Il Put a Ravello unico baluardo contro la cementificazione

Il Put a Ravello unico baluardo contro la cementificazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania

sezione staccata di Salerno (Sezione Seconda)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

ex art. 60 cod. proc. amm.;
sul ricorso numero di registro generale 1844 del 2019, integrato da motivi aggiunti, proposto da
La Moresca S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, Marina Agnese Guerritore, Svieta Sullutrone, rappresentati e difesi dall’avvocato Lorenzo Lentini, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio, in Salerno, corso Garibaldi, 103;

contro

Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura distrettuale dello Stato di Salerno, domiciliataria ex lege in Salerno, c.so Vittorio Emanuele, 58;
Comune di Ravello, non costituito in giudizio;

per l’annullamento

del provvedimento del Responsabile dell’Area Tecnica – Servizio Edilizia Privata del Comune di Ravello prot. n. 16976 del 18 novembre 2019, recante diniego di permesso di costruire, del provvedimento del Responsabile dell’Ufficio Tecnico – Area Tecnica e Tecnico Manutentiva del Comune di Ravello prot. n. 16193 del 4 novembre 2019, recante diniego di autorizzazione paesaggistica, nonché dei pareri sfavorevoli della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Salerno e Avellino prot. n. 19158 del 4 settembre 2019 e prot. n. 5505 del 10 marzo 2020, pronunciati in relazione all’istanza dell’11 dicembre 2017, prot. n. 18663, concernente lavori di recupero di un fabbricato rurale collabente.

 

Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo;

Visti tutti gli atti della causa;

Visti gli artt. 60 cod. proc. amm., 84 del d.l. n. 18/2020 e 4 del d.l. n. 28/2020;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 17 giugno 2020 il dott. Olindo Di Popolo e uditi per le parti i difensori tramite collegamento da remoto, come specificato nel verbale;

Sentite le stesse parti ai sensi dell’art. 60 cod. proc. amm.;

 

Premesso che:

– col ricorso in epigrafe, La Moresca s.r.l. (in appresso, M.), Guerritore Marina Agnese (in appresso, G. M. A.) e Sullutrone Svieta (in appresso, S. S.) impugnavano, chiedendone l’annullamento, previa sospensione: — il provvedimento del 18 novembre 2019, prot. n. 16976, col quale il Responsabile dell’Area Tecnica – Servizio Edilizia Privata del Comune di Ravello aveva rigettato la domanda di permesso di costruire prot. n. 18663 dell’11 dicembre 2017; — il provvedimento del 4 novembre 2019, prot. n. 16193, col quale il Responsabile dell’Ufficio Tecnico – Area Tecnica e Tecnico Manutentiva del Comune di Ravello aveva rigettato la domanda di autorizzazione paesaggistica prot. n. 18663 dell’11 dicembre 2017, integrata il 25 luglio 2018 (prot. n. 11577); — il parere sfavorevole della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Salerno e Avellino (in appresso, Soprintendenza di Salerno e Avellino), preannunciato con nota del 22 luglio 2019, prot. n. 16596, e definitivamente espresso con nota del 4 settembre 2019, prot. n. 19158, in merito alla predetta domanda di autorizzazione paesaggistica prot. n. 18663 dell’11 dicembre 2017;

– il progetto denegato con i provvedimenti impugnati figurava proposto ai sensi degli artt. 20 del d.p.r. n. 380/2001, 5 e 7, comma 8 bis, della l. r. Campania n. 19/2009 (c.d. Piano Casa regionale) e prevedeva il “restauro e risanamento conservativo finalizzato al recupero a fini abitativi di un fabbricato rurale” collabente, in proprietà G. M. A. e S. S. e in locazione alla M., ubicato in Ravello, via Crocelle, n. 7, censito in catasto al foglio 6, particelle 527 e 2910, nonché ricadente in zona sottoposta a vincolo paesaggistico giusta d.m. 16 febbraio 1957 e d.m. 16 giugno 1966, classificata 3 (“Tutela degli insediamenti antichi sparsi o per nucleo”) del PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana, ed ET (“Agricola di tutela dei terrazzamenti della Costiera Amalfitana”) dal PRG di Ravello;

– nel motivare il proprio parere sfavorevole (dal quale erano, poi, derivati gli atti comunali declinatori dei richiesti titoli edilizio e paesaggistico), l’autorità tutoria statale aveva, segnatamente, rilevato che: — l’organismo edilizio originario non risultava compiutamente identificabile in relazione alle sue caratteristiche dimensionali, strutturali e morfologiche; — conseguentemente, non potevano dirsi integrati gli estremi del prospettato restauro e risanamento conservativo, bensì, semmai, quelli della ristrutturazione edilizia; — quest’ultima categoria di lavori non era, tuttavia, consentita, per la zona territoriale 3, dal PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana (non derogabile in forza della disciplina del Piano Casa regionale), e, quindi, per la zona ET, dal PRG di Ravello, che del primo costituisce obbligatoria declinazione;

