Il 600 a Vico Equense

Continua la riproposta dei saggi del prof.Giovanni pubblicati sul settimanale in edicola a partire dal sabato.
Ponti “PONTI” con la Storia: il 1600 a Vico
Uno spiraglio di umanesimo ma subito il ritorno alla feudalità malata dei Ravaschieri
L’arrivo dei Camaldolesi ma anche dei banditi al servizio del nobile brigante Girolamo, il commercio della neve del Faito ed il nuovo ricorso dei vicani esasperati
Sta per concludersi la settimana della cultura, dei musei e dei siti storico-artistici a “costo zero”, che ha registrato un imponente successo: circa 15.000 visitatori agli scavi di Pompei nella sola giornata di domenica scorsa, 30.000 nella medesima giornata, se si considerano anche i visitatori dei musei e gli altri siti storici di Napoli. Un chiarissimo segnale che c’è una sete di sapere storico e di cultura, ma anche una lezione ed un monito per i governanti odierni di una piccola comunità, come la nostra, di cui andiamo narrando la storia, che non sempre si mostrano all’altezza di questa “sete”, persuadendosi che la risposta sia in un bella carnevalata, qualche villaggio di Babbo Natale e, al più, un po’ di cultura gastronomica tra fiere della pizza e mangiatori vari. Tuttavia, come dice il filosofo Massimo Cacciari, nella sua ultima opera, Saggio sull’Umanesimo, “la Rinascita non consiste nel tentare di far risorgere il passato, bensì nel tentativo di risvegliare il presente”, e quindi noi ci proviamo riprendendo il filo della storia proprio con il mancato o tardivo Rinascimento vicano, riportando, come per gli altri secoli analizzati nelle altre occasioni di questa rubrica, prima un cenno sulla situazione politica generale, per passare poi alle vicende specifiche di Napoli e a quelle parallele di Vico.
Anche nel 1600, come nel secolo precedente, continua la dominazione spagnola per il Regno di Napoli, che oltre ad essere una provincia e non più un Regno, sarà saccheggiato e depredato di importanti opere d’arte, marginalizzato rispetto all’Europa, dove si affermavano diverse monarchie assolute e si assisteva a interessanti fermenti sociali e culturali, imbarbarito per quanto concerne la lingua, e vessato con una miriade di tasse che avevano l’unico scopo di rimpinguare le casse di Madrid. Nel 1647 con la rivolta popolare di Tommaso Aniello, più noto come Masaniello, scaturita da una ennesima tassa sulla frutta, si realizzerà per poche settimane a Napoli una Repubblica con governanti indigeni, a differenza dei precedenti Normanni, Angioni, Aragonesi, Castigliani e Spagnoli appunto: la più vasta e importate rivoluzione contadina che abbia mai conosciuto l’Europa occidentale nel seicento contro lo Stato e i nobili feudatari amici di questo, che, tuttavia, non condusse all’esito sperato di cacciare gli spagnoli e allentare la morsa delle tasse, ma ad una situazione persino peggiore, una “rifeudalizzazione”, con un ritorno indietro di almeno due secoli, come sostiene lo storico francese Fernand Braudel. Secondo questo storico, tuttavia, la rivolta di Masaniello fu preceduta da una “interminabile rivoluzione larvata”, che originò una ribellione sociale permanente e, quindi, la rivolta del 1647 ed i moti che ne seguirono, anche dopo l’uccisione di Masaniello.
Il feudo vicano nel 1600. Questa interminabile rivoluzione larvata, a nostro avviso, si realizzò anche per il fiero popolo del feudo vicano, dove, sovente, l’odio e la rabbia contro i nobili feudatari si slatentizzarono ed esplosero in diverse rivolte sociali: con l’excursus nei tre secoli precedenti al 1600, abbiamo appreso delle insurrezioni dei vicani nel 1300 contro la tremenda feudataria Giovanna d’Altamura, nel 1500 contro i Carafa e, adesso ci accingiamo a raccontare quella del 1642 contro il nobile-brigante Girolamo Ravaschieri.
