Ciro Ferrgino racconta: ‘L’ALTRO MARCIAPIEDE’

Questo per ‘Il racconto del lunedì’

L'immagine può contenere: cielo, albero, abitazione, pianta, spazio all'aperto e natura

La prima volta che visitai Gorizia, all’inizio degli anni Ottanta, dall’altra parte del confine c’era ancora la Jugoslavia. Al momento del cessate il fuoco, alla fine dell’ultima Guerra, la città era rimasta divisa in due, le truppe di Tito avevano occupato i sobborghi, mentre il centro rimaneva in Italia. Una condizione che finì per essere definitiva. Parlando con un signore, presso il confine della Casa Rossa, in pieno centro, mi disse che potevo attraversare la piazza ma che, per tornare sul lato dove stavamo, cioè per rientrare in Italia, avrei dovuto esibire il passaporto ed io non lo avevo. Ebbi un senso di panico.

Oggi, in piena pandemia, non è consentito allontanarsi dal proprio Comune, se non per motivi plausibili e da giustificare con una valida ragione. Ammenda salata da 400 a 1000 euro. Eppure a Piazza della Repubblica e nel tratto del Corso Italia tra la medesima ed il Palazzo di Don Camillo, da un lato è Piano e dall’altro è Sant’Agnello; sembra tutto così assurdo, incomprensibile, ma un motivo c’è, tento di spiegarlo.

Nella prima metà dell’Ottocento, Sant’Agnello cominciò a presentare istanze per ottenere l’autonomia amministrativa, essendo parte del Comune di Piano. Quest’ultimo negò sempre il proprio assenso, adducendo una motivazione che poi, col passare del tempo, si sarebbe dimostrata drammaticamente vera, ossia la mancanza di confini ben definiti e riconoscibili tra i due eventuali Comuni. La cosa andò avanti per decenni, con alti e bassi e con una tensione sempre crescente, tanto che la vicenda arrivò, come si dice in gergo napoletano, “a pisce fracete”! Con l’avvento del nuovo Regno dell’Italia unita, Sant’Agnello implorò il distacco da un Comune, quello di Piano, al quale attribuiva le caratteristiche più negative, come sporcizia e sudiciume, strade sconnesse e mal tenute, piazze in terra battuta, pessima amministrazione e via di seguito. Ottenne la sospirata autonomia solo in data 1 gennaio 1866, ma non fu una separazione consensuale, bensì sofferta e rancorosa, con un livore dall’una e dall’altra parte. Nacquero situazioni paradossali alla Marina di Cassano, a San Vito, sul Corso Italia e, successivamente a Piazza della Repubblica.

Nell’immediato, secondo dopoguerra, il Comune di Piano, assetato di spazi nuovi per le sue attività commerciali, colmò in parte il Vallone di San Giuseppe, al confine con Sant’Agnello e nacque la nuova Piazza del Mercato, poi della Repubblica. Questa operazione, poco alla volta ha portato all’attuale condizione, per certi aspetti, paradossale. I due paesi si sono fusi in uno, in quanto proprio il lato santanellese della Piazza e delle strade ad esso adiacenti, ha conosciuto una forte urbanizzazione che ha di fatto cancellato ogni residua separazione tra i due centri.

Se i confini tra Piano e Meta sono netti, ancora riconoscibili quelli tra Sant’Agnello e Sorrento, non così tra Piano e Sant’Agnello, dove, per cambiare marciapiede in tempo di pandemia ci vuole il “passaporto” e si rischia una forte multa. Sono stato sempre contrario all’idea del Comune unico in penisola perché le comunità hanno caratteristiche, mentalità, vocazioni e tradizioni diverse, ma mi auguro che in un futuro non lontano Piano e Sant’Agnello tornino ad essere un solo Comune, perché lo stato attuale è semplicemente paradossale e ridicolo. Sarebbe facile anche un compromesso: resterebbe il nome di Piano di Sorrento per la maggiore antichità e la Casa comunale potrebbe essere ubicata a Sant’Agnello. Cadrebbe un altro muro di Berlino!

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