A Spoleto il Corso Nazionale di Adolescentologia 2019

Si è tenuto a Spoleto, affascinante città d’arte umbra che è rinomato teatro di eventi culturali internazionali, il 30 novembre 2019, nella splendida cornice dell’Hotel Albornoz, il VI Corso nazionale di Adolescentologia della Società Italiana Medicina dell’Adolescenza, SIMA. Il convegno ha visto l’intervento di esperti relatori provenienti da tutta Italia e appartenenti a varie discipline, a conferma che l’adolescenza rappresenta un periodo del tutto peculiare della vita di un individuo che necessita di competenze multidisciplinari e adeguate per affrontarne le specifiche problematiche. Organizzazione e segreteria scientifica sono state curate dalla dottoressa Simonetta Marucci, endocrinologa con precipua esperienza di ricerca e lavoro nel campo dei Disturbi del Comportamento Alimentare, e dalla dottoressa Gabriella Pozzobon, pediatra endocrinologa dell’IRCCS Ospedale San Raffaele/Università Vita-Salute di Milano, Dipartimento Materno-Infantile, Centro di Endocrinologia dell’Infanzia e dell’Adolescenza, e Presidente della SIMA. L’evento, che ha avuto il Patrocinio del Comune di Spoleto, dell’Ordine dei Medici, della ASL2, e di Società scientifiche quali AME (Associazione Medici Endocrinologi) e ISDE (Medici per l’Ambiente) ha visto la partecipazione di oltre 130 professionisti provenienti anche da fuori Regione, tra cui, oltre ad esponenti dell’area sanitaria (pediatri, endocrinologi, internisti, psichiatri, neuropsichiatri infantili, psicologi, biologi, nutrizionisti, infermieri), educatori, docenti, dirigenti di Istituti scolastici, rappresentanti di Associazioni di familiari, legali, a conferma della volontà degli organizzatori di creare un gruppo di lavoro pluri-integrato, che coordini famiglia-scuola-operatori della salute-società civile, il che rappresenta una delle mission della SIMA, società scientifica che per proprio statuto mira a promuovere negli iscritti una mentalità operativa multidisciplinare. Sono stati affrontati, in una intera e intensa giornata di studi, temi vari quanto attuali, spaziando da nozioni di carattere medico, sia teorico che pratico, a problematiche di natura psicologica e sociale.

Gratificata anche dalla presenza del sindaco di Spoleto, con un indirizzo di saluto ai partecipanti e di sincero apprezzamento per il convegno e per il suo operato, la dottoressa Marucci ha aperto i lavori dando la parola alla Presidente SIMA, la Pozzobon, che ha fatto una carrellata sull’ultimo anno di attività della Società, particolarmente ricco di impegni ed eventi che hanno visto i soci sempre in prima linea nella funzione di arricchimento del proprio bagaglio culturale e professionale sull’adolescente. La Presidente ha rammentato come la volontà di diffondere capillarmente la cultura della cura dell’adolescente con le sue assolute peculiarità fisiopatologiche ed esigenze sanitarie abbia portato la SIMA ad essere presente con relazioni e interventi a importanti congressi e corsi sul territorio nazionale, oltre ad essere coinvolta attivamente nella prevenzione dell’infezione da papillomavirus (HPV), con il progetto nazionale “Ho una storia da raccontare … Dillo Con Parole …. Nostre”, in collaborazione con la Fondazione Insieme contro il Cancro, l’Associazione italiana malati di cancro (AIMAC), e l’Associazione Laboratorio Adolescenza, ad aver partecipato alla stesura del documento nazionale sull’uso dei corticosteroidi inalatori in età evolutiva, frutto del lavoro della Consensus intersocietaria che ha visto la proficua collaborazione di 8 società scientifiche, sotto la guida della SIPPS (Società Italiana Pediatria Preventiva e Sociale) e ad aver organizzato ben tre Convegni Nazionali, uno al Sud (il 19 ottobre a Sorrento), uno al Centro Italia (appunto Spoleto), e infine al Nord, il III Corso residenziale di Adolescentologia, a Milano, il 14 dicembre.