– avverso siffatta determinazione, le ricorrenti deducevano, in estrema sintesi, che: — erroneamente e in difetto del presupposto, la Soprintendenza di Salerno e Avellino avrebbe escluso il mantenimento identitario della struttura originaria, cosicché l’intervento di recupero progettato potesse ricondursi all’orbita del restauro e risanamento conservativo, senza introduzione di un “aliquid novi” (per tale non potendosi intendere il rifacimento della copertura allo stato inesistente); — la ristrutturazione edilizia non sarebbe stata in radice vietata dal PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana per la zona territoriale 3 (essendo, tra l’altro, ivi espressamente consentite le opere di adeguamento funzionale con incremento volumetrico); — la disciplina del Piano Casa regionale sarebbe stata invocata, in sede di presentazione della domanda di permesso di costruire e di autorizzazione paesaggistica prot. n. 18663 dell’11 dicembre 2017, al fine di fruire della deroga non già alle disposizioni del PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana, bensì all’art. 4.1.10 delle NTA del PRG di Ravello, prescrittivo della ricostruzione filologica degli edifici, anche diruti; — in ogni caso, in forza del disposto dell’art. 12 bis della l. r. Campania n. 19/2009, anche le disposizioni del PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana sarebbero state cedevoli rispetto a quelle, di pari rango, contenute nel Piano Casa regionale (non essendo pertinente il richiamo, in senso contrario, alla sentenza della Corte costituzionale n. 11/2016, pronunciata nella distinta materia del recupero abitativo dei sottotetti); — la Soprintendenza di Salerno e Avellino avrebbe illegittimamente debordato dal perimetro delle competenze paesaggistiche in quello delle competenze urbanistico-edilizie;

– in esito alla camera di consiglio del 18 dicembre 2019, la Sezione, con ord. n. 618/2019, accoglieva, ai fini del riesame, la proposta domanda cautelare, sulla scorta della seguente motivazione: “ritenuto che la controversia in esame comporta la soluzione di questioni giuridiche (circa la ricomprensione dell’intervento de quo nell’ambito della nozione di restauro e risanamento conservativo) e, prima ancora, di fatto (circa l’effettiva consistenza delle opere oggetto del richiesto intervento in comparazione con le preesistenze documentate); considerato che anche al fine di approfondire entrambe le questioni nelle more della definizione del merito sembra utile imporre alla Soprintendenza un riesame della determinazione assunta alla luce dei motivi di ricorso con particolare riguardo alla attenta verifica della effettiva consistenza delle preesistenze documentate e, comparativamente, degli interventi richiesti, tenuto conto della documentazione prodotta dai ricorrenti anche nel presente giudizio”;

– in esecuzione dell’impartito ‘remand’ cautelare, la Soprintendenza di Salerno e Avellino preavvisava, con nota del 30 gennaio 2020, prot. n. 2118, confermava, con nota del 10 marzo 2020, prot. n. 5505, il proprio parere sfavorevole sul progetto controverso;

– tanto, tenuto conto che: — la stereometria originaria del fabbricato non si presentava sufficientemente determinabile, con precipuo riguardo alla tipologia di copertura, oltre che, più in generale, alla sagoma, così come, d’altronde, comprovato dalla sua classificazione catastale in categoria F/2, a guisa di “unità collabente”; — l’intervento progettato, dacché implicante il consolidamento delle strutture superstiti e il totale rifacimento delle molteplici mancanti (copertura, solai intermedi, volte, scale interne ed esterne), degli impianti (ivi compreso quello ascensore, ex ante inesistente), l’inserimento di nuovi ingressi e aperture, la realizzazione di 10 camere da letto con annessi bagni e la correlativa trasformazione funzionale del fabbricato, da agricolo-produttivo a turistico-ricettivo, risultava qualificabile non già come restauro e risanamento conservativo e nemmeno come ristrutturazione edilizia, non essendo rispettata la sagoma originaria, così come prescritto dall’art. 3, comma 1, del d.p.r. n. 380/2001, bensì come nuova costruzione; — né i lavori di ristrutturazione edilizia né, tanto meno, quelli di nuova costruzione erano consentiti, per la zona territoriale 3, dal PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana, e, quindi, per la zona ET, dal PRG di Ravello, che del primo costituisce obbligatoria declinazione; — e ciò, senza che le disposizioni di tutela contenute nei due citati strumenti pianificatori fossero derogabili in forza della disciplina del Piano Casa regionale ovvero in forza dell’art. 4.1.10 delle NTA del PRG di Ravello (riferito all’ipotesi di ricostruzione filologica degli edifici, anche diruti, nella specie impraticabile);

