Travolto dagli affetti familiare

TRAVOLTO DAGLI AFFETTI FAMILIARI

REGIA : MAURO SEVERINO ( ITA, 1978 )

Rubrica di passione cinematografia a cura del dr. Francesco Cuccaro

Tema del film
È una pellicola « minore » del genere comico. Senza rinunciare al canone abituale del « maschio si ciliano sciupafemmine » ma magnanimo, la vicenda paradossale, portata sul grande schermo da Lan do Buzzanca, è quella di uno spiantato alle prese con la dura lotta per la sopravvivenza, per assicu rarla degnamente anche ai suoi affetti più cari che sono la decrepita nonna e un vecchio cane « pa sticcione ».
Meritevole, tuttavia, di rivisitazione per le tematiche affrontate, per la gioia degli animalisti, ma so prattutto per la carica di amore che riesce a sprigionare, il lungometraggio espone le peripezie poco verosimili di Memé ( soprannome di Emanuele Di Costanzo ) e del cane “Piccolo”, suscitando, più che ilarità, commozione negli spettatori. Già sceneggiatore de Il segno del comando, Giuseppe D’Agata propone il tema della fragilità dell’esistenza e il disperato bisogno di un mondo genuino dai valori forti, espresso nientemeno da un cane, involontaria fonte di preoccupazioni per il suo pa drone.
“Piccolo” è il più grande amico fraterno degli uomini e, principalmente, di Memé, per la sua intensa espressività capace di comunicare reconditi stati d’animo, catalizzando l’attenzione del pubblico at torno a sé. “Più conosco gli uomini e più mi affeziono agli animali”, come diceva una volta un tale, è la « filosofia spicciola » del film.
Invece nessuno si riconoscerebbe nell’improbabile e patetica figura di Memé, trovandosi ridotto ai minimi termini, « sognatore » quale immaturo attempato che dimostra la propria inettitudine a qual siasi lavoro serio, volendo contare esclusivamente sul contributo dei suoi simili. Orgoglioso e pateti co nel rivendicare meriti e vantare millanterie, non si vergogna di sedurre un’ingenua e bigotta far macista, combinando così un matrimonio d’interesse che, in forza delle contrarietà, avrebbe volen tieri fatto a meno.
Ma quanto più emergono stravaganze e debolezze di Memé, tanto più traspare la contraddizione con l’altra sfaccettatura del suo animo : la premura e l’affetto disinteressati verso “Nana” e “Piccolo”, da non volerli sacrificare, ad ogni costo, al loro destino.
Realizzata nell’estate del lontano 1978, la pellicola di Mauro Severino esprime perfettamente un « pirandellismo di maniera », impreziosita dalle note musicali, dai toni frizzanti ed elegiaci, di Gian ni Ferrio, e dove Lando Buzzanca e Gloria Guida — reduci allora dallo spettacolo televisivo di suc cesso, Settimo anno — interpretano Memé Di Costanzo e la sua amante Eliana Salvetti.
Ricalcato sulle orme di Umberto D di Vittorio De Sica, Travolto dagli affetti familiari sembra richiamarsi anche al Don Giovanni in Sicilia di Alberto Lattuada — con la partecipazione dello stes so Buzzanca — che espone il condizionamento di Giovanni Percolla da parte delle anziane sorelle, inaugurando la fortunata serie di pellicole, targate anni Settanta, sulla figura cinematografica del « maschio siciliano », affascinante seduttore ma complessato alla radice.
Travolto dagli affetti familiari è disponibile su you tube.