La prima sessione, moderata dai medici Salvatore Chiavetta, di Palermo (pediatra di famiglia e tesoriere SIMA) e Luca De Franciscis, di Salerno (endocrinologo e revisore dei conti SIMA), è cominciata con la relazione tenuta dalla dottoressa Serenella Castronuovo (Nettuno), pediatra di base e psicoterapeuta, consigliere nazionale SIMA, che ha discusso “Quando e come il Pediatra può intercettare i segnali di disagio nell’adolescente”. “L’adolescenza– ha spiegato la specialista- è una fase della vita in cui vi sono notevoli cambiamenti fisici e psichici, ai quali l’individuo deve sapersi adattare: tra i compiti evolutivi dell’adolescente c’è, in altri termini, quello di sviluppare la propria identità personale, sociale e sessuale. La cronaca dimostra come per molti adolescenti questo periodo della vita sia molto difficile e complicato e possa esporli a rischi e disagi”. La dottoressa ha dunque puntualizzato cosa deve cercare il Pediatra: “1) Se sono presenti segnali di depressione o stato di ansia generalizzata. La letteratura documenta che la depressione è in aumento in età adolescenziale. In Italia il suicidio rappresenta il 12% dei decessi tra i 15 e i 29 anni: la seconda causa di morte nei maschi e la terza nelle femmine. La depressione comporta un rischio di suicidio aumentato di 10-30 volte. 2) Se vi è dipendenza da Internet e isolamento con ritiro sociale e autoreclusione volontaria in casa. 3) Se sono presenti disturbi alimentari e/o alterazione dell’immagine corporea. I disturbi alimentari non solo esordiscono più comunemente in adolescenza, ma attualmente l’età di inizio spesso è anticipata rispetto al passato. 4) Se c’è presenza di segni di autolesionismo. 5) Se l’adolescente è oggetto di bullismo e/o cyberbullismo”. Ha poi continuato: “Sappiamo che tra i 12 e i 19 anni vi può essere l’esordio di molti dei disturbi psichici dell’adulto. I disturbi psichiatrici sono presenti in adolescenza con una prevalenza che sulla base di numerosi studi epidemiologici è superiore al 20% in tutto il mondo. Questo anche in rapporto all’abuso di sostanze (alcool, tabacco, droghe, comprese le nuove sostanze psicoattive) fenomeno che oggi si presenta trasversalmente in vari contesti sociali e, soprattutto, in un range di età sempre più giovane, contribuendo a creare cicatrici permanenti nel cervello in crescita che lo rendono meno elastico, con conseguente maggiore facilità a contrarre patologie mentali nell’adulto, oltre a creare alterazioni della traiettoria di neuro-sviluppo, con mancata maturazione di alcune aree cerebrali necessarie all’integrità del comportamento e delle emozioni. Ma anche uso distorto e patologico di internet e social network favorisce il disagio emotivo. Per questo diventa fondamentale la figura del pediatra di famiglia che, conoscendo l’adolescente con la sua famiglia sin dalla sua nascita, può e deve cogliere i primi segnali di disagio. Il pediatra dovrebbe essere infatti l’operatore privilegiato per intercettare, oltre alle patologie somatiche, anche le prime manifestazioni di disagio emotivo e relazionale. Dobbiamo sospettare un disagio quando siano presenti incapacità o difficoltà a creare e mantenere rapporti con i coetanei, comportamenti potenzialmente pericolosi, un inspiegabile calo delle prestazioni scolastiche, o viene riferito dai genitori uno stato di tristezza e isolamento o vi è il sospetto di abuso di sostanze. La visita medica del pediatra al paziente adolescente va effettuata non soltanto nel bilancio di salute ma in tutte le occasioni utili, e diventa preziosa per evidenziare i primi segnali di malessere. Importante è organizzare lo studio medico in modo che ci siano degli spazi e orari dedicati soltanto all’adolescente, in modo che non ci siano delle interferenze esterne che possano disturbare la visita/colloquio. Fondamentale è dedicare tutto il tempo necessario affinché si instauri quel proficuo rapporto di fiducia e l’adolescente possa esprimere senza paura/timori le sue difficoltà. Il pediatra di famiglia attraverso i colloqui ed eventualmente utilizzando dei test validati deve saper intercettare l’adolescente a rischio e laddove lo ritenga necessario inviarlo ad un secondo livello”.