– tali atti erano impugnati con motivi aggiunti da G. M. A., da S. S. e dalla M.;

– lamentavano, in estrema sintesi, le ricorrenti che: — nel rieditare il proprio parere sfavorevole, l’autorità tutoria statale avrebbe radicalmente innovato la precedente valutazione, anziché attenersi al vincolo conformativo riveniente dal dictum cautelare di cui all’ord. n. 618/2019; — inoltre, erroneamente e in difetto del presupposto, avrebbe escluso che il residuo edificatorio esistente integrasse gli estremi dell’organismo edilizio, nonostante fossero rimasti preservati i principali tratti architettonici, tipologici e dimensionali dell’edificio preesistente (quali desumibili dall’esibita riproduzione fotografica dell’attuale stato dei luoghi), nonostante la copertura mancante fosse stata filologicamente restituita, in sede progettuale, alla sua conformazione genetica, e senza che assumesse rilievo la classificazione catastale in categoria F/2, a guisa di “unità collabente”; — conseguentemente, a dispetto di quanto ritenuto dall’amministrazione intimata, l’intervento controverso si sarebbe sostanziato in un restauro e risanamento conservativo; — nessuna trasformazione funzionale rilevante sarebbe stata prevista, atteso che il progetto denegato avrebbe mantenuto l’originaria destinazione prevalentemente residenziale, senza aggravi del carico urbanistico; — in ogni caso, si sarebbe trattato, al più, di ristrutturazione edilizia, la quale non sarebbe stata impedita dall’art. 3, comma 1, del d.p.r. n. 380/2001, non versandosi, nella specie, in ipotesi di totale ricostruzione di edificio interamente crollato; — la ristrutturazione edilizia non sarebbe stata in radice vietata dal PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana per la zona territoriale 3 (essendo, tra l’altro, ivi espressamente consentite le opere di adeguamento funzionale con incremento volumetrico); — la disciplina del Piano Casa regionale sarebbe stata invocata, in sede di presentazione della domanda di permesso di costruire e di autorizzazione paesaggistica prot. n. 18663 dell’11 dicembre 2017, al fine di fruire della deroga non già alle disposizioni del PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana, bensì all’art. 4.1.10 delle NTA del PRG di Ravello, prescrittivo della ricostruzione filologica degli edifici, anche diruti; — in ogni caso, in forza del disposto dell’art. 12 bis della l. r. Campania n. 19/2009, anche le disposizioni del PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana sarebbero state cedevoli rispetto a quelle, di pari rango, contenute nel Piano Casa regionale (non essendo pertinente il richiamo, in senso contrario, alla sentenza della Corte costituzionale n. 11/2016, pronunciata nella distinta materia del recupero abitativo dei sottotetti); — la Soprintendenza di Salerno e Avellino avrebbe illegittimamente debordato dal perimetro delle competenze paesaggistiche in quello delle competenze urbanistico-edilizie;

– costituitosi in resistenza l’intimato Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, eccepiva l’infondatezza dei gravami esperiti ex adverso;

– il ricorso veniva chiamato all’udienza del 17 giugno 2020 per la trattazione dell’incidente cautelare;

– nell’udienza camerale emergeva che la causa era matura per la definizione immediata nel merito, essendo integro il contraddittorio, completa l’istruttoria e sussistendo gli altri presupposti di legge;

– tramite collegamento da remoto sulla piattaforma “Microsoft Teams”, effettuato ai sensi dell’art. 4 del d.l. n. 28/2020 e del decreto del Presidente del Consiglio di Stato n. 134/2020, le parti venivano sentite, oltre che sulla domanda cautelare, sulla possibilità di definizione del ricorso nel merito e su tutte le questioni di fatto e di diritto che la definizione nel merito pone;

Considerato, in rito, che:

– in esecuzione del ‘remand’ cautelare impartito con ord. n. 618/2019, la Soprintendenza di Salerno e Avellino, con nota del 10 marzo 2020, prot. n. 5505, si è rideterminata, in senso nuovamente sfavorevole, sulla domanda di autorizzazione paesaggistica prot. n. 18663 dell’11 dicembre 2017;

– tale provvedimento ha assorbito e sostituito la precedente nota del 22 luglio 2019, prot. n. 16596, alla quale figura circoscritta la causa petendi del ricorso introduttivo, cosicché nessuna utilità pratica le proponenti potrebbero ritrarre da una pronuncia giurisdizionale di accoglimento di quest’ultimo;

