Guido D’Agostino l’avvincente storia di un regno

Nuovo articolo su La Teologia di Aniello Clemente

Guido D’Agostino: l’avvincente storia di un Regno

di lateologia

guido1Lunedì 13 luglio 2020, nella splendida cornice dell’Hotel Continental di Sorrento avrò il grato compito di moderare il professore Guido D’Agostino su: «Il filo rosso della storia del Regno», argomento che l’Istituto di Cultura “Torquato Tasso” sta cercando di analizzare in ogni sua “piega” e in ogni sua “piaga”. Ebbi già il 19 novembre 2019 la gioia di scrivere un articolo, del quale ve ne ricapito i punti salienti, per introdurci nell’avvincente argomento di una storia che ci appartiene! La lunga storia del Mezzogiorno il prof. Guido D’Agostino l’ha studiata avendone una visione storiografia che privilegia l’impostazione rivoluzionaria. Cioè esiste una ricostruzione legata dal filo rosso delle manifestazioni dettate dalla voglia di contare, di non subire passivamente, del dire un no! fermo a quello che non è sopportabile. Facciamo degli esempi che vengono da lontano, nel 1507 la monarchia intende impiantare nel Regno l’Inquisizione “alla maniera di Spagna”, ma il popolo insorge e il re è costretto a ritirare il proclama. Nel 1547 don Pedro de Toledo, detto “il viceré di ferro” (il re era Carlo V), decide di chiudere le Accademie ma il popolo e i nobili si ribellano e proprio questo fa sì che l’iniziativa fallisca. Nel 1585 l’assessore all’Annona (vettovaglie) aumenta il prezzo del pane senza immaginare minimamente le conseguenze di tale folle proposta. Il popolo insorge, lo cattura, lo denudano, lo percuotono a morte e lo smembrano in una sorta di delirio cannibalesco. Ed ecco che si arriva al luglio del 1607. La Spagna è impegnata nella famosa ed estenuante guerra dei trent’anni, i soldi non bastano mai e tasse su tasse si abbattano sui sudditi del Regno. Sia Filippo III che Filippo IV non sentono ragioni, è in gioco la supremazia e la sopravvivenza della Spagna. Viene ripetuto l’errore del 1585 anche se questa volta la tassa colpisce la frutta. All’epoca era il cibo dei poveri e tassarla voleva dire privare il popolo del suo sostentamento. Ecco che sorge un capopopolo: Tommaso Aniello detto Masaniello. I nobili si meravigliano del suo immediato successo e stando dietro le quinte ne guidano le mosse, e con un inganno viene ammazzato e fa la fine dell’Assessore: mangiato, smembrato e i resti buttati nell’immondizia. Eppure dopo poco gli stessi che lo hanno ammazzato ne cercano i resti, lo ricompongono e gli tributano un funerale che fa scalpore per la quantità di gente e la disperazione del  popolo. Caso più unico che raro è la rivolta del 1701 detta “la congiura di Macchia”, che prende il nome da Gaetano Gambacorta, principe di Macchia, che vi partecipò ma non ne fu l’ideatore, con cui la nobiltà napoletana tentò senza successo di rovesciare il governo vicereale spagnolo, durante la crisi successoria che si verificò in seguito alla morte di Carlo II di Spagna con l’estinzione del ramo spagnolo degli Asburgo. E giungiamo alla rivoluzione del 1799 che  rappresenta nella storia di Napoli e del Mezzogiorno il salto nella Modernità culturale e politica, come se si scoprisse anche da noi il 1789 come fu per la Francia, e a proposito dice un grande storico francese che per capire meglio il 1789 bisognerebbe andare a vedere quei dieci anni dopo nella realtà napoletana. Ma io desidererei, per concludere e dare un senso a questo articolo, ribadire quanto ho detto ieri moderando la prof.ssa Renata De Lorenzo nell’ambito della conferenza che aveva per tema «Il Mezzogiorno e l’Italia. Un problematico processo storico d’identità nazionale». Desidero partire dalla celebre espressione attribuita erroneamente a Massimo D’Azeglio «L’Italia è fatta, ora van fatti gli italiani». Tutto sommato è stato preferibile che altrettanta popolarità non sia stata acquisita da una “perla” che leggiamo nel suo Epistolario: «In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!». Forse il “marchese” Massimo d’Azeglio avrebbe fatto meglio a dare ascolto a suo fratello: Prospero Taparelli D’Azeglio, che dalle pagine della Civiltà Cattolica, espresse la sua disapprovazione per lo sviluppo che ebbe il Risorgimento italiano. Del resto, il filosofo Augusto del Noce ha significativamente definito il Risorgimento italiano “un capitolo dell’imperialismo britannico”. Anche adesso mentre l’Italia sprofonda nel mare di malaffare e incompetenze, di mazzette e ritardi, mentre la tanto osannata efficienza lombarda affoga nel fango, nessun parla delle eccellenze del Sud. E poi ci si stupisce se i meridionali hanno nei confronti della politica un rapporto ambiguo. Mi meraviglia di più che politici che fino a ieri sbandieravano l’autonomia e la secessione corrono proni a Sorrento, a Positano e a Salerno, ma ancora di più mi meraviglia un meridionale dalla memoria breve.

Aniello Clemente


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