IL PD NOMINA IL RESPONSABILE DELL’ECONOMIA. CONTRO IL SUD

DAL BLOG DI PINO APRILE. IL PD NOMINA IL RESPONSABILE DELL’ECONOMIA. CONTRO IL SUD

di Pino Aprile
Che significa la nomina di Emanuele Felice a responsabile economico del Pd? Che c’è sintonia, consonanza, ci si merita reciprocamente. È così? Vediamo: Felice fu catapultato su una cattedra universitaria, dopo un libro che sin dal titolo nega fatti e cause della Questione meridionale: “Perché il Sud è rimasto indietro”? “Rimasto”, capito, sì?, non lasciato, condannato, costretto con una guerra non dichiarata, centinaia di migliaia di vittime, deportati, incarcerati, la distruzione di una economia che vedeva al Sud i più grandi stabilimenti industriali allora esistenti in Italia e, da allora in poi, una politica discriminatoria feroce ancora oggi (840 miliardi sottratti in 15 anni al Sud, per dirottarli alle tangenti del Mose, dell’Expo, della Tav e altre “grandi opere” pubbliche solo a Nord).

Non c’è, nel libro di Felice, una cosa che non sia sbagliata, negativa, disonesta, se meridionale; né una che non sia giusta, positiva, onesta, se nordica. Un mondo perfetto; ma di un altro universo, perché, nel nostro, tutto è sbagliato di un errore minimo e ineliminabile, “la costante di Planck”. Felice sostiene che, al momento dell’Unità, il Sud era molto più povero del Nord: “con tutta probabilità” (cioè sì o no?). È stato smentito, con i suoi stessi dati, dai professori Vittorio Daniele e Paolo Malanima, che in una replica di 22 pagine di precisazioni, smentite e correzioni, gli chiedono pure conto del fatto che nel suo libro, il divario “preesistente” fra Nord e Sud viene indicato del 15 per cento, o del 18, anzi meno del 10, quindi fissato, Felice e Dio sanno come, o forse solo Felice, al 25.

Peccato che una marea di studi (dalla Banca d’Italia, all’università di Bruxelles, alla massima autorità scientifica del Fondo Monetario internazionale) dicano il contrario e le ricerche più recenti, specie dei professori Daniele e Malanima, con migliaia di dati (inediti, perché nessuno storico li ha mai cercati in un secolo e mezzo, pur se erano “nascosti” in bella mostra al ministero del Tesoro), lo confermano ormai senza alcun dubbio: la Questione meridionale è conseguenza del modo in cui è stata unificata l’Italia e di come è da allora governata (Tav al Nord, nessun treno a Sud, o scarsi e dismessi dal Nord). Ma Felice (“Tutta colpa del Sud”, ed ebbe la docenza; decenza un po’ meno), in perfetto allineamento con il potere nord-centrico pigliatutto, condanna come teorie “assolutorie” del Sud e “accusatorie” contro il Nord ogni cenno alle discriminazioni antimeridionali e alle fiabette risorgimental-massoniche.

E persino quando il Sud sembra avere un merito, per lui vale al contrario. Se nel Regno delle Due Sicilie per povertà non si finiva in galera (come “per vagabondaggio”, nel Regno di Sardegna) e si costruivano “alberghi per i poveri”, la cosa va probabilmente ascritta al carattere paternalistico del governo borbonico. Il Regno delle Due Sicilie era l’unico in cui l’omosessualità non era reato? Una conferma dell’arretratezza del Sud, in cui i gay (che altrove rischiavano la galera) venivano per turismo sessuale (a questo, par di capire, si ridurrebbe il fenomeno culturale del Gran Tour che vide la riscoperta culturale dell’Italia da parte dell’intellighentia europea). Mentre oggi il Sud è arretrato, perché “è un mondo basato sul maschilismo e la repressione della diversità”.

Riassumo: quand’era repressivo il Nord, eravamo arretrati, perché tolleranti; quand’è tollerante il Nord, siamo arretrati, perché repressivi. Ricordai a Felice che al Sud due gay dichiarati sono stati eletti alla presidenza di importanti Regioni; mentre al Nord, di (almeno) uno, si sa, ma si finge di non sapere, nonostante la nota convivenza con il compagno (fatti loro. Ma almeno si vada piano con i pregiudizi a pioggia).
Dopo quel libro, Felice ne ha scritti altri e in pubblici dibattiti ha moderato alcune affermazioni. Ma le idee di fondo restano quelle. E che ancora oggi si insegni “Tutta colpa del Sud” all’università è avvilente: una conferma dell’uso politico della cultura e della storia a sostegno di un sistema di potere la cui vulgata può essere seriamente compromessa da nuovi studi, nuove ricerche (spesso a opera di non accademici che recuperano quello che titolari di cattedra evitano di trovare).