– di qui, dunque, la sopravvenuta carenza di interesse alla coltivazione del gravame introduttivo;

Considerato che i motivi aggiunti si rivelano infondati nel perito per le ragioni sottoindicate;

Considerato, in primis, che il provvedimento impugnato non risulta fuoriuscire dal perimetro conformativo del ‘remand’ cautelare di cui all’ord. n. 619/2019: ciò, in quanto l’oggetto sostanziale della valutazione compiuta dall’autorità tutoria statale è rimasto sempre coerentemente riferito alla questione nodale dell’inquadramento dei lavori sottoposti a procedimento abilitativo e della relativa assentibilità alla stregua delle vigenti disposizioni di tutela paesaggistica; e in quanto il disposto riesame, vertente, in particolare (ma non solo), sull’“attenta verifica della effettiva consistenza delle preesistenze documentate e, comparativamente, degli interventi richiesti”, ben poteva implicare il precipitato logico della riqualificazione tipologica del progetto controverso;

Considerato, poi, che:

– quest’ultimo, a dispetto degli assunti attorei, non è oggettivamente riconducibile alla categoria del restauro e risanamento conservativo;

– ed invero, da un lato, lo stato dei luoghi emergente dalla documentazione grafica e fotografica esibita in giudizio (precipuamente a corredo della relazione tecnica della Soprintendenza di Salerno e Avellino prot. n. 26609 del 9 dicembre 2019) ritrae, ictu oculi, un compendio immobiliare avente le caratteristiche proprie non già dell’“organismo edilizio” ex art. 3, comma 1, lett. c, del d.p.r. n. 380/2001, bensì del mero rudere, privo di copertura, di solai intermedi, di volte interne, di taluni muri interni e perimetrali, significativamente classificato nella categoria catastale F/2 (“unità collabente”), e, d’altro lato, le opere programmate (“consolidamento delle strutture superstiti, … ricostruzione delle volte, dei solai intermedi e delle murature nonché … realizzazione della copertura …, degli impianti, delle scale interne e di una esterna su via Crocelle, di due nuovi ingressi e di nuove aperture, di un pergolato ligneo sul nuovo terrazzo di copertura e … installazione di un impianto di ascensore di collegamento tra i vari piani”), siccome anche finalizzate alla radicale trasformazione funzionale di un originario fabbricato rurale-residenziale in struttura turistico-ricettiva (non spiegandosi altrimenti la previsione di ben 10 camere da letto con annessi bagni), con conseguente aggravio del carico urbanistico, rivestono una portata ampiamente debordante dalla sfera del restauro e risanamento conservativo;

– in particolare, la copertura (in parte a falde e in parte a terrazzo) e, con essa, la complessiva sagoma della struttura risultano inferite – al pari del “volume retrostante prospiciente via Crocelle” (cfr. “parere istruttorio urbanistico” a cura del Responsabile del procedimento presso l’Ufficio Tecnico – Servizio Edilizia Privata del Comune di Ravello) – in via meramente analogica rispetto all’edificazione circostante, piuttosto che essere riprodotte in termini filologicamente fedeli (tant’è che l’esibita Relazione paesaggistica a corredo dell’istanza dell’11 dicembre 2017, prot. n. 18663, ritrae contraddittoriamente, a p. 37, nonché nello “stato di progetto” e nei fotoinserimenti ora una copertura unica, a terrazzo, ora una copertura mista, a tetto e terrazzo);