A seguire, la relazione del dottor Giovanni Farello, segretario nazionale SIMA che opera presso la Clinica Pediatrica dell’Università de L’Aquila, Dipartimento di Medicina Clinica, Sanità Pubblica, Scienze della vita e dell’ambiente: “Percezione della qualità della vita in adolescenza”. Ha chiarito l’esperto: “La valutazione della qualità della vita (QoL), soprattutto in relazione allo stato di salute, è essenziale per lo sviluppo di programmi di sanità pubblica. L’obiettivo delle ricerche è identificare parametri di misura capaci di integrare i dati obiettivi con indicatori della percezione soggettiva dell’esperienza di cura, nel segno del concetto di salute definito dall’Oms come ‘uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale’. I nostri studi hanno dimostrato che la percezione della qualità della vita in bambini e adolescenti presenta significativa associazione con i principali parametri antropometrici, ma con una importante differenza in base all’età: la qualità della vita nel gruppo di ragazzi tra i 4 e i 10 anni sembra essere influenzata dalla statura e non dal peso, mentre nel gruppo tra gli 11 e i 16 anni è il peso/sovrappeso che influenza negativamente la percezione della qualità della vita”.

La dottoressa Beatrice Messini è poi intervenuta a parlare di “L’età della transizione”, recando i dati relativi al territorio umbro. In particolare, il medico si è soffermato sullo spinoso tema della transizione dalle cure del pediatra al medico dell’adulto, sostenendo che: “L’adolescenza si può considerare una sorta di terra di mezzo, con bisogni di salute peculiari che purtroppo l’attuale sistema sanitario non sembra in grado di soddisfare in maniera adeguata, offrendo modalità di transizione spesso frammentarie e non pianificate, in assenza di un’organizzazione specifica a livello nazionale, mancando linee-guida prestabilite e protocolli condivisi, luoghi dedicati, risorse specificamente allocate. La transizione dalle cure pediatriche a quelle del medico dell’adulto rappresenta un passaggio assistenziale delicato e importante per l’adolescente, che dovrebbe essere incentrato sul paziente con una grande attenzione alle sue esigenze individuali, e avvenire con continuità, coordinazione, flessibilità, sensibilità, ed è particolarmente problematico per gli adolescenti affetti da malattia cronica”.

E’ seguita poi la profonda lettura della dottoressa Pozzobon, moderata dal dottor Valentino Cherubini: “L’adolescente: problemi vecchi e nuovi”. “L’assunzione di comportamenti a rischio in adolescenza- ha spiegato l’esperta– è connaturata alle peculiarità dello sviluppo del cervello in questa fascia di età: negli adolescenti, il diencefalo è iperfunzionante, ed è l’area del piacere istintivo, del cosiddetto Es, mentre la corteccia prefrontale è ancora poco utilizzata, ed è l’area del cosiddetto Super-io, che è responsabile delle decisioni ragionate e ponderate. Ciò comporta la mancanza di freno da parte di un sistema di controllo cognitivo in loro ancora immaturo. Inoltre, i circuiti neuronali responsabili dell’appagamento e del piacere sono ipersensibili a eventi in cui è implicato un rischio, ma anche la possibilità di superarlo, di vincere, perché ciò crea un feedback positivo, soprattutto se ci possono essere dei risultati maggiori delle aspettative, cioè una ricompensa inattesa. Dunque, un giovane si sovraeccita al pensiero di un possibile esito positivo e piacevole di un certo comportamento rischioso, per cui è più incline a gettarsi in imprese il cui esito positivo non è scontato, perché motivato dal brivido di una potenziale ricompensa, vale a dire l’avercela fatta. Questa naturale tendenza dell’adolescente di mettersi alla prova, di sfidare la vita e la morte, attualmente è amplificata dal teatro dei social network, dove i ragazzi espongono ogni loro momento alla ricerca di effimera popolarità e riscontri positivi, o dal mondo dei videogiochi con milioni di utenti, il tutto fuori da qualsiasi controllo e anche consapevolezza dei genitori”.

