Il Carnevale sorrentino, una proposta di Sireon. Alla ricerca delle nostre radici

La penisola sorrentina sta perdendo, giorno dopo giorno, le sue radici, la sua identità storica, culturale, antropologica. Il mutamento in sè e per sè non è un male. Anzi. Ciò che vorremmo far notare è il rischio di una omologazione culturale, la globalizzazione ci fa accettare un solo pensiero, una sola cultura alloctona . Tutto ciò sta distruggendo quanto di unico, irripetibile, caratteristico la natura e gli uomini avevano creato attraverso i secoli. Un turismo del “mordi e fuggi”, l’introduzione di riti e feste che non hanno alcun collegamento con la peculiarità della nostra terra (penso tanto per fare un esempio ad Halloween ma non solo)tutto ciò sta trasformando Sorrento e la sua penisola , facendole assomigliare alle tante anonime località turistiche del Mediterraneo che affacciano sul mare pubblicizzate sui media.Ma restringiamo il discorso, per ora, alla interessante proposta di Raffaele Palmieri sul Peiodico “Sireon”(da oggi nelle edicole), diretto magistralmente da Gaetano Milone.
scheletro
l DANZA DELLA MORTE 1523 HOLBEIN
porta di Piano.jpg_200991717210_porta di Piano
Si scrive della “‘A Morte ‘e Surriento”, un modo di dire, un appellativo che, attraverso gli studi etnoantropologici del palermitano Giuseppe Pitrè e dei nostri Gaetano Canzano Avarna di Sant’Agnello e Gaetano Amalfi di Piano di Sorrento, ci riporta indietro nel tempo. Alle tradizioni ed agli usi della penisola sorrentina che hanno origine in età forse medievale, quando si organizzava una pantomima- in stile atellano in un misto di echi pagani e nuove sensibilità cristiane – con protagonisti Carnevale e Quaresima con la presenza appunto di questo terzo personaggio la Morte.
“Allo squillare della mezzanotte- racconta Canzano Avarna in una lettera a Gaetano Amalfi che gli chiedeva conto di questo modo di dire (“‘A Morte ‘e Surriento”, ndr) – dovevano incontrarsi Carnevale e Quaresima sotto la porta di Sorrento(dove ora è collocata la statua di S. Antonino in piazza Tasso, ndr). Intanto sotto l’arco della medesima, tenevasi truce, immobile il gigantesco scheletro, rappresentante la Morte ed allo giungere del Carnevale rotava la sua inesorabile falce e mieteva la vita. Qui urli, fischi , schiamazzi. La plebe si scagliava furente sull’ucciso Carnevale(un grosso fantoccio, con un grande ventre, circondato dei cibi più succulenti, per lo più di carne suina, sdraiato su un carro che dall’interno della città si dirigeva verso la porta del Piano, abbattuta nel 1863 per crearvi la piazza che vediamo oggi, ndr), ne dilaniava le membra, e finiva in baldoria, con un gran falò, a cui erano dannati i resti dell’estinto Carnevale, mentre la Quaresima(altro grosso fantoccio che rappresentava “Una vecchia lunga lunga, scarna, lurida, avendo all’intorno salacche, baccalà, legumi e tutti gli altri emblei del magro”, ndr), seduta su un altro carro entrava trionfante in Città”, dopo aver attraversato il ponte levatoio. Sotto l’arco della porta si ergeva terribile un gigantesco scheletro, anch’esso di legno e cartapesta come gli altri due protagonisti di questa pantomima, che rappresentava la Morte, secondo una nota iconografia risalente al medioevo. All’arrivo del Carnevale “rotava la sua inesorabile falce e ne mieteva la vita”. Un magnifico esempio di tableau vivant che sembra richiamare alcune opere di Pieter Bruegel il Vecchio (1525-1569): “Lotta tra Carnevale e Quaresima” (1559), “Il paese di Cuccagna” (1567), “Il trionfo della Morte” (1562) e “Giochi di Fanciulli” (1560).Un filone però che ha origini certamente più antiche risalenti al mediovevo. La proposta del Palmieri è di ripristinare questa antica usanza sorrentina, “un unicum in Campania”. “Una manifestazione carnascialesca non influenzata da mode straniere(…) espressione più vera ed autentica della nostra tradizione”. Un misto di sacro(Quaresima) e di profano(Carnevale), che andrebbe ad inserirsi in un periodo di bassa stagione e porterebbe tanti turisti interessati a riscoprire le origini più genuine del nostro territorio. Un turismo culturale , di qualità. “Masto di festa” non potrebbe non essere un Roberto De Simone che dovrebbe far rivivere musiche, canti, balli e costumi di un’epoca che ha ben studiato e rappresentato ne “La gatta Cenerentola”. Non a caso ne “Lo cunto de li cunti”di Gian Battista Basile, e precisamente nel cunto intitolato “Li dui fratielle(Trattenimento secunno de la jornata quarta)”, si parla di una principessa molto ammalata, emaciata, diventata pelle ed ossa e con delle guance “così incavate che sembrava la Morte di Sorrento”. La proposta è stata lanciata.Agli Amministratori e ad un Comitato di “buona volontà” l’onere di organizzare.
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Aggiungiamo un saggio sulla storia del Carnevale…