– nel gravato parere sfavorevole di cui alla nota del 10 marzo 2020, prot. n. 5505, si osserva efficacemente, sul punto, che: “… è lo stesso CTP che, in palese contraddizione con se stesso, riferisce che ‘se da un lato una piccola parte [sic] dell’antico fabbricato è diruta (in particolare l’originaria copertura), dall’altro i caratteri plano-volumetrici e architettonici sono tutti oggi ancora presenti e riconoscibili’. Circostanza questa smentita poche righe dopo dallo stesso CTP che aggiunge: ‘… la documentazione fotografica, allegata al progetto, dimostra chiaramente che la copertura proposta (parte a terrazza e parte a falde) corrisponde integralmente alla copertura originaria dell’edificato rurale tipico della Costiera Amalfitana della Seconda metà del 1800’. Si faccia attenzione: la copertura proposta ‘corrisponde integralmente’ non a quella originaria dell’edificio in esame (che non è nota a nessuno, neanche al CTP) ma alla tipologia ricorrente nelle coperture degli edifici rurali ottocenteschi della Costiera Amalfitana. La ricostruzione proposta è dunque, per esplicita ammissione dello stesso CTP, una mera ipotesi. Che il progetto sia fondato su un’ipotesi, e neanche tanto verosimile, lo dimostra anche il parere della Commissione Locale per il Paesaggio che, nell’assentire l’intervento, subordina il parere favorevole alla duplice condizione di abbassare di circa 60 cm l’altezza interna prevista per la nuova copertura e di non realizzare su di essa le finestre a raso (tipo Velux). Invero, la valutazione del reale stato attuale dei luoghi, ampiamente rappresentato anche nella documentazione fotografica allegata all’istanza, dovrebbe essere oggettiva, non opinabile, non soggettiva e, dunque, non discutibile. Essa mostra un manufatto di cui sono crollati copertura, solai interni e parte delle murature interne e perimetrali. Resta leggibile in misura maggiore, ma sempre parziale, la sola muratura del fronte principale mentre di quelle interne, quelle laterali e su via Crocelle, in quanto interessate da maggiori dissesti, sopravvivono resti minori. Lo stesso Responsabile comunale … nel suo ‘parere istruttorio urbanistico’ afferma: ‘considerato che in seguito a sopralluogo, dall’analisi degli elaborati grafici di rilievo e dal confronto con gli con gli altri manufatti agricoli limitrofi e caratteristici della Costiera Amalfitana: – si condivide la ricostruzione del piano seminterrato e del piano terra; – la consistenza del piano primo risulta costituita soltanto dal corpo principale sul fronte sud per il quale si ipotizza una copertura a falda; – non si riscontra la presenza del volume retrostante prospiciente via Crocelle’. Nell’intera documentazione trasmessa non sono rinvenibili documenti o immagini d’epoca che possano far presumere – seppure senza pretendere l’esattezza al centimetro ma con sufficiente certezza – quale fossero effettivamente la posizione e l’andamento della copertura e, con essa, la consistenza e la configurazione del fabbricato. Sulla base degli elementi sinora prodotti, anche in sede di giudizio amministrativo, è dunque impossibile definire quale fosse la morfologia del vecchio fabbricato, quale la tipologia di copertura (che viene proposta in parte piana e in parte a falde), quale il suo ingombro volumetrico, quale, in definitiva, la sagoma. A conferma di ciò, si evidenzia che il tecnico progettista, non avendo rinvenuto alcuna documentazione storica in ordine all’originaria consistenza del fabbricato, ha proposto la ricostruzione della copertura avvalendosi dell’analisi di manufatti aventi analoga fattura presenti sul territorio, secondo criteri tipologici del tutto aleatori, ipotetici e non fondati su alcun elemento probatorio. La circostanza è, come sopra evidenziato, confermata dallo stesso CTP”;

Considerato, altresì, che:

– non si rivela suscettibile di riscuotere miglior sorte la prospettata assentibilità dell’intervento programmato sotto forma di ristrutturazione edilizia;

– ed invero, la riscontrata incertezza ‘semantica’ circa la morfologia del fabbricato preesistente induce già ad escludere la riconducibilità alla categoria declinata dall’art. 3, comma 1, lett. d, del d.p.r. n. 380/2001, che postula l’identità di sagoma per gli immobili ricadenti in zone sottoposte a vincoli paesaggistici, quale, appunto, quello in discussione;