La II Sessione, moderata dai dottori Alfredo Crescenzi (Referente regionale AME), Stefania Bernacchi (pediatra LS ISDE: Medici per l’ambiente) e dall’endocrinologo di fama prof. Giuseppe Chiumello, Milano, si è aperto con l’intervento di Armando Grossi, della U.O.S. Patologia Endocrina delle malattie croniche e post-tumorali  Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, Consigliere Nazionale e presidente incoming SIMA, che ha affrontato la tematica della “Gestione delle sequele endocrine in adolescenti con pregressa storia oncologica“. “Gli adolescenti con pregressa malattia oncologica– ha spiegato il medico- devono essere sorvegliati per gli effetti avversi a lungo termine delle pesanti terapie subite. La gestione di questi ultimi può richiedere l’intervento di diverse figure specialistiche (cardiologo, endocrinologo, ginecologo, nefrologo, neurologo, etc.) in base a quali organi e apparati sono stati bersaglio dei danni di radio- e chemioterapia (tiroide, gonadi, ipofisi, ricambio glicidico, ossa, cuore etc). La previsione di quali siano gli organi colpiti dipende dal tipo di terapia effettuata più che dal tipo di neoplasia pregressa. Ciò deve essere considerato perché avvenga una mirata sorveglianza e follow-up. E’ noto ad esempio che alcuni chemioterapici come le antracicline possono danneggiare il cuore, gli alchilanti possono compromettere la fertilità, alte dosi di cortisone o la radioterapia possono influire sulla crescita e la struttura delle ossa. Il carcinoma tiroideo è un secondo tumore il rischio della cui insorgenza va considerato nella impostazione del follow-up dei pazienti che abbiano effettuato RCT regione cervicotoracica, per i quali pertanto il periodico monitoraggio ecografico assume importanza primaria. Con l’aumento del numero di giovani che sopravvivono alla prova di un tumore, cresce la sfida per i medici di controllare gli effetti a lungo termine dei trattamenti e di definire i diversi profili di rischio in relazione in relazione a età, tipo, tempi e dosi di terapie, e stabilire di conseguenza linee guida che indichino l’opportunità e la frequenza dei controlli a cui sottoporsi nel corso della vita”.

