiorno intende provvedere

 

al “disinquinamento del Golfo di Napoli”.

 

È questo un esempio emblematico del gap che si crea tra

 

concezione bioecologica e “faraonico-ingegneristica” della lotta

 

all’inquinamento: cioè tra chi, come l’ecologo, il biologo, il

 

chimico, l’oceanografo, conoscendo la natura ed i suoi prodigiosi

 

meccanismi di difesa, è portato a proporre soluzioni naturali;

 

e chi, come alcuni “tecnici”, indipendentemente dalle

 

possibilità offerte dall’ambiente, preferisce elaborare meccanismi

 

artificiali per depurare, disinquinare, sterilizzare. Contrasto

 

che, nel caso di Napoli, ha preso toni particolarmente

 

accesi tra coloro che, nel rispetto degli equilibri ambientali,

 

hanno suggerito la soluzione delle condotte sottomarine

 

ed i sostenitori in modo aprioristico delle “cattedrali del liquame”.

 

L’aprioristico non è detto a caso. Infatti il PS3 è un esempio

 

emblematico anche per gli effetti disastrosi provocati

 

dalla mancanza di un’impostazione scientifica ed interdisciplinare

 

dei problemi ecologici: dopo dieci anni il problema di

 

Napoli è ancora irrisolto mentre centinaia di casi felicissimi,

 

come quello del disinquinamento del Tamigi, sono la dimostrazione

 

della validità di un corretto rapporto interdisciplinare

 

tra tecnici ed ecologi. Risultato: nel Tamigi oggi si

 

pesca nuovamente; nel Golfo di Napoli forse non si pescherà

 

mai più e non per effetto dell’inquinamento, ma dell’eccessiva

 

depurazione che sottrarrà al mare tutte quelle

 

sostanze nutritive contenute nei liquami, le quali ne costituiscono

 

il naturale nutrimento.

 

Le premesse

 

Sono il punto debole di tutta la questione. Lo dimostra la

 

“Monografia” per la Commissione Consiliare permanente per

 

i progetti speciali firmati dai consiglieri della Cassa per il

 

Mezzogiorno, professori Saraceno e Petriccione, e basata sulla

 

relazione preliminare dell’ing. De Falco. In questo elaborato

 

viene delineato il percorso di studi da seguire per arrivare

 

ad un corretto approccio del problema: ma in realtà l’impostazione

 

metodologica della delicata fase progettuale, illustrata

 

con rigore esemplare nella prima parte della monografia,

 

viene totalmente negata nella seconda parte della stessa.

 

Nel capitolo intitolato “Criteri generali di progettazione”

 

si inizia infatti con il sottolineare la necessità di acquisire

 

«tutti gli strumenti statistici e tecnici occorrenti all’inquadramento

 

del problema nella sua realtà fisico-ambientale

 

» approntando una serie di ricerche sulle fonti di inquinamento,

 

sulle caratteristiche del materiale inquinante

 

attraverso analisi chimico-fisiche e batteriologiche, sull’entità

 

degli scarichi, sugli impianti di depurazione esistenti,

 

sui fenomeni diffusivi in mare, ecc. Queste ed altre indagini

 

«dovrebbero permettere di costruire il “modello attuale”

 

della situazione nei riguardi dell’inquinamento», la cui lettura

 

«potrebbe già di per sé evidenziare alcuni interventi da

 

realizzare per eliminare il fenomeno in esame». In proposito,

 

però, i relatori sottolineano opportunamente che «trattandosi

 

di una complessa serie di scelte, queste vanno effettuate

 

considerando simultaneamente le diverse variabili che

 

influenzano il tipo e l’ammontare degli interventi da realizzare

 

», perché «è evidente che una qualunque decisione

 

presa nei riguardi di una delle grandezze che riguardano il

 

tema in oggetto non può non influenzare tutte le altre. La

 

progettazione deve essere perciò in grado di definire simultaneamente

 

l’insieme migliore degli interventi da realizzare

 

». Si passa, quindi, con immutato rigore, al capitolo dedicato

 

alla “Gestione del progetto”, che fa riferimento in particolare

 

a due strumenti: un grafico reticolare («che dovrà

 

indicare tutte le fasi progettuali») ed un modello di simulazione

 

come «strumento di sintesi delle ricerche settoriali che

 

verranno svolte […] atto a fornire indicazioni sulla fattibilità

 

economica delle alternative che verranno proposte».

  

Quanto al compito dei «responsabili delle ricerche di settore,

 

sarà quello di far sì che, sulla base delle indicazioni formulate

 

dal coordinatore, ogni azione di intervento individuato,

 

per ogni alternativa possibile, sia sottoposta ad una verifica

 

economica che permetta un giudizio di convenienza. Tale

 

giudizio dovrà riguardare anche il dimensionamento delle

 

opere, le loro caratteristiche tecniche, la loro localizzazione

 

sul territorio». E si arriva, in questo modo esemplare, alla

 

formulazione del “piano di lavoro”, che, secondo i relatori,

 

dovrebbe avvenire in due fasi distinte: la prima (della durata

 

di sei mesi) dovrà «prevedere di individuare le indagini da

 

svolgere con i tempi di esecuzione e le metodologie da utilizzare

 

»; nella seconda fase (che prenderà i successivi 18 mesi)

 

saranno «effettuate le indagini programmate nella prima» e,

 

quindi, sarà adottata «la soluzione progettuale più idonea a

 

risolvere il problema. In tale soluzione, dovranno essere specificate

 

le opere da realizzare» con i relativi costi e tempi per

 

individuare sia i problemi che saranno risolti sia i costi da

 

sostenere nei vari anni. «Sarà inoltre necessario prevedere le

 

forme, i modi e i piani finanziari per la gestione delle opere

 

una volta realizzate, tenendo conto delle realtà istituzionali

 

esistenti e delle opportunità del loro adeguamento».

