IL PALAZZO D’’O CATARO… I racconti del lunedì del prof Ciro Ferrigno

IL PALAZZO D’’O CATARO

In Via Francesco Ciampa, quasi di fronte alla traversa Gottola, si innalza l’imponente palazzo Maresca, popolarmente noto come “Palazzo del Catàro”, costruito da Salvatore Maresca, capitano ed attivo armatore, verso il 1890. Egli, come tanti altri armatori della nostra penisola, durante la guerra di Crimea mise le navi a disposizione della Francia e della Gran Bretagna, dell’Impero Ottomano e poi del Piemonte, per il trasporto delle truppe e dei rifornimenti nel Mar Nero, facendo affari d’oro.
Il Maresca fu proprietario di varie navi tra le quali L’Oriente, in acciaio, del cantiere della Pertusola a Crotone, in Calabria e la Michele A e la Teocle, in legno, costruite a Cassano, tutte del tipo brigantino a palo. Nel grande numero delle famiglie Maresca locali, veniva distinta come d’‘o Cataro in riferimento all’antico mestiere di un avo di don Salvatore, il quale fabbricava recipienti di legno, detti in dialetto “cati”, utilizzati per il trasporto di merci aride come legumi, noci, nocciole ed altro e da qui il nome particolare di “Palazzo d’‘o Cataro”. La parola “cato” potrebbe essere di derivazione orientale e starebbe a indicare un recipiente di legno dove le popolazioni caucasiche deponevano l’uva appena colta.
Questo ramo della famiglia Maresca, vide declinare la sua fortuna con la morte del capitano Michele, figlio di Salvatore, disperso in Oceano nel 1911 col veliero in ferro Anfitrite. Fu in seguito a questa terribile perdita, che cessò l’attività armatoriale.
Il palazzo, che ha un’imponente facciata a quadroni rossicci, in origine era di due piani cui fu aggiunto un terzo. Il portale, sormontato dallo stemma dei Maresca, porta la data del 1890, che corrisponde al periodo di maggiore fioritura della ditta. I soffitti delle grandi stanze conservano spesso pregevoli stucchi ed affreschi, mentre alcuni pavimenti sono ancora in legno. Il palazzo non appare di particolare pregio architettonico ma spicca per la sua maestosità e negli anni migliori comprendeva sul lato interno un bell’agrumeto ed un giardino ricco di piante ornamentali e fiori.
L’attività armatoriale di Salvatore Maresca fu particolarmente lodevole in quanto egli si pose come continuatore di una tradizione che era oramai al tramonto. Infatti, dopo l’Unità d’Italia, i nostri cantieri dovettero affrontare la concorrenza di quelli della Liguria e del Veneto e per di più si trovarono a vivere un difficile momento di mutazione in quanto il legno, usato per la costruzione degli scafi, sempre di più cedeva il posto ad altri materiali, per i quali servivano altri cantieri ed investimenti ben più importanti. Sicuramente la morte del figlio Michele contribuì in maniera decisiva alla fine dell’esperienza armatoriale di questa famiglia, perché impedì a Salvatore Maresca di guardare al futuro, di fare progetti ed investire altri capitali. Rimane il bel Palazzo, come monumento eloquente alla nostra gente di mare, alla sua intraprendenza ed alla capacità di scrivere pagine e pagine di storia.
Il racconto del lunedì di Ciro Ferrigno

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