Il Carnevale, dai Saturnali alla Festa dei Folli
saturnalia

Continuiamo la pubblicazione degli studi di Guido Araldo sul tema della Tradizione. Questa volta ad essere analizzata nei suoi aspetti religiosi e misterici è la festa del carnevale.

Guido Araldo

Aspetti meno noti del carnevale

“A Carnevale ogni scherzo vale!” e, anche, “A Carnevale ogni legge vale!” Sostanzialmente è la componente caotica dell’uomo e dell’umanità che nel periodo del Carnevale per uno o più giorni affiora e trionfa sulla sua parte razionale: uno sfogo irrazionale necessario, soprattutto in società rigidamente codificate come quelle europee medioevali.

L’origine del Carnevale è molto antica: lo si potrebbe definire un “residuato storico”, persistente nella civiltà occidentale poiché trae spunto dalla reminiscenza del Caos greco. Per quanto riguarda la Grecia antica, le feste corrispondenti al Carnevale e ai Saturnali romani erano quelle dionisiache, note con il nome di antesterie, che venivano organizzate durante l’equinozio di primavera, caratterizzate dal fastoso passaggio di un carro che alludeva all’armonia del cosmo instaurata da Crono, dopo il caos primordiale. Ma l’origine di questa festa era ancora più antica!

E’ noto che a Babilonia si teneva un’analoga processione concomitante con l’equinozio di primavera, quando cominciava l’anno nuovo. Una cerimonia sostanzialmente religiosa che rievocava la lotta di Marduk, dio dell’armonia cosmica, contro il drago Tiamat, simbolo del caos primordiale. In questa lotta il dio Marduk, salvatore dell’umanità, moriva per risorgere dopo tre giorni sotto la luna piena di primavera e, non a caso, le cerimonie equinoziali a Babilonia duravano tre giorni. In quel maestoso corteo sfilavano i carri del sole, della luna e dei segni zodiacali (ecco l’origine dei carri allegorici), attestanti il divenire del tempo e l’armonia del cielo. Secondo alcuni studiosi nella festa equinoziale babilonese i festeggiamenti consentivano una libertà sfrenata, inconcepibile in altri momenti dell’anno, con il momentaneo capovolgimento dell’ordine sociale e morale.

I Saturnali romani traevano origine da quelle antiche tradizioni, con una componente etrusca rimasta ignota, ed erano momenti di follia collettiva o, più precisamente, si trattava di “feste liberatorie” che avvenivano “semel in anno” (una volta all’anno) di energie singole e collettive altrimenti incontrollabili. Esattamente come accadeva nei carnevali medioevali, anche nei Saturnali c’era il “giorno dei folli”durante il quale le regole sociali venivano ribaltate e gli schiavi prendevano il posto dei padroni. Il mondo, insomma, si rovesciava. Ed ecco riaffiorare l’allegoria originaria del Caos!

Tanto nei riti babilonesi, che nei Saturnali e nel Carnevale era presente un’alterazione dell’equilibrio sociale: si trattava sostanzialmente di un momentaneo stravolgimento dell’armonia cosmica, determinato dal ribaltamento dei valori tradizionali.