– in questo senso, sono esportabili gli arresti giurisprudenziali sanciti in materia di ristrutturazione edilizia ante-novella ex art. 30 del d.l. n. 69/2013, conv. in l. n. 164/2014, di cui l’ipotesi di intervento in zona paesaggisticamente vincolata mantiene sostanzialmente i connotati che: “La ristrutturazione edilizia – osserva Cons. Stato, sez. VI, 5 dicembre 2016, n. 5106 – presuppone come elemento indispensabile la preesistenza del fabbricato nella consistenza e con le caratteristiche planivolumetriche ed architettoniche proprie del manufatto che si vuole ricostruire (Cons. Stato, sez. IV, 15 settembre 2006 n. 5375). Non è sufficiente che si dimostri che un immobile in parte poi crollato o demolito è esistente, ma è necessario che si dimostri oltre all’an anche il quantum e cioè l’esatta consistenza dell’immobile preesistente del quale si chiede la ricostruzione. Occorre, quindi, la possibilità di procedere, con un sufficiente grado di certezza, alla ricognizione degli elementi strutturali dell’edificio, in modo tale che, seppur non necessariamente “abitato” o “abitabile”, esso possa essere comunque individuato nei suoi connotati essenziali, come identità strutturale, in relazione anche alla sua destinazione (in casi analoghi la giurisprudenza ha preteso che l’immobile esista quanto meno in quelle strutture essenziali che, assicurandogli un minimo di consistenza, possano farlo giudicare presente nella realtà materiale: Cons. Stato, sez. V, 21 ottobre 2014, n. 5174; 15 marzo 1990, n. 293 e 20 dicembre 1985, n. 485). Del resto, come chiarito dalla giurisprudenza, la c.d. demo-ricostruzione – ovvero un’incisiva forma di recupero di preesistenze comunque assimilabile alla ristrutturazione edilizia – tradizionalmente pretende la pressoché fedele ricostruzione di un fabbricato identico a quello già esistente, dalla cui strutturale identificabilità, come organismo edilizio dotato di mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura, non si può dunque, in ogni caso, prescindere (Cons. Stato, sez. V, 10 febbraio 2004, n. 475). L’attività di ricostruzione di ruderi è stata invece concordemente considerata, a tutti gli effetti, realizzazione di una nuova costruzione (cfr. Cass. pen., 20 febbraio 2001, n. 13982; Cons. Stato, sez. V, 1° dicembre 1999, n. 2021), avendo questi perduto i caratteri dell’entità urbanistico-edilizia originaria sia in termini strutturali che funzionali”; “La ricostruzione di un rudere – soggiunge TAR Lombardia, Brescia, sez. I, 26 settembre 2017, n. 1167 – non è riconducibile nell’alveo della ristrutturazione edilizia e neppure in quello del risanamento conservativo, integrando in sostanza un’attività di nuova costruzione, attesa la mancanza di elementi sufficienti a testimoniare le dimensioni e le caratteristiche dell’edificio da recuperare: in particolare, un manufatto costituito da alcune rimanenze di mura perimetrali, ovvero un immobile in cui sia presente solo parte della muratura predetta, e sia privo di copertura e di strutture orizzontali, non può essere riconosciuto come edificio allo stato esistente”;

– l’ipotizzata ristrutturazione edilizia non è, peraltro, contemplata dall’art. 17 del PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana per la zona territoriale 3 (“Tutela degli insediamenti antichi sparsi o per nucleo”), di ubicazione dell’immobile controverso, dovendosi, all’evidenza, considerare non già un ‘quid pluris’, bensì un ‘quod minus’ rispetto ad essa l’ivi consentito “adeguamento funzionale … degli alloggi», siccome espressamente previsto in via eccezionale (“una tantum”), nonché, soprattutto, siccome dimensionalmente e funzionalmente vincolato ai soli “fini della creazione dei servizi igienici”;

– la stessa neppure è rimodulabile a guisa di “intervento su ruderi”, ossia a guisa di “ricostruzione filologica” dell’edificio preesistente, ammessa dall’art. 4.1.10 del PRG di Ravello, così come adeguato al citato PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana, la copertura (in parte a falde e in parte a terrazzo) e, con essa, la complessiva sagoma della struttura originaria essendo state, nella specie, inferite – come visto – in via meramente analogica rispetto all’edificazione circostante, piuttosto che essere riprodotta in termini filologicamente fedeli

Considerato, ancora che:

– questa Sezione ha già avuto modo di argomentare che la disciplina del PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana (l. r. Campania n. 35/1987), in quanto volta a tutelare i primari valori paesaggistici, prevale inderogabilmente, elidendola, su quella del Piano Casa regionale (l. r. Campania n. 19/2009) (cfr. sent. n. 570/2020; n. 589/2020), ivi compresa la disposizione premiale sul recupero dei ruderi (art. 7, comma 8 bis), stanti le intuitive ricadute di simili interventi sull’assetto naturale e architettonico del territorio;

– in particolare, in base ad un consolidato orientamento giurisprudenziale, formatosi sulla precipua scorta delle statuizioni di Corte cost. 29 gennaio 2016, n. 11, nonché in ragione della riconosciuta valenza paesaggistica del PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana, è stata riconosciuta la supremazia di quest’ultimo rispetto alle disposizioni ad esso ipoteticamente derogatorie, quali, appunto, quelle del Piano Casa regionale (cfr., in tal senso, TAR Campania, Napoli, sez. VII, 14 ottobre 2013, n. 4617; 23 giugno 2015, n. 3318; 2 settembre 2017, n. 4224; 31 gennaio 2018, n. 667; 20 gennaio 2019, n. 975; Salerno, sez. II, 19 febbraio 2019, n. 296; Napoli, sez. VII, 3 ottobre 2019, n. 4709).

