BULLISMO, SE NE PARLA GIOVEDI 3 MARZO ALLE 18,00 ALLA SCUOLA MEDIA TASSO. INTERVISTA ALLA PSICOLOGA GIULIANA APREDA

Giovedì 3 marzo, secondo appuntamento alle 18,00 presso l’Aula Magna dell’Istituto Comprensivo Statale “Torquato Tasso” a Via Marziale a Sorrento della serie di incontri di formazione per alunni, genitori e docenti lanciata dalla Scuola sorrentina, in collaborazione con il Circolo Endas Associnema “Penisola sorrentina onlus”, nell’ambito del POF(Piano dell’Offerta Formativa). Gli incontri educativi, fortemente voluti dalla dirigente scolastica, professoressa Marianna Cappiello, e diretti dal prof. Antonio Volpe e dal dottor Carlo Alfaro dell’Endas, prevedono, partendo dalla trama di un film proposto , un dibattito aperto con la partecipazione di testimoni ed esperti su problematiche sanitarie e sociali emergenti. Tema del secondo incontro, il bullismo, che affronteremo col film “Il signore delle mosche”, Inghilterra 1963, diretto da Peter Brook dall’omonimo romanzo di William Golding. La storia è la discesa nella barbarie di un gruppetto di studenti, abbandonati a se stessi in un luogo paradisiaco totalmente isolato dalla moderna civiltà, dove è precipitato l’aereo su cui viaggiavano. Ospiti la Dott.ssa Giuliana Apreda, psicologa e psicoterapeuta, e l’ Avv. Raffaele Ferraro penalista, per chiarire col pubblico gli aspetti del bullismo. La dottoressa Giuliana Apreda ci anticipa in questa intervista alcuni spunti di grande interesse sul tema.

Che cos’è il bullismo?

Il bullismo è una forma di prepotenza ricorrente e continuativa o di comportamento violento perpetrato da bambini e ragazzi nei confronti di coetanei. Il bullismo è un abuso di potere. Oltre a vivere un drammatico senso di impotenza, la vittima vive una forma di sofferenza psicologica, di isolamento e di emarginazione. Per parlare di bullismo è necessario che: 1. Il bullo e la vittima differiscano per forza fisica; 2. Ci sia sempre l’intenzione nel bullo di creare un danno alla vittima; 3. Le prevaricazioni si protraggano nel tempo; 4. Le prepotenze e gli atteggiamenti violenti avvengano frequentemente alla presenza di altri compagni, spettatori o complici, che possono sostenere o legittimare tale comportamento.

Esistono diversi tipi e forme di bullismo?

Esistono diversi tipi di bullismo e si dividono principalmente in bullismo diretto ed indiretto. Il bullismo diretto è caratterizzato da un rapporto diretto tra il bullo e la vittima e può essere fisico, verbale, psicologico o elettronico (più comunemente chiamato cyber bullismo). Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma può essere altrettanto pericoloso. Tende a danneggiare la vittima nel rapporto con le altre persone escludendola e isolandola da determinati contesti sociali. Vi sono inoltre altre sottocategorie quali il bullismo omofobico, cioè la persecuzione verso soggetti ritenuti omosessuali; il bullismo razziale o razzista, rivolto a persone provenienti da paesi stranieri; il bullismo verso i diversamente abili, rivolto a persone disabili con handicap fisico o mentale o che hanno difficoltà di apprendimento ed infine il bullismo a sfondo sessuale che consiste in molestie sessuali non desiderate dal soggetto.

Il bullismo è probabilmente sempre esistito, ma negli ultimi anni ha subito un incremento esponenziale: quali sono i fattori che più hanno inciso sul suo aumento?

Sono sicuramente molteplici. Tra questi, i cambiamenti socio-culturali che hanno portato alla delegittimazione dei ruoli: i genitori invadono il territorio degli insegnati, i pazienti invadono il territorio dei medici, se rimproverate il figlio di altri genitori si rischia la denuncia. La famiglia di oggi è fortemente cambiata rispetto a quella di un tempo: una volta vi era rigidità negli atteggiamenti e nelle regole, oggi vi è mancanza di regole e confusione; un tempo vi era un regime educativo autoritario mentre oggi c’è un regime di negoziazione continua; nel passato vi erano ruoli ben marcati mentre oggi si assiste a una sovrapposizione degli stessi. Siamo passati, infine, dai processi di responsabilizzazione ed emancipazione precoce a processi che tengono troppo a lungo i figli all’interno della famiglia. I bambini, poi, che assistono a situazioni di costante conflittualità tra i genitori hanno un’altissima probabilità di diventare sia vittime che bulli. Uno studio ha dimostrato che il 61% dei bambini vittime di violenza assistita diventano bulli e che il 71% dei bambini che sono vittime del bullismo hanno subito o subiscono violenza in famiglia. Assistere alla violenza di un genitore sull’altro, o su un fratello e una sorella, crea confusione sul significato di affetto, violenza, intimità e rispetto. Altra causa scatenante può essere uno stile di vita sempre meno comunitario e la mancanza di un nucleo familiare che aiuti il bambino a crescere. Il passaggio dalla famiglia estesa, che comprendeva più generazioni accomunate da un sistema valoriale e religioso unitari, alla famiglia mononucleare, sempre più piccola ed eterogenea nella sua composizione, povera di figure di riferimento educativo, produce significative ripercussioni sulla vita dei giovani. Un tempo le regole erano le stesse per tutti, oggi ogni famiglia impone le sue.