Per certi versi si tratta di un momento di alterazione cosmica, in cui affiora la componente “caotica e anarchica” dell’umanità, che per un giorno ottiene libero sfogo; quasi una necessità fisiologica percepita a livello d’inconscio, e proprio per questo motivo trovava una momentanea esternazione, per quanto caduca. Il popolo si esaltava, si eccitava per la palese alterazione del mondo in cui era costretto a vivere. L’allegria si faceva contagiosa mentre le autorità istituite, poco importava se laiche o ecclesiastiche, per un giorno volgevano lo sguardo da un’altra parte.

I balli sfrenati, le acclamazioni fittizie del “princeps” nei Saturnali e di “re” e “regine” nel Carnevale, scelti bizzarramente per un giorno tra gli strati più bassi della società, se non tra gli emarginati; i rituali dissacranti, addirittura blasfemi, favorivano una sorta di liberazione corale, che l’autorità istituita era consapevole di non poter reprimere per tutto l’anno e proprio i Saturnali prima e il Carnevale poi si può affermare che servissero da valvola di sfogo.

E’ noto, soprattutto in area francofona e germanica, che “la festa dei folli” si spingeva ad esagerazioni estreme; come il conferimento a uno schiavo ribelle, se non a un criminale, delle insegne del comando, per poche ore, con tutto quello che ne conseguiva; salvo poi, in alcuni casi, eseguire la condanna a morte dello stesso schiavo o del criminale, quando la festa era terminata. A questo punto “l’ordine” s’imponeva nuovamente sul caos, ristabilendo l’armonia delle istituzioni e delle tradizioni, per un altro anno.

I Saturnali romani corrispondevano nel calendario al “Ciclo dell’Avvento” cristiano, seppure con finalità totalmente diverse. Queste feste, come attestato dal nome stesso, erano organizzate in onore dal dio italico Saturno, per certi versi corrispondente al greco Crono: il dio del tempo che fluisce, che divorava le ore e le stagioni, similmente ai figli. Nei giorni del solstizio d’inverno Crono – Saturno, signore del tempo, rievocava la mitica età dell’oro in cui sarebbe vissuta l’umanità in un’imprecisata epoca remota, nella speranza che questa favolosa età felice tornasse ad affacciarsi sul mondo.

I Saturnali si svolgevano tra il 17 e il 24 dicembre, periodo che corrisponde alle giornate più corte dell’anno, dalle notti lunghissime, e pertanto si configuravano come “festeggiamenti in attesa dell’avvento del solstizio” e, più ancora, della rinascita del sole che il 25 dicembre riprendeva ad allungare il suo cammino in cielo: Solis Invicti dies natalis. Ecco, inequivocabile, l’origine del Natale!

Le feste saturnali, per la verità, erano inserite in un contesto più ampio di festeggiamenti, che erano i Brumalia, nei quali non veniva soltanto commemorato Saturno, ma erano coinvolti la dea Cerere (Demetra) e il dio Bacco (Dioniso), ovvero la dea del pane e il dio del vino, in previsione di un anno nuovo ricco caratterizzato d’abbondanti raccolti.

I Saturnali, per la verità, chiudevano “il periodo dei Brumalia” che cominciava molto prima, il 24 novembre, e durava praticamente un mese: i 30 giorni che precedono il solstizio. Per certi versi i giorni più tristi dell’anno, compensati da festeggiamenti caratterizzati da vivaci banchetti, musiche e danze attorno ai focolari, all’insegna della gioia e della spensieratezza. In società antiche basate sull’agricoltura, sulla caccia, sui commerci e anche sulle guerre, era questo il periodo in cui tali attività s’interrompevano e la lunga festa dei Brumalia costituiva l’occasione di grandi agapi conviviali, che giungevano all’apice durante i Saturnali. Tali feste vennero definitivamente soppresse piuttosto tardi, rispetto alle altre ricorrenze pagane: dettaglio che attesta quanto fossero radicate nella popolazione. A sopprimerle provvide infatti l’imperatore Giustiniano all’inizio del VI secolo, sostituite con le più parche festività dell’Avvento natalizio.

Tornando a Demetra e Dioniso, “i signori dei Brumalia”, vale la pena ricordare che a queste due ataviche divinità, micenee se non minoiche, erano consacrati il pane e il vino: simboli che riaffiorarono inequivocabilmente nell’eucarestia cristiana, seppure in un contesto totalmente diverso. Probabilmente a mediare questo passaggio furono i riti misterici di Eleusi, focalizzati proprio sul grano e sul vino.

