L’esegesi della zitella

Pubblichiamo una bella pagina di una giovane scrittrice in erba Simona Vanni.

Mi è capitato spesso di sentir catalogare le donne non accompagnate, soprattutto dalle generazioni precedenti alla mia, con l’appellativo di “zitella”. Si tratta di un’ espressione gergale di origine antica, assai diffusa soprattutto nel secolo scorso, utilizzata per inidicare la categoria delle fanciulle nubili. La Treccani ne riporta il significato, ma non l’etimologia. Eppure, sebbene dal suono mi rimandi a un tipo di pasta rigata, dal nostro dialetto è facile arrivare al suo significato letterale. Le nonne insegnano che “vecchia zita” in napoletano sta per “vecchia zia”. Effettivamente non c’è termine più azzeccato per alludere all’assenza di maternità. Anche se oggi i due concetti possono coincidere, una volta dire di una donna che fosse zia significava escludere automaticamente che potesse essere madre. La zia era un individuo utero-munito che per una serie di motivi decideva di non impostare sul tasto “on” le sue preziose pelvi ed era deputata al ruolo di balia privilegiata, ma senza privilegi ( l’assenza di remunerazione alcuna). Proprio a tal proposito, abbandonando etimologia e significante della parola in questione, mi sembra importante una riflessione su come è cambiato il suo significato negli anni. Chi era e chi è oggi la zitella?
Premettendo che una ragazza della mia età non ancora accasata era già una zitella in erba, nell’immaginario collettivo di una volta una zitella era una donna con caratteristiche ben precise. Un’immagine molto stereotipata rafforzata anche da film e cartoni animati che l’hanno fatta rassomigliare sempre più ad una strega che ad una donna. Donna in età avanzata, dall’aspetto sgradevole e dai modi bruschi, priva di impulsi sessuali, arida e incapace di amare e, ovviamente, senza un uomo. L’accezione non ha mai avuto però una connotazione passiva. O meglio, la “zitellagine” non si è mai subita, ma è sempre stata una sorta di scelta personale del diretto interessato. Della serie “se sei zitella è colpa tua”. Oggi questo aspetto è rimasto invariato. Cambia l’incidenza del fenomeno ( fortemente in aumento) e il modo in cui la società lo percepisce. Oggi zitella non è sinonimo di repellenza, ma di libertà. Oggi, in alcuni casi, essere nubili fa figo, fa “donna risolta”. Cercando di rifuggire la deriva “trattato sociologico” nella quale temo di essermi già immessa, quello che mi preme evidenziare è chi è la zitella oggi. È quasi sempre una ragazza (di media se ne trova una in ogni gruppo di amici), molto spesso carina e simpatica, quella che ha tanti amici uomini, quella che non ha voglia di conoscere nessuno, ma puntualmente le vogliono presentare l’amico del cugino o il cugino dell’amico, quella che si impelaga in amori impossibili e ne rimane segnata per tutta la vita, quella che si innamora e sta male ma nessuno lo sa. Quella che aspetta, mettendo a rischio la sua giovinezza e la sua avvenenza, un uomo che si è costruita nella sua testa, ma allo stesso tempo spera di essere travolta da un uomo completamente diverso da quell’immagine fittizia. È quella che sta benissimo da sola, è emotivamente autosufficiente, ma starebbe ancora meglio con qualcuno. Quella convinta che nasciamo individui unici e integri e che un’altra persona non ci completerebbe, ma ci renderebbe solo l’esistenza più piacevole. Poi ci sono le zitelle di ultimissima generazione, quelle che sono sole per finta, quelle che si riempiono la bocca della parola libertà, quelle che rifuggono ogni vincolo emotivo, ma hanno talmente paura di stare sole che ogni giorno vanno mendicando in giro ” ruggiti” di passione da sconosciuti. Ecco, queste appartengono ad un’altra categoria, mi sembra che inizi sempre con la “z”, ma non ne sono sicura. Sono tante quante le zitelle, giuro. Ma questa è un’altra storia. Di origini altrettanto antiche.

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