 

Un’impostazione, dunque, puntuale e inoppugnabile, ma

 

che, nella seconda parte della monografia, viene in poche righe

 

annullata e stravolta: «L’esigenza di costruire un piano coerente

 

in ogni sua parte e che minimizza i costi di intervento a parità

 

di obiettivi conseguiti contrasta, però, con la situazione di

 

estrema gravità dell’area che potrebbe essere ulteriormente

 

compromessa nell’arco dei due anni necessari per l’approntamento

 

del piano. È pertanto opportuno […] selezionare alcune

 

opere di primo intervento la cui realizzazione potrà essere

 

avviata nella fase di elaborazione del piano».

 

Nasce così, sotto il nome di «primo organico approccio

 

operativo per conseguire in tempi non lunghi risultati tangibili

 

e a largo raggio», un vasto programma di interventi che

 

(come risulta dall’elenco dettagliato incluso nella monografia),

 

in realtà, sono già il progetto di disinquinamento.

 

Infatti contro la stessa logica che anima la prima parte del

 

documento e nella quale si propone di dar vita ai comitati

 

Tecnico e di Coordinamento che, dopo adeguati studi ed

 

indagini, dovrebbero adottare le scelte più opportune, nella

 

seconda parte del medesimo documento si chiede di approvare

 

una serie di soluzioni che, di fatto, anticipano e vincolano

 

tutte le scelte future. Ma ciò che lascia ancora più perplessi

 

è che, mentre questo strano modo di procedere viene

 

giustificato con la necessità di porre rapido rimedio al grave

 

inquinamento dell’aria, le cosiddette «opere preliminari»

 

consistono, invece, in un «complesso organico di impianti di

 

depurazione», la cui costruzione non è semplice né rapida.

 

Eppure, una soluzione per eliminare in tempi brevissimi

 

e con poca spesa gli effetti dell’inquinamento sulle coste

 

senza pregiudicare le scelte definitive c’era, e fu anche largamente

 

evidenziata da un esperto del settore, il prof. Alfredo

 

Paoletti, dopo che dalla Cassa fu nominato (il 21 febbraio

 

’73) componente del Comitato tecnico-scientifico del PS3,

 

del quale facevano parte, tra gli altri, gli ingegneri De Falco,

 

De Palma, Avolio, De Martino, Passino del CNR, oltre a vari

 

rappresentanti della Cassa: le condotte sottomarine proposte

 

da Paoletti potevano costituire, infatti, o un’alternativa

 

agli impianti di depurazione oppure quel «primo intervento

 

» immediato per far fronte in modo efficace alla «situazione

 

di estrema gravità dell’area». Impostazione, questa del

 

Paoletti, che era già stata, e che verrà in seguito, ampiamente

 

prospettata da altri studiosi e tecnici in diversi convegni

 

a livello internazionale tenutisi in Italia.

 

Come dichiara lo stesso prof. Paoletti: «Durante le riunioni

 

del comitato sostenni questa tesi, e sia a voce che per

 

iscritto chiesi che se ne tenesse conto, affermando in particolare

 

che, per quanto concerneva l’impianto di Cuma, il

 

progetto contrastava con l’inderogabile necessità tecnica e

 

finanziaria di realizzare una prima fase funzionale comprendente

 

la condotta ed il trattamento preliminare (o

 

meccanico, n.d.r.) dei liquami. Dopo la riunione del 18 settembre

 

del ’73, seconda ed ultima cui partecipai, affermai

 

che, per convincimento scientifico e tecnico, non mi sentivo

 

di sottoscrivere altre linee di comportamento che non

 

tenessero presente la necessità di far prima quanto necessario

 

per un risultato batteriologico anti-inquinamento delle

 

acque costiere: tanto più che questo primo passo non incideva

 

minimamente su tutti gli altri miglioramenti previsti

 

per il progetto. La mia preoccupazione era che si potesse

 

essere accusati e chiamati in giudizio per omissione in atti

 

di ufficio o ritardo se non si mettevano in essere tutti i

 

mezzi tecnici disponibili per salvare le spiagge e l’incolumità

 

dei cittadini con la tempestività necessaria tecnicamente

 

possibile». Così, in una lettera del 26 novembre 1973

 

(prot. SP/2882), il direttore generale della CASMEZ, Francesco

 

Coscia, rispondeva a Paoletti: «Ho seguito e seguo il

 

suo punto di vista sugli apprestamenti essenziali per il disinquinamento

 

dei bacini marini. Non è mio compito entrare

 

nel merito degli apprezzamenti di carattere tecnico-scientifico

 

sulle soluzioni che, alternativamente o integrativamente,

 

si affacciano. Desidero solo assicurarLa della più

 

grande attenzione che metteremo alle Sue segnalazioni e

 

delle preoccupazioni, soprattutto di carattere gestionale,

 

che abbiamo sempre presenti».

 

Risultato: benché ufficialmente riconfermato nell’incarico

 

per altri sei mesi, Paoletti non fu mai più invitato alle

 

riunioni del Comitato.

 

Così, nel 1973, si avvia il Progetto Speciale. Ma questa

 

partenza anomala, priva di una premessa scientificamente

 

valida, non poteva non ripercuotersi sullo sviluppo del Progetto

 

stesso. Non solo, da questa data in avanti, l’argomento

 

“condotte sottomarine” – tema di convegni in Italia e

 

all’estero – a Napoli diventa un argomento scabroso, trattato

 

a colpi di denunce (anche anonime) e di comunicazioni

 

giudiziarie.

 

Lo sviluppo

 

Inevitabilmente, dunque, è stato contorto. Passo dopo

 

passo dimostra la sua debolezza dovuta a mancanza di studi

 

preparatori, con la conseguenza che i problemi, anziché

 

risolversi, si aggrovigliano sempre più. Di questi, almeno tre

 

diventeranno nodi irresolubili (o, comunque, finora irrisolti):

 

il vertiginoso e continuo aumento della spesa iniziale; il

 

gravoso ed insostenibile peso dei costi gestionali; il problema

 

dello smaltimento dei fanghi residui che, come spada di

 

Damocle, è tuttora sospeso sull’intero progetto e rischia di

 

vanificarne ogni risultato.