E’ noto che durante i Brumalia venivano uccisi i maiali, importante fonte di sostentamento nel periodo invernale, e si tenevano grandi riti propiziatori nei granai, altra fonte primaria di sostentamento. Inoltre veniva spillato il primo vino … Ecco il motivo dell’abbinamento di Demetra – Cerere a Dioniso – Bacco! L’augurio più ricorrente proferito tra i commensali era il seguente: Vives annos! (Vivi per anni!). Un augurio particolarmente pertinente dopo l’introduzione del calendario giuliano (anche se sarebbe più corretto definirlo calendario alessandrino), che stabilì l’inizio dell’anno nuovo alle calende di Giano, ovvero il primo di gennaio (per noi il Capodanno).

Come già accennato, la convivialità dei Brumalia raggiungeva l’apice durante i Saturnali, quando i banchetti acquisivano caratteristiche orgiastiche, con implicazioni rituali di buon auspico per l’anno nuovo, soprattutto per quanto riguardava la salute e i raccolti. In tale occasione non soltanto si augurava reciprocamente benessere e prosperità, ma si accompagnavano gli auguri con le strenne: i regali. Esattamente come avviene ancora oggi; anzi, nella società contemporanea questa antichissima tradizione si è trasformata nella più importante occasione commerciale dell’anno.

Tornando al momento dei Saturnali come occasione di sovvertimento dell’ordine sociale, è opportuno ricordare che il “dies principis” corrispondeva al solstizio d’inverno: il momento in cui gli schiavi acquisivano la libertà per un giorno e, addirittura, potevano impartire ordini ai loro padroni; tenendo però presente che, finita la festa, avrebbero pagato le conseguenze di gesti eccessivamente audaci. Il princeps veniva solitamente sorteggiato secondo eccentrici rituali, proprio come accadeva in seguito con “i re” e “le regine” dei carnevali medioevali: usanza protrattisi fino in epoca barocca e illuministica. In base alle scarse testimonianze pervenutaci, il princeps indossava una divisa regale, solitamente sgargiante, preferibilmente rossa, che rievocava le divinità Crono – Saturno e Ade – Plutone, quest’ultima custode dei semi nella terra, sparsi in autunno e prossimi a sbocciare in primavera. Va precisato pertanto che nei Saturnali, per quanto irriverenti e orgiastici, la connotazione religiosa era prioritaria rispetto a quella della festa fine a se stessa. Durante i Saturnali Roma era percorsa da imponenti e chiassose processioni notturne al seguito del princeps!

Va inoltre ricordato che durante i primi giorni dei Brumalia si credeva che le divinità del sottosuolo, ctonie e telluriche, molte delle quali di origine etrusca, emergessero dalla terra ormai assonnata e vagassero in corteo per le necropoli o lungo le strade disseminate di sarcofaghi. Se queste divinità fossero state propiziate con doni, quando sarebbero tornate nel sottosuolo si sarebbero ricordate degli umani e avrebbero protetto le sementi, soprattutto in occasione delle micidiali gelate primaverili, favorendo un buon raccolto.

Lo storico delle religioni e maestro d’esoterismo il rumeno Mircea Eliade annotava: “I Saturnali e le orge che li caratterizzavano denotano elementi tipici connessi alla fine dell’anno e all’attesa dell’anno nuovo: un momento di passaggio mitico dal Caos alla Cosmogonia”.

“Le feste carnevalesche diffuse presso i popoli indoeuropei, mesopotamici e anche in altre civiltà racchiudono una valenza purificatoria e dimostrano il bisogno profondo di rigenerarsi periodicamente, abolendo il tempo trascorso riattualizzando la Cosmogonia”.

“L’orgia connessa ai riti Saturnali è una regressione nell’ oscuro, una restaurazione del caos primordiale che, in quanto tale, precede ogni creazione” e l’anno nuovo corrisponde sostanzialmente a una “nuova creazione”.

“A livello cosmologico l’orgia corrisponde al Caos…” e nell’orgia è insito anche lo sconvolgimento delle condizioni sociali con lo schiavo promosso padrone o con il giullare che diventa re. A Babilonia all’inizio dell’anno, concomitante all’equinozio di primavera, si deponeva il re per un giorno, giungendo persino ad umiliarlo.