La parola poi al dottor Piernicola Garofalo, Direttore/Responsabile di U.O.S. Endocrinologia Pediatrica c/o A.O. “V. Cervello” Palermo, e past-president SIMA, col tema a lui caro: “Riconoscere e riconoscersi: il cammino di identità di genere in età evolutiva”. “Si considera ‘disforia di genere’– ha chiarito l’endocrinologo- la forte e persistente identificazione di una persona nel sesso opposto a quello biologico, associata a una sofferenza clinicamente significativa o alla compromissione del funzionamento in ambito sociale, scolastico o lavorativo. L’ICD-11, pubblicato il 18 giugno 2018, depatologizza la disforia di genere, spostandola dal capitolo dei disturbi mentali a un nuovo capitolo, appositamente creato, sulla salute sessuale, in cui è classificata come ‘Incongruenza di genere’, condizione da curare con ormoni e chirurgia ma senza connotati di patologia mentale, il che è importante per le associazioni dei pazienti nell’ottica di abbattere lo stigma e il pregiudizio. Lo sviluppo atipico dell’identità di genere può essere il risultato della combinazione di fattori di origine biologica, fisica, familiare, psicologica e sociale, e interesserebbe il 2-3% dei bambini, molti dei quali ‘desistono’ nel passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza (‘desisters’), per cui rimane alla pubertà solo il 12%-27% circa dei casi infantili, che con molta probabilità diventeranno adulti con disturbo dell’identità di genere (‘persisters’). Negli adolescenti con ‘non conformità di genere’, è prevista l’assunzione di bloccanti ipotalamici (analoghi del GnRH), quali la ‘Triptorelina’, per ritardare la produzione di estrogeni o testosterone impedendo temporaneamente lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari, che scatenano l’acuirsi, spesso devastante, della sofferenza per l’espressione naturale e irreversibile del sesso biologico in una direzione non desiderata, e consentendo al giovane di avere più tempo per decidere della sua identità definitiva, mentre resta temporaneamente in una condizione di neutralità che renderà poi eventualmente più semplice un eventuale intervento ormonale e chirurgico di ri-attribuzione del sesso nel caso si voglia ricorrervi in età adulta, come è consentito dalla legge attuale nel nostro Paese. Benchè in letteratura ci siano ancora poche certezze sulla validità dell’impiego di Triptorelina per questa indicazione, la Società Italiana di Endocrinologia, la Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità, la Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica, e l’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere, hanno approvato, in una nota congiunta, l’estensione della prescrivibilità e rimborsabilità della Triptorelina per il trattamento della disforia di genere negli adolescenti da parte di Aifa”.

Ultima di questa sessione dedicata all’endocrinologia, la dottoressa Rossella Gaudino, pediatra endocrinologa ricercatrice presso la Clinica Pediatrica/Dipartimento Materno infantile e Biologia Genetica dell’Università di Verona e vice-presidente SIMA, che ha discusso di: “Interferenti endocrini e disturbi dello sviluppo”. “Gli interferenti endocrini, o Endocrine disruptors – ha chiarito l’esperta- sono sostanze chimiche che si stanno diffondendo sempre più nell’ambiente a causa dell’inquinamento e, penetrati nell’organismo di animali ed esseri umani attraverso la catena alimentare, alterano il funzionamento del sistema ormonale e ne pregiudicano pertanto la salute. I bambini (già dalla vita fetale) e gli adolescenti sono le categorie più predisposte ai rischi di tali sostanze, che agiscono interferendo sul metabolismo, sulla crescita, sul sistema ipotalamo-ipofisario, tiroideo e surrenalico, sullo sviluppo puberale, sull’apparato riproduttivo, sul genoma modificando la struttura del DNA. Recenti dati inoltre evidenziano come tali sostanze possono essere implicate sull’incremento dell’obesità ma anche dell’infertilità maschile e dei tumori a cui si è assistito negli ultimi 40 anni. Le preoccupazioni destate dagli interferenti endocrini sono in costante aumento dagli anni ’90. L’Endocrine Society statunitense sostiene l’appello del Rapporto Oms per ulteriori ricerche sugli Endocrine disruptors e per intervenire a vari livelli tenendo conto delle più recenti prove scientifiche al fine di ridurre al minimo l’esposizione umana a queste sostanze pericolose”.

La terza sessione, nel pomeriggio, moderata dai dottori Maurizio Morlupo, di Spoleto, e Sabino Pesce, di Bari (revisore dei conti SIMA) è stata aperta dalla dottoressa Laura Dalla Ragione, di Perugia, esperta di DCA, con la relazione “DCA dell’età evolutiva e comorbidità psichiatrica”. Ricordando “l’aumento di casi di disturbi alimentari ad esordio precoce nell’infanzia (tra 8 e 12 anni) e l’emergere di altri disturbi alimentari oltre a quelli classicamente noti, quali il “Disturbo Evitante/Restrittivo nell’Assunzione di Cibo (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder, ARFID), una forma grave di rifiuto e disinteresse verso il cibo spesso in associazione a una estrema selettività verso gli alimenti, che colpisce soprattutto bambini, da 2-3 anni fino alla preadolescenza, e può riguardare fino al 2% della popolazione infantile“, la dottoressa ha rimarcato che “i disturbi alimentari causano livelli significativi di morbilità e mortalità: rappresentano la prima causa di morte per malattia (dopo gli incidenti stradali) nelle donne tra i 12 e i 25 anni e sono, tra le patologie psichiatriche, quelle col più alto indice di mortalità. Tante, inoltre, le possibili comorbilità: disturbo d’ansia, manifestazioni fobico-ossessive, depressione, attacchi di panico, discontrollo degli impulsi, autolesionismo e tentativi di suicidio, comportamenti a rischio come sessualità promiscua e non protetta, uso di sostanze di abuso”.

