Via Savino nel racconto del Prof. CIRO FERRIGNO

VIA SAVINO

Il racconto del lunedì del prof Ciro Ferrigno

Da uno scritto del rev. Alfredo Amendola sappiamo che il toponimo Via Savino ebbe origine da un tempietto in onore della dea Sabina, risalente al tempo dell’antica Roma.
Il vicolo sicuramente era parte della rete di stradine che attraversavano fin dai tempi più remoti la piana. Un viottolo partiva dalla via Minervia, attraverso il Luogo di Carotto, scendeva al tempio, sul quale sarebbe stata edificata la Basilica di San Michele, e confluiva in uno slargo. Da questo spazio una stradina scendeva in direzione di Gottola e, dalla parte opposta, la Via Savino procedeva verso la costa e consentiva di arrivare alla Marina, mediante una scala scavata nel tufo. Ancora oggi quel luogo, al confine tra i comuni di Piano e Sant’Agnello, è conosciuto come Ponte di Savino o ‘Ncopp’o Vallo che vuol dire “Sopra il Vallone”
L’edicola o tempietto dedicato alla dea potrebbe essere identificato, all’inizio della via, quasi di fronte a San Michele, in un casotto bianco, con grosse pietre angolari, troppo piccolo per essere un’abitazione o una bottega, una struttura certo riedificata tante e tante volte, nel corso dei secoli. Il toponimo ricorderebbe la dea Sabina o Vacuna venerata, prima dai Sabini poi dai Romani, come patrona del riposo dopo i lavori in campagna. Questa divinità era riconosciuta e invocata per la fertilità, era legata alle sorgenti, alla caccia, al riposo e fu identificata, da autori antichi, con la dea Vittoria ed in seguito con Cerere, Minerva e Diana. La sua festività veniva celebrata all’inizio dell’inverno ed il culto sopravvisse all’avvento del cristianesimo.
D’altro canto il Savino è anche un cespuglio, molto popolare dalle nostre parti: lo Juniperus sabina, chiamato volgarmente ginepro sabina o più semplicemente sabina, un arbusto cespuglioso con corteccia bruno-rossiccia e foglie aghiformi, di colore verde-cupo. È diffuso in luoghi soleggiati e scoscesi e viene utilizzato spesso per il consolidamento del terreno, come pianta ornamentale o per segnare il confine tra due proprietà. Rametti profumati del Savino sono ancora usati nei presepi e si legano con un nastrino alle palme di confetti. La via avrebbe potuto prendere il nome anche da questo arbusto sempreverde, molto comune nella zona.
Una terza ipotesi viene suggerita dal Com.Pietrantonio Iaccarino, il quale ritiene che derivi da Sabino, un veterano, al quale Cesare Augusto avrebbe assegnato un ampio terreno quale ricompensa per i lunghi anni trascorsi, nell’esercito, al servizio di Roma.
Per secoli Via Savino è stata un’arteria importante, con edifici anche d’un certo prestigio, circondati da vasti agrumeti. Da citare il Palazzo Ricciardi, una famiglia di armatori, edificato nella seconda metà dell’Ottocento da Litterio, capitano, oltre che armatore. Nel cortile interno fu creata una grotta artificiale, in cui era scolpito un brigante calabrese a grandezza naturale, seduto su un masso; per questo la casa fu detta anche “del brigante”. A fine ottocento, vi nacque il figlio dell’armatore, Guglielmo. Questi emigrò negli Stati Uniti d’America diventando un apprezzato attore e un discreto commediografo.
Con la costruzione di nuove strade ampie e comode, Via Savino, poco alla volta, finì per essere poco frequentata e addirittura malfamata, rifugio di coppie e coppiette alla ricerca di un po’ di privacy. Oggi è rifiorita, parecchi palazzi sono stati restaurati ed è uno dei pochi angoli del paese dove si può vivere ancora sereni e tranquilli… quando non impazzano le motociclette!
Il racconto del lunedì di Ciro Ferrigno

Nota di Peppe Maresca

Il comandante Ricciardi prima dell’arrivo di Garibaldi venne incaricato da Francesco II di portare in un luogo sicuro il tesoro dei Borbone. Ricciardi con la sua nave ” Il Sorrentino” trasporto’ l’intero tesoro fino a Malta al porto de LA VALLETTA , qui lo consegnò ad un emissario del Re delle Due Sicilie che provvide a metterlo in salvo. Ritornato a Piano il comandante non rivelò mai i motivi della sua missione tuttavia a ricordo della grande impresa di cui era stato protagonista e per sfregio al governo piemontese volle farsi costruire nel giardino di casa ( a Via Savino) una statua che rappresentantasse uno dei simboli della resistenza del Sud, un brigante calabrese “con la pipa in bocca e il fucile a trombone tra le gambe”. Ora non so quanto sia attendibile e realmente accaduta questa storia che ho letto ma mi piace credere che lo sia.

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