I riti babilonesi, le antesterie greche, i saturnali romani, il carnevale cristiano derivano dalla stessa rievocazione cosmica: la ciclicità della natura, il rincorrersi degli anni e, anche, il principio del caos e la fine cosmica ora individuata nel diluvio universale e ora nell’apocalisse, con successiva rinascita.

Per quanto i cristiani avessero maturato un giudizio profondamente negativo verso il paganesimo, il subconscio o, se si preferisce, l’archetipo collettivo non fece tabula rasa del passato, come avrebbe preteso la nuova teocrazia dominante il mondo, e fu così che molte tradizioni lentamente riaffiorarono.

Si trattò di un processo di riappropriazione culturale lento e progressivo, ma inarrestabile. Il cristianesimo dovette venire a patti con il paganesimo, per quanto vilipeso. Anzi, per dirla tutta, dovette conviverci e così lo sconfitto politeismo, cacciato dalla porta, tornò dalla finestra con il culto dei santi.

L’usanza delle maschere è anch’essa di origine romana: lo scrittore Lucio Apuleio nell’XI libro delle sue Metamorfosi riferisce che nell’ultimo giorno dell’anno, consacrato alla dea Iside (alla quale era connesso il mito di rinascita del fratello Osiride, l’anno nuovo), Roma era percorsa da cortei mascherati al seguito di un uomo camuffato da caprone, noto come Mamurio Veturio, percorso con fronde. Il nome Veturio lascia trasparire un’origine sabina di questa usanza, mischiatasi poi al culto di Iside, e questo personaggio animalesco corrisponde all’anno vecchio espulso dalla città per far posto all’anno nuovo. Anche in questa festa sussisteva uno sfogo, per quanto labile, delle pulsazioni irrazionali che, altrimenti, avrebbero potuto esplodere in maniera incontrollabile. Insomma, al caos andava concessa una minima soddisfazione!

Nelle manifestazioni carnevalesche medioevali, oltre al già citato “giorno dei folli” affiorava un’altra manifestazione assai inquietante: “la festa dell’asino”. Similmente ai saturnali “il giorno dei folli”, durante il quali si provvedeva ad eleggere “il re” e “la regina” del Carnevale, la festa era corale. Sussistono documentazioni che attesterebbero la partecipazione del basso clero il quale, in sintonia con la comunità, si abbandonava ad atteggiamenti sconvenienti, disdicevoli e scurrili, prendendo di mira anche le autorità, inclusa la gerarchia ecclesiastica. In simili frangenti accadeva persino che la stessa liturgia fosse ribaltata e dissacrata.

Diversa e più inquietante è “la festa dell’asino” nel corso della quale l’asino veniva introdotto addirittura in chiesa, dove occupava un posto d’onore, a volte persino sull’altare, e riceveva attestati di devozione. In un simile contesto le forze brute della natura, simboleggiate dall’asino, soppiantavano gli stessi santi. In entrambi i casi si trattava indubbiamente di eccessi; ma queste parodie sacrileghe, straordinarie in un’epoca di generale intolleranza, erano tollerate poiché inconsciamente considerate salutari per l’intera società.

In merito alla “festa dell’asino” va ricordato che nei bestiari medioevali la figura di questo docile e umile animale acquisiva valenze stereotipate negative; non a caso era ed è tuttora presente, in contrapposizione al bue, nell’ambientazione del presepe, dove il bue e l’asinello simboleggiano rispettivamente le forze positive e negative della natura. Analoga contrapposizione allegorica si riscontra al termine della parabola terrena del Messia, nel momento della sua crocefissione, allorché la croce del Redentore venne issata tra quelle del buono e del cattivo ladrone. Per certi versi lo stesso Gesù in groppa all’asino nel suo ingresso trionfale a Gerusalemme allude al trionfo terreno delle forze malefiche: un trionfo caduco e fuorviante, poiché il vero regno del Salvatore non è di questo mondo!

