Il pittore Carlo Amalfi di Carotto

Ne ‘Il racconto del lunedì’ Ciro Ferrigno parla di una delle Casate che nel passato ha dato maggior lustro

Foto tratta da Wikipedia del Ritratto di Maria Amalia di Sassonia, attribuito a Carlo Amalfi

Una delle Casate che nel passato ha dato maggior lustro a Carotto è, senza dubbio, quella degli Amalfi. Risaltano almeno cinque personaggi: Nicola,dottore in legge ed in medicina, uomo di singolarissimo ingegno, fu segretario del Re, Francesco Saverio, che fu attivo nelle vicende della Repubblica Napoletana del 1799, Gaetano, Avvocato e ricercatore, Autore di varie pubblicazioni che riguardano usi e costumi, canti e racconti della penisola Sorrentina, Carlo, caduto della Prima Guerra Mondiale ed infine ancora un Carlo, importante pittore, che visse nel XVIII secolo, le cui opere sono conservate a Napoli, Sorrento e Nocera Inferiore.

Il Carlo pittore, nome completo Carlo Aniello Detio Amalfi, nacque a Carotto il 5 novembre 1707, da Andrea e Orsola Scarpato, ma fu battezzato nella Cattedrale di Sorrento, perché la chiesa di San Michele, era tutto un cantiere, a causa del terremoto del 1688; vi erano lavori in corso, a conclusione dei quali, sarebbe stata riconsacrata. Si sa ben poco della sua vita; era figlio di un marittimo, ma non volle seguire le orme paterne, essendo portato verso le belle arti e la pittura in particolare. Fu messo a bottega presso un prestigioso artista napoletano, Sebastiano Conca, dove apprese quanto necessario per affermarsi. Nella Capitale era tenuto in gran considerazione dal re Carlo III di Borbone; eseguì gli affreschi delle Regioni, in due saloni di Castelcapuano, compresa la Sala del Gran Consiglio, con il ritratto dei primi Legislatori del Regno e quello del Re a cavallo (1752). Ancora da ricordare il gran numero di ritratti, genere dove riusciva particolarmente bene: tra gli altri, quelli di Raimondo e Ferdinando di Sangro, per la Cappella Sansevero e quello di Giannantonio Sergio, oggi al Museo di San Martino.

Sorrento conserva parecchie sue opere, nella Basilica di Sant’Antonino, nella Congrega dei Servi di Maria, nelle chiese dell’Addolorata e di San Paolo, ed un “Ignoto gentiluomo” al Museo Correale. Una sua pala d’altare è a Turi, in Puglia. Trascorse gli ultimi anni della vita a Nocera, dove eseguì ritratti di ecclesiastici e figure di santi. Nel volumetto “Leggende popolari sorrentine” di G. Canzano Avarna, pubblicato a Sant’Agnello nel 1883, vi è una storia che ha per titolo “Il Vervece”, che riguarda proprio il nostro pittore.

Raggiunta la notorietà ed una posizione di prestigio anche alla corte dei Borbone, l’Amalfi era continuamente perseguitato da un certo Luigi Blower, anch’egli pittore, affetto da un male molto grave, la gelosia professionale. Le scortesie e le prepotenze furono tante e tali che, ad un certo punto, l’Amalfi decise di dargli una lezione: dipinse un diavolo con il volto del rivale. Per questo fatto, ritenuto colpevole di oltraggio, fu condannato ad un anno di reclusione. Passarono gli anni, i due tornarono a frequentarsi, tanto che un giorno erano in barca per una gita al Vervece. Si alzò il mare e Luigi chiese di essere portato subito sulla terraferma, era spaventatissimo e non sapeva nuotare. Carlo lo fece scendere al Vervece e si allontanò con la barca, gridandogli che avrebbe avuto tutto il tempo di pensare al male che gli aveva fatto con la sua gelosia. In realtà Carlo Amalfi tornò allo scoglio poco tempo dopo per riprenderlo ma, con grande sgomento, si rese conto che il Blower non c’era più. Al Vervece non c’era alcun segno di vita. L’uomo era stato soccorso da alcuni pescatori di Procida, ma nulla sapendo, Carlo Amalfi, ritenendolo morto per colpa sua, ne portò lo scrupolo ed il rimorso per tutto il resto della vita. Negli ultimi anni si trovava a Nocera, quando si rese conto che si avvicinava l’ultima ora e chiese di un religioso. Al frate, che sopraggiunse, confidò il suo grande rimorso e chiese perdono per quel peccato che lo tormentava. Il monaco, in lacrime, lo abbracciò e lo perdonò, infatti era proprio Luigi Blower, diventato cappuccino dopo quella vicenda traumatica, che gli aveva cambiato la vita.

Carlo Amalfi si spense a Napoli, nel 1787.

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