Non sono “criminali dell’ambiente”, il fatto non sussiste.La sentenza di appello chiude una triste vicenda ribaltando il verdetto di I grado

Riportiamo l’amara riflessione del dr. Pasquale Ciampa,titolare a suo tempo della DEMETRA srl, nel 2007 al centro di una vicenda giudiziaria dai toni kafkiani che si è conclusa il 13 maggio scorso con la sentenza di secondo grado che scagiona tutti gli imputati perchè “il fatto non sussiste”.Si parlò di disastro ambientale, l’accusa gravissima era di aver causato l’inquinamento del nostro mare con lo sversamento dei fanghi dei dupuratori della penisola sorrentina e Capri direttamenhte nelle acque e non negli appositi siti di smaltimento, titoli a tutta pagina con imputati fotografati con i ceppi.Una vera gogna mediatica.Ora la soluzione della vicenda con la sentenza della Corte di Appello di Napoli che ribalta quella di primo grado. “IL FATTO NON SUSSISTE”. Ma diamo la parola al diretto protagonista, il titolare dell’allora azienda di smaltimento fanghi, il santanellese dr. Pasquale Ciampa, che con un manifesto, affisso pubblicamente lungo le strade della cittadina costiera, racconta la sua drammatica vicenda.

Ci Sarà pure un giudice a Berlino….
Caso Demetra Service
Al pari del celeberrimo mugnaio di Potsdam ho pensato anch’io, in questi lunghissimi 9 anni, che non poteva non esserci un giudice capace di ristabilire la verità e ridare l’onore a 9 galantuomini incensurati.
La vicenda giudiziaria della DEMETRA SERVICE srl che il 1° agosto 2007 portò all’arresto di chi scrive e di molti suoi dipendenti, al sequestro dell’azienda e del suo autoparco, determinandone la fine dopo oltre 40 anni di attività. Troppo gravi le accuse di associazione a delinquere, disastro ambientale, frode in pubbliche forniture, persino uso di sigilli contraffatti per un’azienda che aveva gestito, sempre con successo, numerosi appalti pubblici (talora subendo tentativi di estorsione prontamente denunciati) annoverando tra i suoi clienti anche primari gruppi industriali.
Ne diedero notizia, tra gli altri, con notevole clamore mediatico, gli organi di stampa locale taluno pubblicando in prima pagina e per più giorni foto dei principali arrestati in ceppi, maldestramente coperti, corredandoli di giudizi sommari molto gravi (tra i tanti “Criminali dell’Ambiente”) in barba a noti principi deontologici e norme di diritto, non ultima quella, costituzionalmente sancita, della presunzione di innocenza fino al giudicato.
Si assumeva che era stata inferta una ferita mortale al nostro mare con sversamento di fanghi provenienti dai depuratori della penisola sorrentina e Capri, pur in presenza di un mare assolutamente balneabile ed ampiamente fruito da cittadini e turisti(si era in piena estate). Nessun Sindaco ritenne di emanare un divieto di balneazione né i tanti organi di polizia, impegnati nell’assiduo monitoraggio del nostro mare, Capitaneria di Porto, Carabinieri, GDF, ARPAC, segnalarono anomalie di sorta!
Dopo la condanna in primo grado di sole 3 persone (a fronte di 9 inizialmente arrestate) il 13/5/2016 è arrivato il verdetto del giudice “berlinese” ovvero della Corte di Appello di Napoli che ha sancito l’assoluzione per tutti gli imputati e per tutti i reati “PERCHE’ IL FATTO NON SUSSISTE”!.
Non è stata quindi rinvenuta neppure la prova dell’esistenza dei fatti contestati, tra cui il disastro ambientale, presupposto logico e giuridico, per la ricerca e persecuzione dei colpevoli.
Si era di fatto procurato un allarme ingiustificato e di non poco conto, nel pieno della stagione turistica 2007.
Circostanza evidentemente importante che meritava di essere indicata ed approfondita negli scarni resoconti giornalistici, apparsi nei giorni scorsi, nelle pagine interne della stessa stampa locale, che ha dato invece sommariamente notizia di imputati capaci di “smontare le accuse”.
Tante le doglianze che, mai rifiutando un interrogatorio ma arricchendolo di dichiarazioni spontanee (linea difensiva a dir poco suicida per un imputato) io ed i miei legali abbiamo rappresentato nei vari stadi e gradi di giudizio.
Tra di esse:
-l’assenza di benché minimi indizi riferibili ad una ipotetica associazione a delinquere,
-l’assenza di indizi circa il disastro ambientale visto che il mare della nostra amata costiera era stato, nel 2007, letteralmente preso d’assalto da tantissimi bagnanti. Si è trattato, in estrema sintesi, del primo processo in Italia per disastro ambientale svoltosi senza aver localizzato, analizzato e quantificato i rifiuti che si assumeva illegalmente immessi nell’ambiente ed in assenza di parti civili,
-approssimazione e superficialità nelle indagini con testi di accusa dalla memoria corta e addirittura fantasiosa ed episodi singolari, tra cui quello che vide coinvolti gli stessi ufficiali di polizia giudiziaria incaricati delle indagini che elevarono contravvenzioni per circa 1 milione di euro certificando, tra l’altro, l’assenza di circa 100 documenti di trasporto da loro stessi sequestrati (tanto che venivano poi rinvenuti nel fascicolo del tribunale in una separata cartellina) ed ipotizzando, non paghi, la responsabilità solidale ed illimitata dei soci di società di capitale nelle contravvenzioni amministrative.
E’ perfino inutile aggiungere che tali contravvenzioni sono state tutte annullate in sede amministrativa o giudiziaria con notevole aggravio di spese per l’Ente “Area metropolitana di Napoli”.
Tanto dovevo ai miei concittadini ed ai tanti amici che mi hanno ripetutamente attestato la loro solidarietà.
Dr. Pasquale Ciampa