Più pertinente il racconto dell’asino d’oro (asinus aureus), meglio noto come “Le Metamorfosi” dello scrittore latino Lucio Apuleio, artefice del primo romanzo a noi pervenuto: un romanzo esoterico, parallelo al “contemporaneo” Pinocchio. Infatti in questo romanzo il personaggio, che ha lo stesso nome dell’autore, regredisce a bestia in seguito ad una magia finita male e in quale bestia s’incarna? Nell’asino! Con tutte le valenze negative che lo caratterizzano. Soltanto dopo molte peripezie, alcune veramente sconce, l’incauto Lucio rinasce umano, simile a Pinocchio che diventa bambino, tramite l’ingestione non casuale di una ghirlanda di rose consacrate a Iside… A questo punto, come non ricordare che durante “la festa dei folli” i partecipanti indossavano un copricapo dalle lunghe orecchie, che evocavano quelle dell’asino?

Tutt’altra storia, invece, i riti propiziatori carnevaleschi con sacrifici umani che a sprazzi affiorano dal più profondo medioevo, con vagabondi o lebbrosi bruciati vivi all’interno di fantocci di paglia… Mentre invece il semplice e innocuo falò del fantoccio del carnevale rievoca la fine di un ciclo e l’inizio di un altro: nella tradizione cristiana l’inizio della quaresima che, a ben vedere, è il periodo dell’avvento di Pasqua, festività inequivocabilmente connessa all’equinozio di primavera.

A ben considerare, il Carnevale non era l’unica festa “caotica”, proveniente da tradizioni ancestrali, seppure ne fosse indubbiamente la più importante. Tra le altre feste sono da annoverare: il ballo dei nudi, i bäl di patanû sulle Langhe, tipici al solstizio d’estate, quando un po’ ovunque ardevano i falò crepuscolari di san Giovanni Evangelista. Un ballo che fu a lungo oggetto di tremendi anatemi vescovili, ma debellato soltanto l’azione punitrice Santa Inquisizione fu estesa anche alla magia e non soltanto all’eresia.

Le stesse processioni della settimana santa, a volte sadiche per le spettacolari autoflagellazioni e le pubbliche prove di sofferenza; proibite soltanto a partire dalla Controriforma e con grande difficoltà. Le terrificanti processioni nel giorno dei morti, alle quali furono aggiunte le danze macabre dopo la devastante pestilenza del 1348, nota come la peste nera.

Feste paesane estremamente suggestive, soprattutto concomitanti con il santo patrono, dove sovente si addiviene ancora oggi a spettacolari esibizioni di forza o di coraggio, oppure a gare violente tra le varie fazioni cittadine o borghigiane. Le stesse vigilie delle feste più importanti, sovente degenerate in lunghe notti “d’attesa della festa” all’interno delle chiese in assoluta promiscuità, che le autorità ecclesiastiche ebbero difficoltà non soltanto a bandire, ma a controllare.

In maniera giovale, ma sempre provenienti da un passato remoto, sicuramente precristiano, rientrano in queste “feste caotiche e irregolari” la quaresimale questua delle uova e il canto di maggio, inneggianti alla bella stagione primaverile e, anche, a un buon raccolto.

In merito alle maschere val la pena di segnalare che sovente esse racchiudono dei significati apotropaici, nel senso che chi le indossa assume le caratteristiche dell’essere “soprannaturale” o “bestiale” rappresentato dalla maschera. Se poi la maschera raffigura uno scheletro, ecco affiorare l’allegoria delle anime dei morti che tornano a visitare i vivi oppure traspare semplicemente l’esortazione pulvis es et polverem recerteris (polvere sei e polvere tornerai). Ma in molte maschere c’è dell’altro, molto più profondo. Le deformità tipiche della bestialità sono legittimate a manifestarsi ed esteriorizzarsi in concomitanza con il Carnevale e si può supporre che queste maschere “bestiali” se non “demoniache”, quasi sempre scelte in piena libertà, lascino pubblicamente trasparire la vera natura profonda di chi le indossa, senza averne la minima consapevolezza sia da parte dell’interessato che dello spettatore. In tal caso la maschera, che dovrebbe occultare il volto esteriore dell’individuo, finisce per palesare il suo vero volto interiore!

