I troppi segreti del Golpe Borghese, una riflessione di Michi Del Gaudio

Golpe Borghese

avviene nella notte fra il 7 e l’8 dicembre del 1970.

Ma se ne ha notizia solo il 17 marzo 1971, grazie ad uno scoop del quotidiano Paese Sera.

Vincenza Enea è sconosciuta ai più, ma ha un ruolo non proprio marginale nella storia politica del dopoguerra. È per oltre trent’anni la segreteria fidatissima di Andreotti, anche se preferisce essere la regina, non del suo ufficio istituzionale, ma di quello privato, prima in Piazza Montecitorio poi in Piazza San Lorenzo in Lucina.

Quella sera del marzo ’74 Vincenza attende ospiti di rango. Anche lo scuro palazzo papalino è avvertito. Anche il portiere. Anche i due signori che fumano sigarette guardando senza guardare. Ogni dettaglio è curato. Ecco il primo invitato! Lo accoglie ossequiosa la cariatide d’ingresso e lo accompagna col braccio verso l’androne. I due osservano senza osservare. Arriva il secondo, il terzo, il quarto, il quinto. Vincenza è già fuori la soglia. Affabile, conversa fra un dolciume e una bevanda. Quando sono tutti, li conduce dal Divo Giulio: immoto, inamovibile, tutt’uno con poltrona potere, scrivania autorità, mobilio bruno corrucciato. E si dilegua, Vincenza, riservata e indaffarata. Il suo atteggiamento non varia, dalle eccellenze ai semplici elettori che chiedono la “grazia”, dai diplomatici ai giornalisti che domandano l’“oracolo”.

Ma questa convocazione del 1974 cosa c’entra con il Golpe del 1970?

Nel 1974 il nume, da ministro della difesa, assiste inerme alle temibili indagini del giudice Giovanni Tamburino, mio carissimo amico, su La Rosa dei Venti, associazione segreta reazionaria; e alle stragi neofasciste di Piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio e del treno Italicus il 4 agosto.

Ricordo a tal proposito che da giudice istruttore, nell’indagare sugli attentati dinamitardi a Savona, un testimone riferì delle visite in zona di Mario Tuti, imputato della vicenda Italicus. Tuti avrebbe anche sotterrato delle armi nel vasto terreno di un’antica villa. La perquisizione ebbe esito negativo! O per l’inattendibilità del teste o perché l’arsenale era stato spostato.

È settembre. Sempre del ’74. Andreotti, anche a causa di articoli di stampa, è costretto a risvegliare il Golpe Borghese, giacente in sonno. Riemerge pure l’ignoto ed ignobile incontro del marzo precedente ed il suo infedele parto. Vincenza lo pianifica con scrupolo euclideo, con squadra e compasso. Le ante corpulente del tempio impenetrabile e l’uscio opaco del sacro studio sono sprangati e silenziati. I convitati relazionano uno dopo l’altro: Enrico Mino, comandante generale dei carabinieri, iscritto alla loggia massonica P2; il capo del Servizio Informazione Difesa, ammiraglio Mario Casardi; il generale Gianadelio Maletti, numero due del SID, anch’egli P2; il tenente colonnello Romagnoli, capo della III sezione della polizia militare. Tace il collaboratore di Maletti, capitano Antonio Labruna, P2, presente solo perché esperto in registrazioni. Le notizie sono ampie e dettagliate, pronte per il magistrato competente. Ed infatti il ministro tira fuori dal cappuccio il dossier sul golpe redatto da Maletti e lo deposita il 15 settembre.

Ah, i servizi segreti! Abili nel pedinare ed intercettare gli altri, ma infantilmente ingenui nel tutelare i loro di  segreti! Il mago delle bobine, il presente assente, il taciturno manovale dello spionaggio, il subordinato obbediente ma pensante, mette nel sacco l’Olimpo del mistero: Labruna conserva il nastro della riunione! E nel 1991 lo produce dinanzi al giudice istruttore di Milano Guido Salvini. Che trasmette copia alla commissione parlamentare contro le stragi. Ed io, che nel ‘94 ne faccio parte, la esamino. Apprendo che è Andreotti a chiudere il recondito simposio e sentenziare: “Bisogna sfrondare il malloppo!”. Io però so poco del Golpe Borghese, quindi al successivo appuntamento del gruppo di lavoro che mi aiuta e mi stimola mi faccio spiegare.