 

In particolare, è durante l’incontro pubblico, promosso

 

ai primi del ’77 dal gruppo regionale comunista della

 

Campania, che ritardi, procedure anomale, mancate programmazioni,

 

errate previsioni e indebite pressioni politiche

 

vengono a galla. La prima accusa è il rapporto, o

 

meglio, il mancato o anomalo rapporto con gli enti locali:

 

«Possiamo senz’altro affermare che vi è stata una trattativa

 

privata e segreta svoltasi ai vertici della Giunta regionale

 

e della Cassa», dichiarò Francesco Daniele, presidente del

 

gruppo consiliare del PCI e Benito Visca, consigliere regionale

 

e membro del Comitato dei rappresentanti delle regioni

 

per gli interventi straordinari del Mezzogiorno, aggiunse

 

che: «Con la delibera del settembre ’76 – con cui la Giunta

 

regionale ha espresso parere favorevole al progetto – la

 

Giunta stessa ha compiuto un atto gravissimo non essendo

 

in possesso di alcun elemento tecnico per poter esprimere un

 

parere».

 

«In realtà – notò Diego Del Rio, consigliere regionale del

 

PCI – per cinque anni, intorno al PS3 è stata fatta soltanto

 

propaganda e solo pochissimi addetti ai lavori hanno avuto

 

la possibilità di conoscere realmente come andavano sviluppandosi

 

le cose». Comincia così ad emergere l’iceberg della

 

spesa (1.385 miliardi), di cui all’inizio spuntava solo la cima

 

(27 miliardi). Ma qual è l’origine della continua lievitazione

 

della spesa? Lo spiegò Del Rio: «La Cassa ha affidato

 

sostanzialmente la progettazione e l’esecuzione dei lavori ad

 

una serie di raggruppamenti di imprese […] ciò ha messo in

 

moto una spirale senza fine di dilatazione della spesa. Unico

 

precedente di simile procedura in Italia si ha subito dopo

 

l’Unità nella costruzione del sistema ferroviario nazionale: è

 

noto, infatti, che, essendo le imprese retribuite a chilometro

 

di binari costruiti, sono state progettate e realizzate, dalle

 

stesse imprese, linee estremamente tortuose, su percorsi

 

spesso inutili, all’unico scopo di dilatare i profitti». L’approssimazione

 

del bando, i prezzi vaghi, i capitolati tecnici

 

quasi inesistenti, ecc. secondo Del Rio: «Hanno reso discrezionale

 

l’affidamento degli appalti. Poi ha provveduto e sta

 

continuando a provvedere l’Ufficio Tecnico della Cassa, con

 

aggiunte e varianti, a riformulare i prezzi senza la necessità

 

di riconfrontarli in gara. La procedura di affidamento scelta

 

dalla Cassa esigeva capitolati tecnici di estrema precisione ed

 

una definizione rigorosa del progetto di massima, mancando

 

i quali si è imboccato il tunnel che sbocca in realizzazione di

 

impianti ad onere globale indeterminato».

 

Emerge, così, anche il problema dei costi di gestione,

 

altissimi perché si aggirano dal 5% al 10% annuo del costo

 

dell’impianto: cioè, decine di miliardi all’anno. «Come Presidente

 

della Commissione Bilancio, affermo che il bilancio

 

della Campania non è in grado di sopportare tale spesa – dichiarò

 

Visca alla fine del dibattito. In Campania vi sono già,

 

peraltro, 270 depuratori completamente abbandonati per

 

l’impossibilità degli enti locali di gestire tali opere. Si rischia,

 

quindi, di costruire impianti che non potranno funzionare

 

anche per la mancanza di fondi da destinare alla gestione

 

oltre che per carenza di personale tecnico specializzato».

 

Analoghe critiche, sempre nel ’77, furono oggetto anche

 

di un’interrogazione parlamentare degli onorevoli Longo e

 

Ciampaglia, ma la risposta del Ministro, vaga e poco convincente,

 

non dissipò i dubbi e le perplessità. Ciò nonostante,

 

il dibattito aperto da questi sconcertanti interrogativi si

 

smorza rapidamente, mentre l’attenzione viene dirottata

 

altrove: una comunicazione giudiziaria colpisce il sindaco

 

Valenzi e l’assessore alla Sanità del Comune di Napoli, Calì.

 

Questi, proprio per rimediare ai ritardi della Cassa e per eliminare

 

rapidamente, i danni dell’inquinamento alla salute

 

pubblica, al turismo e alla balneazione, avevano adottato

 

autonomamente la soluzione delle condotte sottomarine nel

 

tratto da Mergellina a Posillipo. Ma, nonostante la violenta

 

campagna denigratoria («Valenzi zero in condotte», il goliardico

 

titolo dei manifesti murali), il procedimento non ebbe

 

corso per «l’impromovibilità dell’azione penale». Risultato:

 

benché i benefici, in quel tratto di costa, si notarono (a

 

Marechiaro, dove è in funzione la condotta, i coli passarono

 

da 2.280 a 1), l’episodio riconfermò l’ostilità verso le condotte

 

che, a Napoli, si era già manifestata nel ’73, di fronte ai

 

suggerimenti di Paoletti, e nel ’76 verso quelli di Oppenheimer.

 

Anche lo scienziato americano, infatti, dopo l’indagine

 

sul Golfo di Napoli commissionatagli dalla Regione

 

Campania, era giunto alle stesse conclusioni di Paoletti,

 

accolte con la stessa indifferenza e malcelata avversione.