– come osservato da TAR Campania, Napoli, sez. VII, 23 giugno 2015, n. 3318, il Piano Casa regionale “regolamenta gli interventi edilizi assentiti in via eccezionale, in rapporto alla connessa disciplina urbanistica, consentendo la deroga alla medesima, senza nulla prevedere in merito alla deroga ai piani paesaggistici o ai piano territoriali di coordinamento con specifica considerazione dei valori paesistici e ambientali”;

“Né – prosegue la decisione citata – la capacità derogatoria rispetto a vincoli paesaggistici di inedificabilità – sia pure di carattere relativo – può ricavarsi dall’art. 3 disciplinante i casi di esclusione, o dall’art. 12 bis, comma 2, della medesima legge. Infatti la previsione dell’art. 3, nell’annoverare fra le ipotesi di esclusione alla lett. d gli interventi edilizi “collocati nelle aree di inedificabilità assoluta ai sensi del decreto legislativo n. 42/2004, e nelle aree sottoposte a vincoli imposti a difesa delle coste marine, lacuali, fluviali secondo le disposizioni dell’articolo 142 del medesimo decreto legislativo, a tutela ed interesse della difesa militare e della sicurezza interna”, non comporta a contrario che, nei casi in cui il vincolo di inedificabilità sia solo relativo, l’intervento comportante il richiesto aumento volumetrico sia ammissibile. Ed invero l’art. 3 prevede gli interventi in astratto inammissibili al godimento dei benefici di cui alla l. r. n. 19/2009; in concreto va peraltro di volta in volta verificato se l’intervento sia compatibile con i vincoli paesaggistici di inedificabilità relativa, potendo pertanto ammettersi laddove il vincolo paesaggistico vieti la sola nuova costruzione e non anche la ristrutturazione con aumento di volumetria … ovvero consenta la nuova costruzione a certe condizioni o al ricorrere di certi presupposti. In tale ottica va del pari letta la prescrizione di cui al comma 2 dell’art. 12 bis della legge de qua, secondo cui “Le norme della presente legge prevalgono su ogni altra normativa regionale, anche speciale, vigente in materia, fermo restando, per le zone vincolate, il parere obbligatorio delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso, così come individuate dall’articolo 32 della l. n. 47/1985 e successive modifiche”, dovendosi la prevalenza della legge medesima, a prescindere dall’ammissibilità di una simile generalizzata ed indifferenziata deroga, correlarsi alla sola materia urbanistica e non anche alla materia paesaggistica. Ciò anche avuto riguardo all’eccezionalità della normativa sul “Piano Casa” e pertanto alla necessità di una sua interpretazione restrittiva, ai sensi dell’art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale secondo cui “Le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerate”. Né in senso difforme depone il riferimento per le zone vincolate al parere obbligatorio dell’amministrazione preposta alla tutela del vincolo, secondo le prescrizioni di cui all’art. 32 della l. n. 47/1985, dovendosi intendere il richiamo a tale normativa operato a soli fini procedimentali, potendo detto l’intervento ammettersi in conformità al vincolo paesaggistico, come innanzi osservato, laddove lo stesso consenta la nuova costruzione a determinate condizioni o al ricorrere di determinati presupposti, ovvero, pur non consentendo la nuova costruzione, ammetta interventi di ristrutturazione con aumento volumetrico, previo parere dell’autorità preposta alla tutela del vincolo. Così ricostruita la ratio della legge de qua, in conformità del resto con il dato letterale, quale evincibile dalla lettura degli art. 4 e 5, che fanno riferimento alla sola deroga agli strumenti urbanistici, la stessa giammai potrebbe prevalere sulla l. r. n. 35/1987 di approvazione del PUT, peraltro neppure richiamata nella l. r. n. 19/2009. La generalizzata previsione di cui all’art. 12, comma 2 bis, pertanto non potrebbe in alcun modo leggersi come deroga al PUT – sia pure in relazione a quelle sole zone sottoposte a vincoli di inedificabilità relativa – anche in considerazione del rilievo che una norma eccezionale e premiale, quale quella sul “Piano Casa”, destinata pertanto ad applicarsi solo in relazione alle fattispecie e nei limiti temporali espressamente previsti, non potrebbe giammai derogare, in forza del disposto dell’art. 14 sulle disposizioni della legge in generale, in mancanza di espresso riferimento – fatta peraltro salva la questione di legittimità costituzionale della deroga medesima – ad una normativa speciale quale quella recata dalla l. r. n. 35/1987, riferita alla tutela di un bene specifico, quale il paesaggio, e relativa ad un territorio circoscritto della Regione Campania con particolare rilevanza paesaggistica. In questo senso, peraltro, ed in mancanza di espressa deroga, depone anche la necessità, alla luce di quanto innanzi osservato, di optare per una interpretazione costituzionalmente orientata, da privilegiarsi senza dubbio laddove, come detto, l’interpretazione letterale e sistematica non deponga per una deroga espressa al PUT. Ed invero, quando il legislatore regionale ha voluto derogare alla disciplina recata dal PUT, data la sua valenza di normativa speciale, lo ha fatto espressamente come avvenuto ad esempio con la previsione di cui all’art. 6 della l. r. n. 15 del 2000 in materia di recupero abitativo dei sottotetti, secondo cui ‘Ferme restando le condizioni di cui al precedente articolo 4, il recupero abitativo dei sottotetti, esistenti alla data del 17 ottobre 2000, può essere realizzato anche in deroga alle prescrizioni della legge regionale 20 marzo 1982, n. 14, della legge regionale 20 marzo 1982, n. 17 e della legge regionale 27 giugno 1987, n. 35, dei piani territoriali urbanistici e paesistici, dei provvedimenti regionali in materia di parchi, con esclusione della zona A di cui all’articolo 22 della legge regionale 1° settembre 1993, n. 33, nonché degli strumenti urbanistici comunali vigenti o itinere e dei regolamenti edilizi vigenti’”;