C’è qualcosa di “malato” nelle famiglie di oggi?

Trovo che il giovanilismo dei genitori non faccia bene ai giovani! Quando un genitore vuole diventare amico del proprio figlio e gli dice: “Non chiamarmi papà, voglio essere tuo amico …”, il bambino trova un amico ma perde un padre. I genitori possono essere più affettivi e meno normativi, ma non devono dimenticare che la relazione che hanno con i propri figli non può essere paritetica. È necessaria un’asimmetria dei ruoli. Un altro fattore che ha sicuramente inciso sulla diffusione del bullismo è la mancanza del forte senso di comunità tipica dei tempi passati. Fino agli anni Settanta si cresceva in strada e si passava pomeriggi a giocare con i vicini di casa, oggi i bambini crescono chiusi in una stanza: non si scende in strada perché è pericoloso, non si va al parco perché i genitori lavorano e non hanno tempo. I piccoli allora passano intere giornate davanti alla TV o ai videogiochi. Anche il rapporto con le nuove tecnologie è sicuramente causa dell’aumento esponenziale del fenomeno: è stato provato da molti studi che la rappresentazione della violenza in TV porta a effetti dannosi nei giovani, come l’utilizzo della violenza per la risoluzione di conflitti e l’aumento della propensione al comportamento aggressivo.

Dov’è più diffuso il bullismo?

Il bullismo è diffuso nei licei classici come negli istituti professionali. Si manifesta in forme diverse ma è comunque bullismo. Si tratta di un problema di sistema che coinvolge tutti. Le percentuali di diffusione del bullismo sono altissime; troviamo il 40% delle vittime nelle scuole primarie di primo grado, il 26% nelle secondarie di primo grado e il 19% nelle secondarie di secondo grado. Le percentuali sono elevatissime alle scuole elementari, dove però i bambini sono ancora piccoli e hanno rapporti primitivi. Man mano che il bambino cresce, le percentuali di diffusione del bullismo diminuiscono ma l’intensità peggiora.

E il cyberbullismo?

Negli ultimi anni la diffusione dei cellulari con collegamento internet, e di conseguenza la possibilità di stare collegati permanente ai social network come Facebook e l’utilizzo di applicazioni per dispositivi mobili come Whatsapp, ha causato un aumento esponenziale dei casi di cyber bullismo. Il problema riguarda soprattutto le scuole secondarie di primo grado. Il cyber bullismo, come tutti gli altri tipi di bullismo, può portare a conseguenze estreme (il suicidio).

Cosa si può fare, concretamente, contro questa piaga sociale?

È fondamentale investire di più nella prevenzione.  Fare prevenzione significa ripensare l’educazione e le strutture educative alla luce dei nuovi bisogni che i giovani e la società in cui viviamo ci pongono. Fare prevenzione significa anche progettare, non limitarsi a singole azioni una tantum sulla scia di momenti di allarmismo, emotività e paura, ma lavorare perché crescano con continuità iniziative per e con i giovani. Fare prevenzione significa, inoltre, promuovere opportunità di crescita per i ragazzi, offrire risorse per la formazione, il lavoro, il tempo libero. Fare prevenzione significa, infine, investire sui giovani come cittadini, perché acquisiscano sempre più il senso di essere protagonisti della realtà in cui vivono.

Puoi concludere con un tuo messaggio…

C’è un proverbio africano che dice “per educare un bambino ci vuole un intero villaggio”. Per far crescere un bambino non bastano i genitori, serve anche una società che creda che investire sui ragazzi sia la miglior risposta in assoluto. Educare è un’arte complessa che l’uomo esercita in relazione reciproca con tutte le persone che formano una comunità, dai genitori ai nonni, dagli insegnanti ai sacerdoti, dagli allenatori agli educatori, dalle autorità alle forze dell’ordine. È necessario, pertanto, concepire l’educazione come un bene comune, che riguarda la famiglia, la scuola e tutto il contesto extrascolastico.

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