Ecco come il Mattino trattò a suo temo la vicenda:
Liquami e fanghi in Costiera, condannati i vertici della Demetra
Sorrento – Versavano liquami e fanghi nelle fogne comuni senza passare per il depuratore: condannati i vertici della società responsabile. La prima sezione penale del tribunale di Torre Annunziata ha disposto la condanna per i vertici della «Demetra Service» imputati per aver avvelenato le acque della costiera sorrentina. A fronte delle dure richieste del pm per tutti i presunti responsabili del disastro ambientale provocato dai conferimenti illegali, il trio giudicante presieduto da Antonio Fiorentino ha riconosciuto solo tre colpevoli. Cinque anni di carcere a testa per Pasquale Ciampa, titolare della Demetra Service e Raffaele Magno, amministratore, superando pure le richieste della procura oplontina che aveva invocato quattro anni e quattro mesi di reclusione. Stessa pena era stata invocata ai danni di Giuseppe Sorrentino, dipendente della ditta di smaltimento, che invece è stato condannato solo a nove mesi di arresto per aver violato le leggi sull’inquinamento ambientale. Tre anni e sei mesi era stata invece la richiesta avanzata per Catello Apuzzo, Giuseppe Esposito, Antonio Pietro Messere, Alfonso Montagna e Antonino Trenga, tutti lavoratori della ditta accusati di aver scaricato i liquami nelle vasche dell’azienda ma che invece sono stati tutti assolti. A condurre le indagini fu il pm Stefania Di Dona. che per i vertici dell’azienda formulò le ipotesi accusatorie di associazione a delinquere, violazione delle norme ambientali e truffa aggravata nei confronti della Gori, costituitasi parte civile nel procedimento. Proprio l’accusa più grave di associazione a delinquere è stata scartata dal tribunale oplontino, che non ha considerato tutti gli imputati complici della vicenda. Per i giudici solo i vertici erano a conoscenza della gravità del loro gesto ma essendo solo due non si può configurare l’ipotesi del reato di associazione a delinquere. La Demetra gestiva lo smaltimento e il trattamento dei rifiuti speciali e industriali e si occupava per la Gori del ciclo integrato delle acque pubbliche. Un ruolo di primo piano visto anche il finanziamento pubblico di cui godeva. In barba al proprio ruolo fondamentale per la salute pubblica, per risparmiare nel trattamento la ditta versava direttamente i liquami provenienti da Capri e dalla penisola sorrentina, senza trattarli, addirittura nelle fogne comuni. Altre sostanze sarebbero sì state trattate in impianti, ma classificate in maniera diversa in modo tale da risparmiare sul costo del trattamento. L’inchiesta durò sette mesi e partì nel 2007. Protagonista insieme alla procura oplontina, la Guardia di Finanza stabiese che scoprì l’illecito. Una vicenda grave che comportò nove carcerazioni. (Fonte: Vincenzo Sbrizzi da il Mattino)

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