 

Ma se nell’opinione pubblica l’eco delle critiche al Progetto

 

Speciale si affievolisce, nel parere del Comitato dei rappresentanti

 

delle regioni meridionali, espresso nella seduta

 

del 5 giugno ’79, si sollevano, invece, forti riserve: innanzitutto

 

perché il parere della Regione viene richiesto «quando

 

significative scelte sono già state trasferite in decisioni operative

 

»; poi, per la mancanza nell’elaborazione progettuale e

 

tecnica di «elementi di valutazione dell’eventuale maggior

 

onere di impianto e di gestione per lo smaltimento dei rifiuti

 

solidi e liquidi di origine industriale, e di recupero degli

 

oneri stessi dovendo, per legge, i privati farsi carico di tale

 

problema»; inoltre, perché «non è stato definito l’onere relativo

 

all’installazione di impianti di incenerimento dei rifiuti

 

solidi di origine urbana […] né il bilancio energetico […] né

 

è stata dimostrata la convenienza economica – costi di

 

impianto, di gestione, di ammortamento – di tale sistema di

 

smaltimento». Vengono al pettine, così, anche e soprattutto

 

i nodi derivanti dalla mancanza di impostazione scientifica

 

del problema, tanto che il Comitato delle regioni chiede che

 

il CNR effettui una ricerca «finalizzata all’accertamento del

 

grado di tossicità dei fumi derivanti dall’incenerimento sotto

 

tutti gli aspetti» e in particolare per la diossina. Raccomanda,

 

inoltre, di usare «la massima cautela nelle scelte operative

 

fino a quando non sia sciolto il quesito relativo alla possibilità

 

di trarre l’energia dall’incenerimento dei rifiuti solidi e

 

dei fanghi».

 

A questo punto ci si chiederà come mai, nel documento

 

del Comitato delle regioni, si fa riferimento ai rifiuti solidi,

 

cioè all’eliminazione delle spazzature, mentre finora si è parlato

 

di depurazione dei liquami, vale a dire delle acque di

 

fogna. Sono stati i responsabili della Cassa a mutare il contenuto

 

tecnico originario dei vari progetti del PS3: una decisione

 

che, per essere valutata nelle sue gravi implicazioni,

 

presuppone un chiarimento. Chi non è esperto di tecniche

 

disinquinanti potrebbe immaginare che l’impianto di depurazione

 

sia una sorta di bacchetta magica che fa sparire nei

 

suoi complicati meccanismi le sostanze “dannose”. Il che

 

non è. L’impianto di depurazione, infatti, non fa che separare

 

i contaminanti dalla massa liquida: il risultato è che,

 

all’uscita dell’impianto, da un lato si avrà acqua depurata e

 

dall’altro una fanghiglia in cui sono presenti sostanze dannose

 

o contaminanti. La depurazione dei liquami, quindi,

 

non elimina i problemi dell’inquinamento, ma li sposta soltanto

 

(sia esso di tipo “primario” o di sedimentazione, “secondario”

 

o biologico, “terziario” o chimico): dopo il processo

 

depurativo dei liquami rimane, comunque, da risolvere il

 

problema dello smaltimento di questi fanghi altamente

 

inquinanti che, dovunque vengano scaricati, possono provocare

 

danni se non si adottano adeguati accorgimenti che, a

 

loro volta, richiedono ulteriori spese.

 

Ebbene, inizialmente nei bandi di appalto-concorso (datati

 

16 giugno ’74 e 14 ottobre ’75) per i 13 depuratori del

 

PS3 era incluso, nel processo di depurazione dei liquami,

 

anche lo smaltimento di questi fanghi con un procedimento

 

che avrebbe consentito il recupero di energia e l’incenerimento

 

dei fanghi. Dai successivi bandi di appalto-concorso,

 

però, è stata stralciata la fase dello «smaltimento fanghi» e

 

posto in programma di abbinarne la distruzione all’incenerimento

 

dei rifiuti solidi urbani: ovvero, come risulta dal

 

bollettino della CASMEZ datato 1 agosto ’77, si è deciso di far

 

bruciare insieme fanghi ed immondizia, trasferendo il trattamento

 

dei fanghi in altri impianti, e cioè in quelli del trattamento

 

dei rifiuti solidi urbani che, però, dovevano essere

 

ancora progettati.

 

Rileggendo, allora, le già citate riserve espresse dal

 

Comitato delle regioni nel parere del ’79, la responsabilità di

 

questo mutamento di programma è evidente e sottolinea la

 

gravissima superficialità dell’impostazione: innanzitutto perché

 

la decisione è successiva all’episodio di Seveso, cioè quando,

 

avrebbe dovuto già esservi consapevolezza, a livello scientifico,

 

del rischio di produzione di diossina negli inceneritori

 

dei rifiuti solidi urbani; quindi, per non aver promosso preventive,

 

immediate e rigorose sperimentazioni da sottoporre alle

 

istituzioni sanitarie solo per verifica e non come tema di ricerca;

 

poi, per non aver trovato, su solide basi scientifiche, delle

 

valide alternative per aggirare il problema diossina; infine per

 

aver bloccato così tutto il PS3, in fiduciosa attesa che qualcun

 

altro, magari dall’estero, risolva la parte più problematica;

 

ma specialmente per aver adottato una soluzione come questa

 

dell’accoppiamento “fango + immondizia” all’incenerimento,

 

di cui non esiste diffusione nota e sperimentata al

 

punto da dare sufficienti garanzie di successo.

 

Ecco perché uno dei problemi più gravi (anche se il meno

 

evidenziato sia sulla stampa che in pubblici dibattiti – data

 

la difficoltà di trattazione in una sede non specialistica) è

 

ancora oggi, e chissà per quanto, questo dello smaltimento

 

dei fanghi residui. Problema che poteva essere evitato se

 

fosse stato valutato preventivamente in tutti i suoi risvolti.

 

Scrivevano, già nel ’55, Imhoff e Koch che un impianto di

 

depurazione che non contempli, all’atto della progettazione,

 

lo smaltimento dei fanghi residui, non ha senso. Problema

 

che certamente poteva essere evitato optando per le condotte

 

sottomarine come aveva suggerito Paoletti. Infatti questa

 

soluzione è tuttora la preferita nelle zone costiere perché, tra

 

gli innumerevoli vantaggi, lo scarico al largo, preceduto dal

 

solo trattamento meccanico di grigliatura (asportazione di

 

carta, stracci, plastica, ecc. trattenuti, appunto, da una griglia)

 

non produce fanghi da trattare.

