AUGURI AL QUOTIDIANO la Repubblica

NON LA BEVETE!
Il titolo di prima pagina, alla massima grandezza (cinque colonne) e corredato da un’immagine verticale di tre ragazzini che si dissetano a una fontanella pubblica, segnò l’inizio di una magnifica avventura giornalistica, la Repubblica edizione di Napoli.

Era il 18 aprile di 29 anni fa.
Il titolo di quella prima edizione scosse la coscienza collettiva della città che si stava da tempo attorcigliando sul problema dell’acqua infetta distribuita dalle condutture pubbliche. È vero, non è vero; è potabile, non lo è; si può bere, è preferibile di no.
La prima redazione locale di Repubblica sbarcata nel meridione d’Italia sfidò, sin dal primo momento, la classe politica e amministrativa parlando (ma è più corretto dire, scrivendo) un linguaggio chiaro e forte.

Lo scossone di un titolo così strillato smosse anche un mercato editoriale locale da troppo tempo assopito per l’egemonia incontrastata de Il Mattino, che sul problema dell’acqua infetta da mesi non riusciva a prendere una posizione decisa.

La foto di prima pagina – tre bambini e una fontanella (copyright di Gianni Fiorito, se non ricordo male) – racchiudeva, in un’esemplare scelta, un monito imperativo: nessuno può permettersi di essere irresponsabile verso chi è debole e innocente (i bambini, gli anziani, i malati). E intimava a chi è preposto a gestire una fontanella di strada (simbolo della cosa pubblica) di non demandare ad altri ciò che il ruolo gli attribuisce.

Con immutato spirito di pungolo per il ceto politico e di stimolo alla ricerca di soluzioni condivise, a partire da quel 18 aprile 1990 ho vissuto ogni giorno, nella prima sede di Piazza dei Martiri, l’attenzione maniacale di una redazione per i “tavoli aperti” (riunioni registrate, trascritte e pubblicate) con sindaci, industriali, sindacalisti, rappresentanti delle opposizioni, del mondo della cultura e dello spettacolo; le fibrillazioni al rientro dei redattori della giudiziaria durante gli anni di Tangentopoli; l’esaltazione per le esclusive su Maradona; la concentrazione e la precisione linguistica di chi raccontava le politiche per la città o per la regione; la pignoleria di chi dipingeva il tessuto produttivo; l’estro di chi narrava il tessuto sociale partendo dalla cronaca nera; l’eleganza appassionata di chi riannodava le moderne espressioni artistiche alle tradizioni della musica, del teatro e della lirica partenopee.
Corbo, Marino, Lucarelli, Fuccillo, Capua, Cervasio, Sarno, Tricomi, Scotti hanno rappresentato fondamenta e colonne portanti di una nuova casa e di una nuova voce desiderosa di veicolare le istanze più profonde della popolazione, aiutando le classi dirigenti a disegnare un futuro per il territorio campano.

Una casa che ha accolto e nutrito una generazione di ragazzi non solo equilibrati e belli ma anche decisamente talentosi. Ragone, Sannino, D’Antonio. Non a caso oggi rispettivamente coordinatore della redazione; mitica inviata temuta da tutte le caste politiche; brillante cronista, nonché moglie e ispiratrice di un premio Oscar.
Si poi sono aggiunti Sardoni, Morgoglione, Azzi e del Bello, quest’ultimo diventato un amico fraterno che ho frequentato, in indimenticabili serate, anche fuori dalla redazione.

Una casa che non avrebbe avuto un ordine senza la gestione, le magie e l’autorevolezza delle mie sorelle Mary Poppins, per metà cavesi e metà napoletane: Antonella, Mariella e Patrizia. Alle quali si sono aggiunte Rosaria (la maggiore), Valeria (la piccolina) e Luisa (l’instancabile).
Insieme abbiamo affrontato e gestito la rabbia di disoccupati, che pretendevano di entrare in 100 per parlare con il caporedattore; abbiamo inseguito i fotografi affinché si allineassero allo stile e al budget del quotidiano; mediato fra l’autonomia locale e l’omologazione della casa madre romana; ci siamo inventati, di volta in volta, tecnici dei computer, delle luci, dei microfoni; abbiamo riportato al rispetto il potente di turno, che entrava senza salutare; abbiamo, insomma, vissuto quella casa come fosse la nostra casa. Da tenere in ordine, nonostante il caos si rinnovasse ogni giorno con nuove forme.

Una casa in cui c’è stato anche divertimento per le stravaganze di Ermanno Rea, la genialità di Pellegrino Sarno, l’impaccio di Mario Segni, l’umiltà di Giorgio Bocca…

A distanza di ventinove anni da quel titolo strillato e quella foto evocativa, Napoli è ancora babele e fermento. È oggi terra di conquista del governatore De Luca, è fucina di sperimentazioni e fallimenti a sinistra con Viola Carofalo e de Magistris, è l’humus che ha fatto crescere l’attuale vicepresidente Luigi Di Maio. E’ punta di disagio di un meridione dimenticato. Ed è anche narrazione cinematografica esportata in tutto il mondo con successo.

Credo ci sia e ci sarà ancora tanto da raccontare da quell’avamposto napoletano. Per la città, per la Campania, per il Meridione. Ventinove è forse un numero che indica la prossimità a una “maturità consapevole”: ovvero la coscienza che si è destinati – oggi più che mai – al rendiconto di battaglie, rilevazioni, esplorazioni e bilanci in cui – ne sono certo – si specchieranno il futuro del Paese e l’identità dell’Europa.
Perché l’Italia senza il meridione non è una nazione.
Perché l’Europa senza uno sguardo sul Mediterraneo non ha una visione e un futuro.
Per l’Italia, per l’Europa e per il Mediterraneo, Napoli è faro e porto.

Auguri Repubblica Napoli!

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