La campanella del miracolo, l’Arcangelo Michele e la forte scossa sismica

Ciro Ferrigno ne ‘il racconto del lunedì’ narra la tragica vicenda

Potrebbe essere un'immagine raffigurante attività all'aperto

Tutti sentivano chiaramente i rintocchi che, dalla torre campanaria di San Michele, davano l’allarme: tutti li sentivano, senza ombra di dubbio. Era il pomeriggio del 5 giugno 1688, alta primavera e gli uomini stavano quasi tutti ancora al lavoro nei terreni, nelle filande, giù ai cantieri navali e nelle botteghe.

Quello che successe nelle case è facilmente immaginabile, le donne si ritrovarono da sole a gestire un’emergenza incomprensibile; era da escludere l’avvistamento di una nave corsara, perché un attacco da mare non sarebbe mai avvenuto nella piena luce del giorno, ma pur tuttavia, in modo distinto la campanella continuava a battere, insistente e cupa. Bisognava portare giù le persone inabili, prendere al volo i bambini dalle culle, riunire la famiglia e scappare, raccattando un po’ di cose necessarie, del danaro. Furono minuti di panico, un fuggi fuggi generale, grida scomposte nel chiamare i ragazzini ignari, riuniti a giocare nei cortili e correre via verso i punti fissati per i raduni. A passo svelto raggiunsero gli spiazzi in terra battuta, dove si interrogavano l’un l’altra del perché di quell’allarme: i turchi all’orizzonte, un incendio, dei banditi, un saccheggio, o cosa? Nel mentre, sopraggiungevano di corsa e con affanno anche gli uomini che, agli stessi rintocchi, si erano precipitati in strada per raggiungere case e famiglie.

Ma ecco, alle 18.30, minuto più, minuto meno, la terra cominciò a tremare in maniera spaventosa, cadevano calcinacci, crollavano tetti, muri, da ogni direzione boati e sibili agghiaccianti, si sventravano pareti ed un terribile tonfo giunse dalla parte della chiesa. In un enorme polverone era crollato il campanile di San Michele, era venuta giù la cupola con le maioliche gialle e verdi, il tetto si era sfondato. La campanella era precipitata giù con il campanile, riducendosi in mille frantumi, in minuscoli cocci.

Nei giorni che seguirono l’apocalisse, non si pensò di raccogliere i resti di quella campana e fu una perdita immensa, perché poco alla volta si chiarì che nessuno era salito sul campanile per dare l’allarme, nessuno avrebbe potuto sapere della prossima, devastante scossa di terremoto; quindi la campana aveva suonato da sola!? No, erano state le mani dell’Arcangelo Michele a tirare le corde, per soccorrere il Suo popolo. Dove finirono quei cocci, reliquie di un miracolo tanto grande? L’evidenza del fatto scrisse una delle pagine più belle del Patronato di San Michele sul popolo di Piano di Sorrento e l’emozione, dinanzi ad un miracolo così plateale fu tanta che, la popolazione fece a gara per ricostruire subito il campanile, così che un anno dopo era già in piedi, alto e funzionante, con le nuove campane fuse a Nocera Inferiore. Il parroco don Renato Mastellone fu visto percorrere la navata della chiesa disastrata con le braccia alzate, mentre ripeteva: “Guardate com’è ridotta la casa di Dio!” Uomo di tempra dura, il giorno dopo, festa di Pentecoste, celebrò messa dinanzi alla chiesa semidistrutta, iniziando di fatto la raccolta dei fondi per ricostruirla.

L’onda sismica era arrivata con inusitata violenza dal Sannio beneventano, dove le distruzioni furono enormi, con la perdita di migliaia e migliaia di vite umane. A Cerreto Sannita, la devastazione fu totale e morirono quattromila persone su ottomila, distruzioni e morti a Guardia Sanframondi, a Faicchio, a Benevento e nei paesi vicini. La potenza del terremoto fu stimata tra il decimo e l’undicesimo grado della scala Mercalli con epicentro nella zona Benevento – Cerreto Sannita, ma subirono gravi danni anche i territori di Avellino, Campobasso e Caserta. Il sisma fece tremare pure Napoli dove danneggiò edifici civili e religiosi. Una suora del Monastero delle clarisse di Cerreto Sannita appuntava: “Nell’anno del signore 1688 al 5 giugno ad ore venti di sabato di Pentecoste… nel tempo che ci ritrovammo a cantare vespera solenne, nell’intonare lo primo salmo di vespera fu la prima scossa, quali ci vidimo tutte morte, però la Madre Abadessa sor Giuditta Mazzacane diede loco di silenzio, e seguitimmo colo vespera, nel Benedicamus domino fu così terribile il terremoto, che ce retrovassimo tutte sepolte vive nel detto Coro, quali ne rimasero quaranta monache vive con la Badessa sor Giuditta angora viva…”

La sera del 23 novembre 1980 la campanella non suonò o nessuno la sentì? Il dubbio resterà per sempre e provocano una stretta al cuore, ambo le ipotesi. Certo è che tre secoli prima a Piano ci furono crolli, distruzioni, il panico, ma nessuna vittima, grazie proprio ai rintocchi angelici della campanella del miracolo!

Grazie agli Autori delle foto pubblicate

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