 

Al punto in cui si è arrivati, dunque, e per il modo come

 

vi si è giunti, questo problema è diventato un nodo inestricabile

 

perché il suo scioglimento non dipende più soltanto

 

da alchimie burocratiche. E ciò che lascia più perplessi è la

 

valutazione di coloro che, ancora oggi, tendono a sottovalutarne

 

la reale portata, come è apparso con evidenza nel

 

corso di una recente conferenza organizzata da Italia Nostra

 

e tenuta a Napoli da Oppenheimer sui problemi ecologici del

 

Golfo. Di fronte alle perplessità manifestate dallo studioso

 

americano sui criteri adottati nel PS3 per il risanamento

 

ambientale e soprattutto per la mancata soluzione del problema

 

dei fanghi, le reazioni di consulenti e tecnici della

 

Cassa hanno dimostrato ancora una volta una sostanziale

 

chiusura ad ogni confronto e rivelato quanto essi siano lontani

 

dal necessario approfondimento scientifico che la questione

 

richiede. Emblematica la risposta, durante il dibattito,

 

del prof. Luigi Mendia, docente di Ingegneria Sanitaria

 

all’Università di Napoli e consulente della Cassa per il PS3:

 

«Siamo una regione, una città in cui queste questioni da

 

anni vengono affrontate in maniera particolarmente puntuale

 

e scientifica. Ora recriminare sul fatto che il Golfo di

 

Napoli sia stato oggetto di un progetto globale particolarmente

 

avanzato, che ci pone all’avanguardia rispetto ad altri

 

paesi mediterranei, mi sembra veramente molto spiacevole e

 

direi assolutamente inutile». Che, nel dominio della scienza,

 

un confronto di idee possa venir scambiato per «recriminazione

 

» o addirittura essere considerato inutile è un atteggiamento

 

che non merita commenti.

 

Sta di fatto che il problema dello smaltimento dei fanghi,

 

purtroppo, esiste: e non può essere liquidato né con una secca

 

risposta né con le argomentazioni tecniche che ha voluto fornire

 

il direttore tecnico centrale della CASMEZ, ing. Giuseppe

 

Consiglio. Ecco le sue tesi, raccolte nel corso di un’intervista

 

seguita alla “provocazione” di Oppenheimer, sul problema

 

dei fanghi e sulle ragioni che, a suo dire, hanno fatto scartare

 

per Napoli l’alternativa delle condotte. Egli ha tenuto,

 

anzitutto, a sottolineare che «prima che le acque luride vengano

 

immesse nelle condotte sottomarine si richiedono, comunque,

 

due operazioni: il trattamento primario e la centrale

 

di sollevamento. L’impianto primario è quello in cui avviene

 

la sedimentazione primaria dei fanghi. Ebbene, di tutti i

 

fanghi che si producono, in un impianto completo (che prevede,

 

cioè, anche il trattamento secondario e terziario, n.d.r.)

 

l’80% dei fanghi proviene dalla sedimentazione primaria.

 

Quindi il problema dei fanghi, per l’80% si presenta identico,

 

che si adottino o meno le condotte sottomarine. Quanto alla

 

centrale di sollevamento, questa serve a dare spinta ai liquami

 

una volta arrivati a livello del mare, per immetterli con la

 

dovuta pressione nella condotta. Anche per la condotta sottomarina,

 

dunque, come per qualsiasi impianto di depurazione,

 

è necessaria una grossa centrale di sollevamento».

 

In altre parole l’ing. Consiglio sostiene che gran parte

 

delle difficoltà (sia impiantistiche che per lo smaltimento dei

 

fanghi), richieste da un impianto di depurazione, esistono

 

anche se si adotta il sistema delle condotte sottomarine. I

 

termini della questione sono, invece, assai diversi: ai fini del

 

corretto funzionamento di una condotta, mentre è indispensabile

 

un trattamento meccanico o preliminare (cioè, di grigliatura

 

e dissabbiatura, per evitare l’usura della condotta

 

stessa e l’otturazione dei fori del diffusore), non è altrettanto

 

indispensabile il trattamento di sedimentazione primaria.

 

Questa tesi sostenuta da più di un esperto, in più di un convegno,

 

è stata messa in pratica con buoni esiti in California

 

come a Torvaianica, all’Isola d’Elba come ad Anzio, a Nettuno,

 

ecc. Quanto alla “grossa” centrale di sollevamento per

 

le condotte, prospettata dal Consiglio, il problema del pompaggio

 

dei liquami fino al depuratore – normalmente ubicato

 

lontano dal centro cittadino – comporta un consumo

 

energetico e relativo costo di impianto di gran lunga superiore

 

a quello necessario quando si adotti il sistema della condotta

 

sottomarina, la quale, in genere, ha un percorso rettilineo

 

e uno sviluppo limitato solo a qualche chilometro.

 

«Sinceramente, noi realizzeremmo volentieri le condotte

 

se la legge ce lo permettesse», considera ancora Consiglio. E,

 

riferendosi agli studi sul Golfo di Napoli eseguiti dal prof.

 

Oppenheimer nel ’76, nota che: «Quando Oppenheimer suggeriva

 

di scaricare in mare i liquami, tramite condotte, si

 

riferiva ai liquami urbani, e sottolineava che il problema

 

assume carattere differente quando si tratta di fognature

 

che, oltre al liquame urbano, raccolgono anche le acque

 

industriali e le acque di pioggia che ruscellano sulle strade di

 

zone densamente abitate e quindi, ricche di metalli pesanti.

 

Ebbene, questo tipo di fognature, cosiddette “miste”, sono

 

appunto quelle della rete napoletana». Secondo Consiglio,

 

dunque, non è consigliabile l’uso delle condotte.

 

Anche queste affermazioni lasciano però perplessi.