La seconda relazione della sessione è stata affidata alla dottoressa Rosalba Trabalzini, psicologo, psichiatra, psicoterapeuta cognitivista, consigliere SIMA, che ha parlato di: “Aggressività, stato emotivo naturale da educare”. La specialista, che è nel consiglio direttivo SIMA, ha spiegato che “La nostra specie esiste perché uno degli istinti primari codificati dal nostro DNA è l’aggressività, che ha portato i nostri avi al desiderio di conquista dello spazio vitale per la continuità della linea genetica. I bisogni vitali: cibo, protezione e ricerca partner, assieme agli stati emotivi negativi: paura, rabbia, dolore, frustrazione, sentirsi minacciati, se accompagnati da un’eccitazione elevata, possono attivare la risposta istintiva dell’aggressività. Anche per i filosofi, esiste la tendenza innata a essere aggressivi, già Hobbes nel 1650 sosteneva che gli esseri umani sono naturalmente malvagi e Freud che le persone abbiano un istinto di vita e uno di morte. Alla base dell’aggressività, secondo la scienza, predisposizione genetica (ridotta produzione di serotonina), educazione e traumi infantili, controllo ormonale (es. testosterone), fattori ambientali (es. caldo), sostanze (es. alcol), condizioni psico-patologiche (ADHD, autismo, stato maniaco-depressivo, disturbo border line di personalità, psicosi). La risposta aggressiva è controllata in gran parte dall’area più antica del cervello, l’amigdala, di concerto con un altro sistema legato alla paura: il sistema nervoso simpatico. Funzione di controllo e inibizione delle tendenze aggressive spetta alla corteccia prefrontale. Questa sembrerebbe meno sviluppata in assassini e criminali”.

Infine, la quarta e ultima sessione, moderata dalla dottoressa Margherita Sardo Infirri (Referente PLS ASL 2 Spoleto/Foligno/Terni/Valnerina) e dal dottor Stefano Stagi della Clinica Pediatrica/Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università di Firenze, è stata aperta dalla relazione “Microbiota intestinale e relazione con obesità infantile” del dottor Carlo Alfaro, che ha parlato di come, dietro l’attuale pandemia di obesità, potrebbe esserci una complessa interazione tra predisposizione genetica e pressione dei cambiamenti ambientali, mediata dalle modificazioni del  microbiota intestinale, di cui molti studi recenti documentano la potenzialità di influenzare l’epigenetica dell’ospite, oltre alle altre attività: protettiva, trofico-metabolica, detossificante, strutturale e immunomodulante. Ha spiegato il dottore, Dirigente medico Ospedali Riuniti stabiesi e consigliere SIMA: “Sono diversi i fattori capaci di modellare il microbiota intestinale di ciascun individuo, oltre alla genetica, dalle caratteristiche biologiche della madre, all’età gestazionale, alle modalità del parto (vaginale o cesareo) al contatto pelle-a-pelle tra madre e neonato nei primi istanti di vita, al tipo di alimentazione precoce (allattamento materno, artificiale o misto, composizione e timing dello svezzamento) e successiva nel corso della vita, a stili di vita, ambiente, inquinamento atmosferico, contatto con animali, fumo, farmaci (antibiotici, inibitori di pompa protonica, cortisonici e contraccettivi orali), alcol, stress, infezioni intestinali, intolleranze/allergie alimentari, interventi chirurgici. Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha dimostrato che modificazioni quantitative e qualitative e la variazione della distribuzione lungo il tratto intestinale dell’ecosistema microbico (disbiosi) gravano sulle funzioni metaboliche dell’intero organismo, potendo intervenire nella patogenesi di un ampio spettro di malattie croniche non trasmissibili, dalle malattie infiammatorie croniche dell’intestino alla sindrome del colon irritabile, fino a patologie metaboliche, allergiche, cardiovascolari, oncologiche, neurologiche e disturbi psichiatrici, probabilmente attraverso attivazione della flogosi sistemica low-grade, mediata da alterata permeabilità intestinale, produzione di citochine pro-infiammatorie, assorbimento di endotossine, alterazioni metaboliche e modulazione genica. Una determinata composizione del microbiota condizionerebbe lo sviluppo di obesità, secondo gli studi, prima ancora che questa sia fenotipicamente manifesta”.