Considerato, infine, che:

– rientrava appieno nel perimetro delle competenze proprie dell’organo ministeriale la valutazione in merito alla compatibilità del progetto elaborato dalla ricorrente con la disciplina del PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana;

– come accennato, quest’ultima è, infatti, finalizzata alla salvaguardia dei valori primari di ordine paesaggistico, consacrati dall’art. 9, comma 2 Cost., che, appunto, le autorità in parola sono elettivamente chiamate ad assicurare;

– in particolare, nel senso della valenza paesaggistica del PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana, TAR Campania, Napoli, sez. VII, 23 giugno 2015, n. 3327 ha osservato che “esso è stato adottato in attuazione della previsione dell’art. 1 bis della l. n. 431/1985, di conversione in legge, con modificazioni, del d.l. 27 giugno 1985, n. 312, secondo cui ‘con riferimento ai beni e alle aree elencati dal quinto comma dell’articolo 82 del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n. 616, come integrato dal precedente articolo 1, le regioni sottopongono a specifica normativa d’uso e di valorizzazione ambientale il relativo territorio mediante la redazione di piani paesistici o di piani urbanistico-territoriali con specifica considerazione dei valori paesistici ed ambientali’”;

– “Il PUT pertanto, formalmente approvato con legge regionale, da un punto di vista sostanziale – prosegue la decisione richiamata – si configura come Piano territoriale di coordinamento con specifica considerazione dei valori paesistici e ambientali, assimilabile peraltro – secondo la previsione di cui all’art. 135, comma 1, d.lgs. n. 42/2004 (“le Regioni sottopongono a specifica normativa d’uso il territorio mediante piani paesaggistici, ovvero piani urbanistico-territoriali con specifica considerazione dei valori paesaggistici “) – ad un piano paesaggistico latu sensu inteso. Alle previsioni contenute nel medesimo piano deve essere pertanto attribuita specifica valenza paesaggistica” (cfr. anche Cons. Stato, sez. VI, 26 maggio 2015, n. 2652, secondo cui il PUT dell’Area Sorrentino-Amalfitana si configura a guisa di “piano territoriale con specifica considerazione dei valori paesistici e ambientali”);

– non senza soggiungere che il ravvisato difetto manifesto dei pregiudiziali requisiti di assentibilità urbanistico-edilizia avrebbe potuto persino giustificare, almeno sul piano della formale correttezza procedimentale, e in omaggio ai canoni basici di economia ed efficacia dell’agere amministrativo (cfr. TAR Marche, Ancona, 18 agosto 2016, n. 487), l’esonero dall’accertamento in merito alla compatibilità paesaggistica del progetto in rassegna;

Ritenuto, in conclusione, che:

– essendo sopravvenuta la carenza di interesse a coltivarlo, il ricorso introduttivo va respinto, mentre, stante la loro acclarata infondatezza, i motivi aggiunti vanno respinti;

– tenuto conto della complessità delle questioni dedotte, appare equo compensare interamente tra le parti le spese di lite;

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, Sezione staccata di Salerno (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando:

– dichiara improcedibile il ricorso introduttivo;

– respinge i motivi aggiunti;

– compensa interamente tra le parti le spese di lite.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Salerno nella camera di consiglio del giorno 17 giugno 2020, svoltasi tramite collegamento telematico da remoto, ai sensi dell’art. 84, comma 6, del d.l. n. 18/2020, con l’intervento dei magistrati:

Nicola Durante, Presidente

Olindo Di Popolo, Consigliere, Estensore

Igor Nobile, Referendario

L’ESTENSORE IL PRESIDENTE
Olindo Di Popolo Nicola Durante

IL SEGRETARIO

 

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