 

Innanzitutto, per quanto riguarda la legge Merli, esse sembrano

 

non tener conto delle modifiche introdotte dall’art. 17 della

 

legge 650 del ’79 che consente alle Regioni ampia elasticità nel

 

fissare, per le caratteristiche delle acque trattate, i limiti di

 

accettabilità, anche dei piani di risanamento adottati. Del

 

resto, anche se non fosse intervenuta la modifica, prevarrebbe

 

comunque il ragionamento per cui, se è vero che la legge vieta

 

di scaricare al largo, tramite condotta, liquami non “depurati”,

 

a maggior ragione vieta di scaricarli sotto costa. A Napoli,

 

dunque, si è già “fuori legge” perché, in attesa della costruzione

 

dei depuratori, e non avendo voluto installare, neppure

 

come primo intervento, le condotte sottomarine, i liquami si

 

scaricano vicino alla costa con danno per chi ci vive. «A parità

 

di reato, dunque, tanto vale salvare almeno la salute del cittadino

 

». Questo concetto è stato ribadito da esperti come

 

Ferranti o Paoletti. Nel libro Oceanografia medica, Paoletti

 

pone in proposito sostanzialmente quattro domande (e fornisce

 

altrettante risposte): che cosa vogliamo salvaguardare?

 

Innanzitutto, le acque costiere, perché a contatto di queste

 

vive l’uomo. Da che cosa vogliamo salvaguardare le coste?

 

Dall’inquinamento, ma soprattutto dai contaminanti più

 

pericolosi. In che misura dobbiamo salvaguardarle? Fino al

 

punto in cui non ne derivino più danni alla salute dell’uomo,

 

né alle attività di pesca, sport, turismo, balneazione, insomma

 

restituendo alle acque costiere quelle proprietà che le rendono

 

idonee all’uso cui sono destinate per vocazione. Con quali

 

si vogliono raggiungere questi obiettivi? Con il più celere,

 

il più economico, quello che dà maggiori garanzie e che, in

 

futuro, non precluda anche altre migliori e differenti soluzioni.

 

Quindi, con le condotte sottomarine. Questi, del resto, sono i

 

criteri ed i procedimenti seguiti da molte città italiane anche

 

dopo l’approvazione della legge Merli.

 

Perché a Napoli non si è fatto altrettanto? Quanto al

 

problema delle acque piovane, effettivamente la rete napoletana

 

è un sistema “misto” e quindi, negli scarichi, si possono

 

trovare tracce di metalli pesanti trascinati dalla pioggia.

 

C’è, comunque, da chiedersi se i metalli siano tossici dal

 

momento che fanno parte della crosta terrestre e, quindi,

 

anche senza l’intervento dell’uomo, si accumulano nel mare

 

per erosione spontanea. Come dimostra la bibliografia mondiale,

 

per almeno tredici di questi metalli c’è certezza che

 

sono indispensabili per la vita delle piante, degli animali e

 

degli uomini. Diventano o possono diventare pericolosi solo

 

in base alla quantità o concentrazione. A maggior ragione,

 

allora, la diluizione in mare potrebbe essere un motivo in più

 

per usare le condotte sottomarine senza trattamento, dato

 

che negli impianti di depurazione si avrebbe un concentrato

 

di questi metalli nei fanghi residui, con maggiori rischi per il

 

luogo in cui verranno scaricati. Per avere un’idea dell’estrema

 

diluizione, basti pensare che il volume delle acque del

 

Golfo di Napoli è di oltre 200 miliardi di metri cubi.

 

Quanto all’obiezione, infine, sulle acque industriali presenti

 

nei sistemi fognari “misti”, proprio la legge Merli impone

 

agli stabilimenti industriali di scaricare nelle pubbliche

 

fognature acque già depurate e, quindi, ricondotte ai limiti

 

di accettabilità.

 

Rimane il fatto, comunque, che gli impianti di depurazione

 

previsti dal PS3 produrranno fanghi residui per il cui

 

smaltimento, come si è visto, non è ancora stata trovata una

 

soluzione definitiva. Quando gli impianti entreranno in funzione,

 

come si prevede di liberarsi dei fanghi? Risponde l’ing.

 

Consiglio: «Con le discariche controllate. Cioè si sceglie una

 

certa zona sotterranea, una zona protetta, e vi si deposita il

 

materiale». Ma vi sono rischi di inquinamento del terreno?

 

«No, non ce ne sono. È allo studio un censimento per individuare

 

in tutta l’area napoletana zone da destinare a discarica,

 

tipo cave abbandonate o altro». A parte la disponibilità,

 

solamente ipotetica, di aree sufficienti a raccogliere la produzione

 

giornaliera di fanghi, la cui quantità è enorme (per

 

i dieci milioni di abitanti sui quali è proporzionato il PS3, ci

 

sarà una produzione di fango umido nella misura di circa

 

quattro milioni di chili al giorno), c’è da considerare un altro

 

aspetto: la inevitabile presenza di residui di materia organica

 

e di nutrimento in ambiente ricco di umidità costituiscono

 

un habitat ideale per l’ulteriore sviluppo della flora microbica,

 

che lo stesso ing. Consiglio ammette superstite nei fanghi

 

«sottoposti a digestione». Del resto, non a caso, se le

 

discariche controllate dessero completa affidabilità, verrebbero

 

adottate queste in tutto il mondo, anziché i ben più

 

onerosi impianti di incenerimento. Le discariche, dunque,

 

per quanto controllate possano essere, non offriranno mai

 

garanzia certa contro le contaminazioni, specialmente se si

 

considerano le notevoli quantità, ora citate, che conferiscono

 

al pericolo una dimensione preoccupante.