Il dibattito culturale si nutre di idee differenti (un po’ sospette, se coincidono con quel che assicura buone “sistemazioni”), e sarebbe più corretto se poggiasse sui dati che via via vengono prodotti, invece che tentare di negarli, per difendere quelli già acquisiti. Tutto legittimo. Come è legittimo che un partito scelga per le sue strategie chi ritiene le rappresenti e le sostenga meglio. Quindi, se il Pd si affida a Emanuele Felice, per l’economia, significa che così vuole dare conferma e continuità alla sua linea anti-meridionalistica. Un difettuccio ben celato nella storia della sinistra italiana, se già Gaetano Salvemini lamentava che quando c’era sciopero generale per i diritti degli operai del Nord, i braccianti agricoli meridionali incrociavano le braccia e quando c’era da farlo per i terroni, al Nord entravano in fabbrica. Di fatto, la sinistra (salvo belle eccezioni, per periodi limitati) è sempre stata dalla parte del potere economico del Nord.

Per fermarci agli ultimi anni: con Renzi padrone del partito e del governo, l’economia del Pd era Luigi Mariattin (oggi in Italia Viva), ovvero quello cui il Mezzogiorno deve, oltre che al leghista Giancarlo Giorgetti, al Pun, Partito Unico del Nord, e all’assenza colpevole dei parlamentari terroni della Commissione sul federalismo, gli “zero al Sud” per asili nido e trasporto pubblico urbano. E fu una rappresentante del Pd a dire che se i meridionali non hanno asili, è perché non li vogliono, quindi inutile farne a Sud.
Il Pd ebbe un’occasione unica e storica nel 2015, quando in tutte le Regioni del Mezzogiorno furono eletti presidenti del Pd. Ma invece di impostare un’azione comune e risanatrice del divario Nord-Sud, il governo (Pd pure quello) fece guerra a chi da Sud lo proponeva. Alle successive politiche, il partito vide migrare i consensi verso i cinque-stelle e tutto il Sud si colorò di giallo.

Quanto all’Autonomia differenziata, nemmeno la Lega ha fatto più porcherie del Pd (si pensi alla riforma del Titolo V della Costituzione che ha spalancato il baratro; al “patto” firmato dal governo Gentiloni ormai morto con il Veneto e le Regioni secessioniste per portar via la cassa; al documento congiunto dei consiglieri regionali Pd di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, per chiedere al partito di appoggiare Salvini, nel governo giallo-verde, perché l’Autonomia a vantaggio dei ricchi e contro il Sud fosse “priorità” (il M5S di Di Maio manifestava dubbi e frenava).
Parve si aprisse uno spiraglio quando l’allora deputato Francesco Boccia, con competenze riconosciute nel settore economia del partito, fece un intervento pubblico per dire: prima approvare i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni, ovvero i diritti uguali per tutti, poi le richieste dei ricchi di Autonomia differenziata. Ci avevamo creduto. Divenuto ministro alle Regioni e alla coesione, Boccia si converte: prima l’Autonomia differenziata, poi i Lep; entro 12 mesi. E se non ci si riesce in 12 mesi, resta tutto come prima: la spesa storica, ovvero storicamente anti-meridionale (tutto al Nord, zero al Sud).

Se tale partito sceglie quale responsabile economico Emanuele Felice, dobbiamo dedurne che la sintonia, consonanza, ci sono: si meritano reciprocamente. Se no la cosa sarebbe priva di senso. Che sia una mossa politicamente stupida, è un’idea che non deve averli sfiorati: il bottino su cui tutti i partiti vogliono mettere le mani sono i milioni di voti del Sud in libera uscita dal M5S, il più votato nel Mezzogiorno, alle scorse elezioni politiche.
Salvini pareva doverne far manbassa, ma le regionali in Calabria hanno mostrato che i like comprati sui social non sono voti e la felpa “Prima la Calabria” non basta (12 per cento alla Lega, terzo partito, per un pelo non quarto dopo FdI; appena 6 per cento a Cosenza). Il Pd dà l’idea che punti a risultati migliori fidando nella stampa fiancheggiatrice in loco, ma senza discostarsi dal Pun.

Il Partito Unico del Nord crede di avere ancora a che fare con un Sud immemore, inconsapevole, subordinato. Se così fosse, l’Autonomia differenziata sarebbe già passata: sono stati i terroni a tirar fuori i documenti che ne provano la somma ingiustizia; sempre loro a far montare la reazione popolare e a farla diventare questione nazionale. Non hanno capito niente. E forse è meglio così. I sistemi di potere che hanno ingessato il Paese e tenuto il Sud in stato coloniale sono ancora forti, fortissimi, ma non più onnipotenti. Il vecchio che vuol continuare non comprende il nuovo che sta nascendo. Grazie al Pd per avercelo ricordato.

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