Una considerazione storica a questo punto acquisisce una notevole importanza. Quando nel tardo Medioevo si cominciò a contenere e poi a sopprime le grandi e corali feste grottesche, si assistette a un “rigurgito” della stregoneria e della negromanzia. Soprattutto nel Rinascimento, considerato un periodo radioso dell’intelligenza umana, si verificò un’autentica espansione della stregoneria in dimensioni ignote nel Medioevo. A mano a mano che scomparivano ataviche feste triviali, grasse e grossolane, per loro stessa natura innocua e per lungo tempo lecite, sempre più affioravano deliranti “sabba stregoneschi”, dove tutto avveniva “al rovescio”, per certi versi come nel “giorno dei folli” di Carnevale, ma ormai privi dei Landmark che sostanzialmente li regolamentavano.

René Guénon ricorda che “C’erano anche, in certe civiltà tradizionali, periodi speciali in cui, per ragioni analoghe al Carnevale, si consentiva alle “influenze erranti” di manifestarsi liberamente, prendendo comunque tutte le precauzioni necessarie in un caso simile. Queste influenze corrispondevano naturalmente, nell’ordine cosmico, a quel che è lo psichismo inferiore nell’essere umano…”

In epoca rinascimentale fiorirono grandi ed eleganti processioni: a Ferrara con carri denominati “i trionfi” rievocanti i Tarocchi; a Firenze le processioni erano accompagnati da canti carnascialeschi invitanti alle danze. Il fenomeno ebbe una tale diffusione che lo stesso Lorenzo il Magnifico si cimentò nella composizione di uno di questi canti, con il titolo “Il trionfo di Bacco e Arianna”. A Roma, invece, si teneva la “corsa dei berberi” ovvero dei cavalli arabi, e “la gara dei zoccoletti” durante la quale, dopo il tramonto, i partecipanti cercavano di spegnere reciprocamente i ceri accesi che tenevano in mano.

In ultimo è d’uopo precisare che la parola carnevale deriva da “carnem vale” ovvero “addio alla carne”; poiché il giorno successivo il martedì grasso è quello delle “ceneri” in cui comincia la Quaresima, durante la quale per 40 giorni era vietata la carne. Pare che il primo a citare in una sua opera la parola “carnevalo” sia stato nel 1200 il trovadore Matazone da Caligano, autore del Detto dei villani”.

A questo punto auspico che siano tollerate alcune personali riflessioni conclusive. Nella società contemporanea, sempre più identificabile nel villaggio planetario, queste profonde tracce del passato, per quanto anacronistiche, affiorano saltuariamente in maniera incontrollata, non più codificata, e con caratteristiche sempre caotiche, sconfinanti nella superstizione.

Lo stesso Carnevale, che spudoratamente s’inoltra sempre di più nella Quaresima, va progressivamente perdendo i suoi caratteristici tratti psicologici e sociali, riducendosi a una triste esibizione di maschere e carri allegorici ridondanti di musica, dove lo sballo individuale, a cominciare dall’ubriacatura, subentra alla gioia collettiva. Come negare che, a parte i bambini, il Carnevale non suscita più l’interesse delle folle e si è ridotto, laddove persiste, a puro evento turistico?

Purtroppo, di fronte all’attenuarsi dello sfogo insito nell’antica carica “anarchica e caotica” collettiva, il disordine soggettivo e anche oggettivo, coinvolgente l’intera società e gran parte delle coscienze, si va spalmando su tutto l’anno e in tutto il mondo. Ormai è palesemente impossibile “circoscrivere” il disordine, il caos, rinchiudendolo entro limiti codificati e ben definiti; poiché il caos sta assumendo progressivamente una diffusione spaziale e temporale costante e incontrollabile. Per certi versi ne è un esempio, al riguardo, la progressiva decadenza dei programmi televisivi, dove peraltro il “carnevale” è quotidiano, senza nessuna decenza di “quaresima” alternativa.

Le stesse feste sono scomparse! E quelle che persistono, smarrita la propria identità, sono laidi simulacri di ciò che erano in passato; prive del “senso estetico” e del pathos che le permeava, ridotte a mera funzione commerciale. Siamo indubbiamente di fronte a profonde trasformazioni oggettive e anche soggettive, per la verità assai poco rassicuranti. Da un secolo il mondo sta cambiando rapidamente come mai è successo in passato, a tutte le latitudini e longitudine, e questo mondo nuovo va caratterizzandosi progressivamente in un sinistro “carnevale perpetuo” che richiama, sotto certi aspetti, gli ultimi tempi dell’impero romano!

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