 

Le conclusioni

 

Sono, purtroppo, tragicamente evidenti. Infatti, se si

 

estendono le responsabilità e gli interrogativi, cui si è accennato

 

limitatamente al problema dei fanghi, a tutto l’arco dei

 

gravi problemi tuttora irrisolti del PS3; se, tenendo conto

 

che sono già trascorsi dieci anni dalla partenza del progetto,

 

si tenta una previsione credibile di quelli ancora necessari

 

per il completamento; se su questa variabile temporale si

 

calcolano i costi reali del progetto – da una previsione di 27

 

miliardi nel ’73 ad una di 2.250, per ora – e quelli perenni di

 

gestione stimabili tra il 5 e il 10% annuo del costo dell’impianto;

 

se, inoltre, in base a questa variabile temporale si

 

misura l’incremento del degrado ambientale che già dieci

 

anni fa «impedì» ai responsabili della Cassa di «costruire un

 

piano coerente» perché «la situazione di estrema gravità dell’area

 

potrebbe essere ulteriormente compromessa nell’arco

 

dei due anni necessari all’approntamento del piano»; se,

 

infine, si getta uno sguardo alle soluzioni più rapide, felici ed

 

economiche, realizzate altrove su presupposti simili e condizioni

 

più compromesse di quelle dell’area napoletana; le conclusioni

 

non possono essere che raccapriccianti.

 

E il caso di Napoli è emblematico, perché errori di calcolo,

 

previsioni sbagliate e problemi irrisolti derivano tutti

 

dalla gravissima manchevolezza di aver scavalcato la fase

 

iniziale di studio pubblicamente annunciata e poi sostituita

 

da un procedere a tentoni, che ha compromesso un investimento

 

di migliaia di miliardi in una situazione senza uscita,

 

sulla quale pesa una sola certezza: l’eterno debito dei costi

 

di gestione che saranno pagati dai cittadini.

 

Allo stato attuale logica e senso di responsabilità imporrebbero

 

di fermare tutto, creando la necessaria pausa di

 

meditazione per organizzare, ora per allora, uno studio

 

finalmente serio. Questo suggerimento purtroppo non è

 

nuovo, ma la reazione con cui già in passato è stato accolto

 

costrinse a precisare: «Bisogna superare l’atteggiamento

 

ricattatorio di chi sostiene che quanti richiedono la revisione

 

del progetto non vorrebbero il progetto. La realtà è ben

 

diversa e deve verificarsi nella volontà comune di ottenere

 

un progetto funzionale nel tempo più breve».

 

Oggi c’è da chiedersi: è meglio aver sprecato 1.000

 

miliardi per un errore o buttarne altri 5.000 per non volerlo

 

ammettere?

  

Un problema, due soluzioni

 

Intervento del prof. Alfredo Paoletti del 1° ottobre 1973

 

pubblicato in «Scienza Duemila», Oikos, aprile 1983

 

Il problema. Oltre 4 milioni di abitanti della Campania

 

versano in mare i loro rifiuti fognari. In cifre ciò significa

 

circa 8 mc/sec di acque luride che contengono 100.000.000 di

 

colifecali per 100 c.c. in media, per un totale di

 

691.200.000.000.000.000 di questi microbi che ogni 24 ore

 

raggiungono le acque del golfo. I bacilli del tifo e paratifo

 

possono considerarsi in numero 100.000 volte minore dei

 

colifecali, ed altrettanto i virus, compreso quello dell’epatite

 

infettiva. Malgrado ciò, ad una certa distanza dalla costa,

 

le acque marine tornano normali per opera dei noti poteri di

 

autodepurazione delle acque ed a causa della limitata resistenza

 

dei microbi intestinali nell’ambiente esterno. Ma in

 

conseguenza di ciò i vivai di mitili e molte zone balneari sono

 

infette. Così si spiega perché noi siamo i primi in graduatoria

 

per casi denunciati di tifo e paratifo; perché Napoli, da

 

sola, abbia più casi di tifo di tutti gli Stati Uniti; perché il

 

colera vi si sia affacciato in modo così violento, ecc.

 

Le due soluzioni. Penso che quasi tutti gli italiani, compresi

 

i politici e gli amministratori, fossero fino ad oggi convinti

 

che tale problema si potesse risolvere solo con gli

 

impianti di depurazione, perché questo era il dogma divulgato

 

dai tecnici. È bene si sappia che, almeno nelle zone

 

costiere, le soluzioni sono due, e tra queste bisogna scegliere

 

la più celere, la meno costosa, la più efficace: ovvero le

 

condotte sottomarine. (Premesso che entrambe le soluzioni

 

richiedono una parte comune, rappresentata dal trattamento

 

preliminare – asportazione di carta, stracci, plastica, ecc.

 

– che inficierebbe le opere successive, il paragone tra le due

 

soluzioni parte da questo punto in poi).

 

Il sistema è alquanto diffuso nei paesi anglosassoni; nella

 

sola California le condotte sottomarine sono ben 24 con

 

lunghezze variabili fino a 11 km; la Costa Azzurra ne ha 8

 

ed altre 7 in progetto; il Principato di Monaco ha installato

 

la sua condotta ai piedi della rocca del Museo Oceanografico;

 

la nostra Riviera dei Fiori ne ha ben 8, di cui 6 nella

 

sola San Remo; a Maiori, a Margherita di Savoia, a

 

Torvaianica sono già entrate in funzione, mentre altre sono

 

in progetto un po’ dovunque.

 

Sono esse un’alternativa agli impianti di depurazione o

 

un completamento di questi? Possono essere l’una e l’altra

 

cosa: ma se si vuole che le spiagge della Campania non siano

 

fuori legge dal punto di vista microbiologico ancora per

 

molti anni, esse rappresentano l’unica alternativa e la più

 

immediata: in seguito si potrà valutare un trattamento parziale

 

o totale dei liquami, se necessario.

 

Due costi. Precisato che quanto è maggiore il numero

 

degli abitanti serviti, tanto è minore il costo dell’impianto

 

procapite, un costo di 10-15 mila lire per abitante è oggi

 

accettato. Ciò significa 10-15 miliardi per la sola costruzione

 

di impianti per un milione di abitanti: ma significa quasi un

 

miliardo all’anno per spese di gestione. La costruzione di una

 

condotta, invece, viene a costare circa la metà, con variazioni

 

possibili dipendenti dalla profondità dei fondali marini (condotta

 

più lunga per fondali più bassi). Il costo di gestione

 

della condotta, invece, è praticamente nullo: ciò rappresenta

 

per i comuni un aspetto di enorme importanza, specie nel

 

Meridione, dove l’indebitamento delle pubbliche amministrazioni

 

porta alla mancata manutenzione e funzionamento

 

dei depuratori che la Cassa per il Mezzogiorno ha costruito.