Il golpe era ambizioso. Comprendeva l’addestramento di militi clandestini e quindi l’occupazione del ministero dell’interno, di tv, radio e telefonia, la deportazione dei parlamentari sgraditi, il rapimento del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, l’uccisione del capo della polizia Angelo Vicari. L’organizzatore materiale era il principe Junio Valerio Borghese, fascista convinto, alto ufficiale della repubblica sociale italiana, che nel 1968 aveva fondato il Fronte Nazionale con l’obiettivo di sovvertire lo Stato. Ma il quadro dell’operazione era esteso: ambienti statunitensi, CIA, P2 che avrebbe dovuto
rapire Saragat; si poteva anche contare sulla conoscenza non interventista dei servizi segreti, del comandante navale Nato del SudEuropa, del Capo di Stato Maggiore della Marina e dell’Esercito, del Comandante della III Armata e delle fanterie del SudEuropa e di alcune personalità del Quirinale. La notte del 7 dicembre 1970 si radunarono in centinaia di Fronte Nazionale, Associazione Paracadutisti, Avanguardia Nazionale, forestali; entrarono nel ministero dell’interno, distribuirono armi e munizioni; erano presidiati anche il  ministero della difesa e la RAI; nel milanese a Sesto San Giovanni c’era La Rosa dei Venti. Poi il contrordine!

Si trattò sicuramente di un colpo di Stato! Per alcuni di un tentativo fallito. Per altri consumato, perché l’obiettivo era stato conseguito: frenare le aperture a sinistra di Aldo Moro, arginare l’offensiva del partito comunista verso la stanza dei bottoni, consolidare l’alleanza atlantica.

Lascio la camera a mezzanotte. Davanti all’Hotel Portoghesi, dove dormo quando sono a Roma, mi aspetta un quarantenne segaligno, ossuto, intenso. Gli occhi seri, preoccupati, gentili mi parlano di strategia della tensione. Gli episodi sono interessanti. Il giorno dopo cerco riscontri. Sono attendibili. Lo trovo ancora una volta. Stesso luogo, stessa ora, narrazioni appassionate ed arcane, anche sul Golpe dell’Immacolata. La terza volta, con tocco repentino, inaspettato, educato affida alle mie mani improbabili un plico da consegnare all’autorità giudiziaria qualora non fosse tornato entro quindici giorni. Ma lo rivedo e gli restituisco la busta. Poi più nulla. In quelle settimane non ho paura, ma sono a disagio: devo essere un buon deputato, non fare l’agente segreto. E se il tizio non fosse riapparso? E perché non si è fatto più vivo? Chi è? No, non posso diventare lo strumento di altri! M’incammino per Via degli Uffici del Vicario. Giolitti è ancora aperto. Prendo un gelatone nocciola e noce. La serenità mi pervade gradualmente, completamente.

Sfrondare il malloppo! Ed infatti il rapporto di Maletti è denominato Malloppone, ma in realtà è un malloppino, depurato di eventi e nomi da tenere coperti: come quello dell’ammiraglio Giovanni Torrisi, divenuto poi Capo di Stato Maggiore della Difesa; di Licio Gelli e della sua loggia; di altri personaggi politici e militari; della loro partecipazione a meeting confidenziali Nato; del “patto” fra Borghese e la mafia, che avrebbe dovuto eliminare il capo della polizia. Andreotti stesso ammette in seguito la ripulitura per evitare inutili nocumenti.

Il Golpe Borghese! Adesso so tante cose. Ma non tutto.

Nel 2004 si aggiunge un tassello grazie alla divulgazione, negli Stati Uniti, di atti in base alla “Legge sulla libertà di informazione”, che consente l’accesso agli archivi nazionali e a documenti segretati. In uno di essi è esplicito il consenso del governo statunitense al Golpe Borghese, purché sia garantito da un politico come Andreotti, che dovrà gestire la fase successiva. Che il Divo sappia  dell’endorsement americano, sia coinvolto, abbia ordinato lo stop è rimandato alla pubblicazione degli incartamenti italiani…

“I misteri sono di casa nell’oscurità” (Wolfgang Goethe, Faust), ma “Di quelli che architettano nell’ombra qualcosa, l’animo, benché nascosto, anzitempo suole tradirsi” (Sofocle, Antigone).

michi del gaudio

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