Per la Città di Vico, il 1600 si apre con uno spiraglio di luce legato all’arrivo della feudataria principessa di Conca, Lucrezia Filomarino, e poi, dell’illuminato figlio di quest’ultima, Matteo Di Capua. La principessa comprò il feudo vicano nel 1601 per 40.000 ducati e l’anno successivo lo cedette al figlio Matteo, mecenate, umanista, esperto e collezionista d’arte, che restaurò ed ampliò il castello, presso il quale organizzava grandi spettacoli, oltre che per la nobiltà partenopea, anche per il popolo, ed acquisì diversi meriti, tra cui quello di aver creato una vasta biblioteca, una ricca pinacoteca, e di aver favorito la fondazione dell’eremo camaldolese coronese nella città vicana. In realtà, circa quest’ultima opera, per la quale concesse un contributo di soli 1500 ducati per l’acquisto del terreno, le vere istanze furono più di carattere sociale e politico che spirituale: al tempo era un prestigio avere ordini monastici nel proprio feudo, visto che i monaci erano legati ai nobili feudatari almeno come i preti diocesani lo erano al Vescovo. L’Eremo camaldolese coronese fu il quinto nel Regno di Napoli (dopo quelli di S. Angelo a Scala, Napoli, Nola e Torre del Greco) ed anche il penultimo, essendo precedente solo a quello dell’Avvocata sul monte tra Positano e Cava dei Tirreni. Questi monaci eremiti non accettarono la prima offerta del feudatario vicano, che proponeva S. Maria del Castello quale luogo per l’erezione dell’eremo, in quanto questo casale al tempo era attraversato da ben due vie di comunicazione e, quindi, poco tranquillo e rispondente alle caratteristiche di isolamento e silenzio necessarie che, invece, furono poi rintracciate sulla collina arolese in località Astichiano, dove effettivamente nel 1606 furono completati l’eremo, la chiesa e le annesse celle, ed avviata la comunità eremitica e cenobitica camaldolese che lì resterà fino alle ottocentesche soppressioni monastiche. L’illuminato Principe di Conca morì nel 1607 lasciando il feudo in eredità al dissolutissimo figlio Cesare che per debiti vendette tutta la pinacoteca, e poi anche lo stesso feudo nel 1629. L’acquisto del feudo, che, come ricordavamo, con questo secolo non verrà più assegnato dal sovrano regnante, ma venduto di volta in volta dai possessori, avvenne da parte del signore Ettore Ravaschieri, principe di Satriano.
I Ravaschieri, ultimi baroni di Vico. Con l’arrivo di Ettore Ravaschieri, ed in particolare, per merito del nipote Girolamo Ravaschieri, per i vicani finì il breve periodo di luce e di pace, e si ripiombò nelle tenebre della peggiore feudalità, infatti, quest’ultimo, che potremmo definire un nobile brigante, perseguitò ed angariò i vicani a tal punto che il popolo, stanco delle sopraffazioni e delle violenze subite, presentò un lungo e dettagliato ricorso al Vicerè nel quale, oltre ad esordire definendosi ”strapazzati e angariati da 12 anni”, elencavano e denunciavano quanto segue: 1) l’appropriazione da parte del feudatario del monte demaniale del Faito, presso il quale lo stesso vietò ai vicani la possibilità di andarvi a pascolare, a cacciare, o peggio ancora, ad appropriarsi della neve che il feudatario commerciava con Napoli per mezzo di barche e marinai a cui, è noto, imponeva di partire con violenze e minacce, da parte di taluni banditi calabresi che aveva al suo servizio, anche in caso di tempeste e mare molto agitato; 2) la sottrazione di alcune selve a taluni privati e senza motivo nel casale di Ticciano; 3) la consuetudine di rendere prigionieri secondo la sua discrezione cittadini vicani presso le orrende carceri del castello, così come le violenze fisiche perpretate verso le donne che vi si recavano per fare visita ai parenti; 4) l’imposizione al popolo, nel 1631, per mezzo di brogli, del sindaco Giuseppe Di Martino, dal quale pretese 20.000 ducati subito dopo la sua elezione; 5) l’assunzione nel 1641 di vassalli calabresi, veri e propri briganti e banditi, che venivano sguinzagliati in tutti i casali collinari, dove a colpi di archibugiate estorcevano soldi ed imprigionavano cittadini innocenti; 6) l’appropriazione delle acque sorgive pubbliche che fece deviare per alimentare i mulini di sua proprietà; 7) la richiesta di soldi per accomodare le strade cittadine, che in realtà venivano usati unicamente per aggiustare la via del Monte Faito per il commercio della neve; 8) la estorsione di soldi alla comunità monastica dei Celestini; 9) violenze fisiche nei confronti di un prete che fu ripetutamente bastonato da parte di un bandito e del Vescovo che fu costretto a perdonarlo. Questi i principali capi della denuncia, che per ovvi motivi di spazio abbiamo riassunto, così come riassumeremo anche l’accordo tra i vicani ed il suddetto feudatario Ravaschieri, a cui si addivenne nel 1644, e che regolamentò e limitò i suddetti abusi e ingiusti privilegi, particolarmente per quanto concerne l’uso della giustizia penale e delle carceri del Castello.
Il principe di Satriano, Ettore Ravaschieri, morì nel 1658 e a lui successe il nipote Francesco Ravaschieri che, nel 1660, stipulò un nuovo accordo con i vicani in cui si regolamentavano specificamente aspetti relativi alle tassazioni. Unico gesto gentile, come lo definì don Antonino Trombetta, della famiglia Ravaschieri e di tutti i feudatari precedenti, fu la donazione di Teresa Ravaschieri per la costruzione di una nuova casa comunale: per il resto questa famiglia, che rappresenterà e impersonificherà l’ultimo feudalesimo di Vico, e che incontreremo anche nel prossimo lavoro sul 1700, non fu particolarmente illuminata e lungimirante nel governare un popolo stremato e scorticato vivo dalle tasse e dalla violenza, in un periodo storico complesso anche a causa della epidemia di peste del 1656, introdotta da una nave proveniente dalla Sardegna, e che anche a Vico fece moltissime vittime, così come il terremoto del 1694, che contribuì a decimare ulteriormente la popolazione vicana.
Giovanni Ponti

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