 

I diversi risultati. Essi vanno così riassunti:

 

1) Un impianto ossidativo ben funzionante, teoricamente,

 

può dare un abbattimento batterico del 90%, anche se

 

in pratica troppo spesso dà una riduzione del 60-70% appena.

 

Se un impianto funziona benissimo, il 10% dei batteri

 

enterici che ne esce è ancora troppo elevato se pensiamo a

 

quella cifra di 18 cifre, prima citata, che indica il numero di

 

colifecali che si versa ogni giorno sulle coste della Campania

 

e che si riduce ad un solo zero. Ed è forse per questo che le

 

ditte costruttrici di impianti di depurazione non danno mai

 

garanzie di ordine microbiologico, ma si limitano ai solidi

 

sospesi, al BOD, alla stabilità relativa, ecc.

 

La legge impone limiti batteriologici precisi per la balneazione,

 

ancora più restrittivi per la miticoltura, perciò i

 

tecnici debbono realizzare un impianto di trattamento che

 

porti le acque costiere entro questi limiti. La condotta sottomarina,

 

invece, garantisce la costa dall’inquinamento

 

microbico perché i calcoli della sua lunghezza sono imperniati

 

principalmente su questo aspetto del problema. Per

 

Cuma è probabile si debbano raggiungere i 6 km, per il

 

Golfo di Napoli potrebbero bastarne anche 3 per raggiungere

 

un fondale di 40 metri, al fine di portare il materiale

 

sotto la termoclina (almeno estiva), che per effetto di differenze

 

di temperatura non permette la risalita in superficie

 

delle acque scaricate ed il loro ritorno verso costa se non

 

con molto ritardo: così, i microrganismi enterici moriranno

 

negli strati profondi a causa di tutti quei fattori fisici, chimici,

 

e biologici che portano all’autodepurazione delle

 

acque. Comunque sia, a Maiori, essendosi raggiunta la termoclina,

 

sopra il diffusore della condotta non abbiamo

 

riscontrato in agosto nemmeno un colifecali in 100 c.c. di

 

acqua più volte esaminata.

 

2) Il materiale organico e microbico delle acque di fogna

 

è un nutrimento per il mare, come è un concime per i campi,

 

perché si inserisce nel ciclo della catena alimentare trasformandosi

 

prima in alghe, poi in plancton ed infine in pesci.

 

Al largo ciò avviene celermente e senza sofferenze per la

 

vita marina anche per opera della forte diluizione immediatamente

 

prodotta dai diffusori.

 

3) L’accumulo nella catena alimentare di metalli o di

 

sostanze tossiche non degradabili non dovrebbe porsi come

 

problema in questo studio comparativo, perché né gli

 

impianti né le condotte riescono a distruggerli se degradabili

 

non sono. Comunque noi stiamo parlando di acque

 

domestiche o industriali analoghe, che non contengono

 

sostanze cumulabili (è questo il caso di Cuma per ammissione

 

degli stessi progettisti), mentre è noto che ogni scarico

 

industriale che non entri in questa categoria non può essere

 

immesso nella fognatura comunale se non dopo trattamento

 

adeguato a parte.

 

4) Il tempo richiesto per la posa in opera di una condotta

 

sottomarina è di 3-4 mesi ed essa entra in funzione immediatamente,

 

con il vantaggio che può farlo anche se non

 

tutte le fognature a monte sono allacciate. Inoltre può essere

 

dimensionata per una popolazione a venire praticamente

 

illimitata, purché se ne preveda la sezione con un modico

 

aumento di spesa.

 

Un impianto di depurazione richiede un tempo di

 

costruzione 3-4 volte maggiore; non ha l’elasticità di adattarsi

 

a funzionare con portate molto maggiori e molto

 

minori senza che il trattamento ne risenta; entra in regime

 

dopo un certo tempo dall’avviamento, sempre che si trovino

 

i tecnici capaci di farlo funzionare.

 

5) Il problema dei fanghi non si pone per le condotte sottomarine

 

perché non si formano; è invece cruciale per gli

 

impianti di depurazione. Essi dovranno essere scaricati con

 

camion in luoghi prescelti, o scaricati al largo con chiatte o

 

bruciati sul luogo con costosi sistemi di incenerimento che

 

comportano inquinamento atmosferico e degradazione paesaggistica.

 

Per tutte queste difficoltà, alla fine, si scaricano

 

sul luogo magari di notte o durante le piogge: ciò rappresenta

 

un assurdo perché, malgrado il costoso impianto che ciò

 

si proponeva di evitare, la costa riceverà materiale eutrofizzante

 

concentrato.

 

6) Le aree richieste per gli impianti di depurazione sono

 

enormi e spesso irreperibili in vicinanza dell’abitato (per

 

Cuma sono previsti 20 ettari in un luogo appartato). Ciò

 

comporta spesso canalizzazioni aggiuntive per portare il

 

tutto fuori dal centro abitato anche per questioni urbanistiche,

 

ambientali e igieniche. Reperire aree che non diano

 

fastidio agli abitanti è ben difficile lungo l’arco del Golfo.

 

La condotta sottomarina, invece, non richiede aree a terra,

 

e parte occultata.

 

Conclusione. C’è da chiedersi, allora, perché si fanno

 

questi impianti di depurazione se le condotte sottomarine

 

costano tanto di meno? La risposta l’ha data al recente convegno

 

di Alassio un competente del problema, l’ingegner R.

 

Olivotti dell’Istituto di Idraulica dell’Università di Trieste:

 

«Io sono per le condotte, ma sono ben lieto di progettare gli

 

impianti per evitare faticose lotte di convincimento, tanto

 

più che… le parcelle sono più alte».

In allegato per voi il numero monografico del Bollettino Assise di Napoli e del Mezzogiorno dedicato al tema  con diversi contributi .Da leggere:

 

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