A seguire, la dottoressa Marucci ha trattato il tema molto nuovo “Nutraceutica nei DCA: un supporto per contenere i danni da malnutrizione”, focalizzandosi su due temi fondamentali: 1) l’importanza degli aspetti nutrizionali per il funzionamento del cervello e l’influenza dei nutrienti sugli aspetti mentali, persino sullo sviluppo di un corretto schema corporeo: “man mano che il corpo cambia- ha detto- si ripristina la mappa cerebrale e il modello di schema corporeo”; 2) l’importanza di aspetti epigenetici su alcuni comportamenti disfunzionali come l’iperattività, che viene interpretata come una risposta epigenetica alla carestia di cibo: “i nostri antenati per fuggire dalla carestia avevano una sola possibilità, quella di correre”. La lettura della dottoressa ha permesso di aggiungere nuovi elementi di conoscenza a questa “epidemia moderna” che sono i disturbi della condotta alimentare, sviscerandone meccanismi e dinamiche sottese.

Ultima relazione, quella del prof. Andrea Vania, docente del Dipartimento di Pediatria della Sapienza Università di Roma: “Le sirene etiche: quale impatto sulla alimentazione dell’adolescente?”. “Come noi adulti– ha esordito Vania- ma anche di più, per la fragilità connaturata alla fase di sviluppo, gli adolescenti si fanno facilmente attirare dalle ‘sirene’ etiche più affascinanti, nelle braccia delle quali si gettano a capofitto, senza riflettere (atteggiamento anche questo inevitabile in adolescenza) sulle mille sfumature di grigio della vita reale. A volte però, queste loro scelte possono comportare conseguenze non positive, ed è per questo che gli adulti di riferimento dovrebbero impegnarsi per aiutarli a sviluppare una maggiore e più ponderata consapevolezza”. In particolare, lo studioso ha fatto riferimento alle diete a volte bizzarre suggerite spesso da blogger o web influencer o alle crociate contro inquinamento e modificazioni climatiche. “Ormai l’epigenetica, che valuta la stretta connessione tra ambiente e genetica, ha dimostrato che l’alimentazione è determinante per garantire salute e benessere sia a breve che a lungo termine, per cui è fondamentale che ci si alimenti sempre in modo corretto, ma soprattutto nelle fasi della vita in cui le esigenze nutrizionali sono particolari, come la gravidanza e l’età evolutiva, in cui è richiesto che l’alimentazione sia quanto più possibile varia, completa e corretta in base a criteri scientificamente determinati”, ha concluso il medico.

Infine, alla dottoressa Grazia Maria Ubertini, dirigente di Endocrinologia presso l’Ospedale Bambino Gesù di Roma e responsabile della Macroarea Italia centrale della SIMA, il compito di tirare le somme dell’intensa giornata di studi con il “take home message” finale. Il Corso si è concluso con pieno apprezzamento dei partecipanti per l’alto livello di tutta la faculty, gli argomenti di vario ed estremo interesse e rilevanza scientifica, l’occasione di confronto e crescita in un clima di attiva condivisione di pratiche e saperi.

 

 

 

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