Trama del film
Alla notizia del padre morente, Emanuele Di Costanzo detto Memé ( Lando Buzzanca ) giunge dal la città in una casa colonica. Viene a sapere da uno zio che il genitore è deceduto qualche giorno pri ma a causa di un « doppio infarto con trombosi fulminante ». Tuttavia la cosa gli appare alquanto so spetta perché la sua originaria famiglia gli rivela uno spettacolo a dir poco grottesco, con la sprez zante indifferenza verso il defunto da non concedergli neppure una degna sepoltura, e rimproveran do a Memé di essersi « imboscato » e in preda a « manìe di grandezza ».
In un così gretto parentado l’unica persona che gli prova affetto è l’ottantaduenne “Nana” ( Nerina Montagnani ), la nonna mal sopportata dagli altri, intenzionati a sbarazzarsi di lei alla prima occa sione, internandola per sempre in un ospizio.
Quel che è peggio, però, la vecchia lo manifesta al nipote : la decisione dei Di Costanzo di sopprime re “Piccolo” — un cane paffuto ed invecchiato — da tre mesi « ospite » nel loro cascinale per i disa gi arrecati a Memé dalla sua ingombrante compagnìa in città. Già relegato in una squallida cantina, all’animale sono riservate tre polpette avvelenate, ma l’arrivo « provvidenziale » di Memé sventa il pericolo.
Non rimane a quest’ultimo che condurre via “Nana” e “Piccolo”, aggravando già la sua grigia esi stenza, caratterizzata da un lavoro mal retribuito e svolto maldestramente per la sua volubilità di ca rattere, sorgente di nuove sventure. Le cambiali non pagate e non garantite, la tendenza alla prodiga lità, l’interruzione di gas, energia elettrica e telefono in un trascurato appartamento dell’ottavo pi no, sono i segni inequivocabili di tale « irresponsabilità ». Memé vi alloggerà “Nana” e il cane. Preoccupata dal comportamento superficiale del nipote, la nonna gli suggerisce il matrimonio come « scappatoia » per i suoi numerosi problemi.
A causa di un « pasticcio » di “Piccolo”, l’uomo subisce un fermo provvisorio presso una caserma dei carabinieri, con la conseguenza del licenziamento definitivo dall’agenzia immobiliare “Zodia co”. La sua amante, la bionda Eliana Salvetti ( Gloria Guida ), attrice e fotomodella, rifiuta il matri monio con l’incombenza di accudire “Nana” e “Piccolo”. Memé medita il suicidio e perfino l’ucci sione dei suoi affetti più cari, ma per ora si tratta di un’idea ancora lontana che, però, spaventa “Pic colo” che va a nascondersi sotto il letto di “Nana”. Poi il « loser » ha un’improvvisa folgorazione : sedurre un’ingenua farmacista, Isotta Uccelli ( Andrea Ferreol ), conosciuta al mare e invaghitasi di lui. Il colpo di mano è perfetto ma il matrimonio suscita subito la diffidenza dell’anziana madre di lei ( Franca Dominici ) e delle due zie nubili ( Nais Lago e Gianna Salvi ).
Dissimulando le nozze a Eliana, ne sollecita l’ospitalità momentanea per la nonna e il cane. La sua luna di miele è interrotta dal grave incidente di “Piccolo” che procura all’animale la mutilazione di un arto. Nella clinica veterinaria in cui viene operato d’urgenza, avviene il drammatico confronto tra i due sposi ed Eliana che accusa l’amaro « coup de theatre » con desiderio di vendetta contro Me mé. La famiglia Di Costanzo si sistema in un quartiere residenziale, nel quale abitano Isotta e le sue parenti. Queste ultime mal tollerano la presenza di Memé, squalificandolo come un fallito arrivista, interessato solo ai proventi della farmacia e al loro agiato stile di vita. L’atmosfera si « surriscalda » quando, con le sue pretese « iperboliche » soprattutto in materia di “Piccolo”, l’uomo non fa niente per correggerle o mitigarle, come quella di voler investire su un canile privato ( con clinica, piscina e « termostato » ) con i soldi della moglie e svolgervi, autonomamente, un’attività manageriale. La famiglia Uccelli si oppone decisamente a tale iniziativa.
Si giunge così allo scontro aperto e il matrimonio con Isotta comincia a vacillare. Un successivo in tervento provocatorio di Eliana finisce per complicare le cose, con un violento litigio tra gli sposi. Memé minaccia lo scandalo dell’abbandono del tetto coniugale, instaurando di fatto la sua suprema zia in casa Uccelli.
La povera “Nana”, intanto, è affetta da una patologia degenerativa. Internata in una casa di riposo, le attenderà un destino di emarginazione e di solitudine. In preda ad una crisi di coscienza, Memé se la riprende. Di fronte al diniego di Isotta di ospitarla di nuovo, l’uomo reagisce con la separazione dalla moglie, rinfacciandole non solo l’ipocrisia e l’avarizia ma anche la grettezza nel pretendergli la restituzione di tutto quello che le appartiene.
Intanto “Nana” muore la sera stessa del rientro nell’attico, contenta di esservi ritornata. La tragedia si complica con il crollo emotivo di Memé perché, oltre al litigio con Isotta ed Eliana che non perde occasione di commiserarlo, ora è veramente solo con “Piccolo”, al quale imputa, in modo esagerato, la causa delle proprie disgrazie. Privo di un lavoro fisso, si trova a girovagare con il cane, meditan do sul da farsi, compresi i provvedimenti drastici di liberarsi per sempre di lui, come l’ipotesi della relegazione nel canile municipale o l’abbandono sul ciglio di una strada, tutti naufragati.
Ottenuto un ingaggio come mozzo o marinaio su una nave da diporto, Memé decide di avvelenare il cane in modo indolore, la sera precedente alla partenza, dopo avergli offerto una lauta cena fatta di « costate con l’osso e le carote, abbacchio trifolato e spezzatino con piselli ». Non essendo riuscito nello scopo, in un momento di escandescenza, afferra la statua del « fratacchione miracoloso » — un ricordo personale di “Nana” — scaraventandola dalla finestra. Ormai il povero e malinconico “Piccolo” intuisce di essere il motivo di tanto dramma e, raggiunta la finestra, precipita nel vuoto, sotto gli occhi esterrefatti del suo padrone.
Per fortuna, la tenda del negozio sottostante e la cesta di vimini ripiena di pani ne attutiscono la ca duta, e “Piccolo” riporta solo leggere contusioni. L’uomo rimane fortemente scosso dall’incondizio nato affetto del cane, fino a compiere un così incredibile ed estremo sacrificio.
Entrambi giungono, l’indomani, al molo per imbarcarsi ed abbandonare per sempre il paese. Memé sistema clandestinamente l’animale a bordo ma, avendo dimenticato medicamenti e bendaggi, scen de per acquistarli, imbattendosi in un’automobile che lo investe e gli procura uno svenimento.
Intanto la nave si allontana dal molo con “Piccolo” che abbaia inutilmente…
Sfumata la nuova prospettiva di lavoro, e avendo perso per sempre il suo più caro amico, a Memé non resta che sottomettersi di nuovo a Isotta e alla sua famiglia. Dopo sette mesi di duro confronto con l’insensibilità della moglie e della madre di lei, non si rassegna all’assenza di “Piccolo” ma, un giorno, le sue pene stanno per terminare perché accade l’imprevisto, il miracolo…
Impegnato nel retrobottega della farmacia, lo distraggono improvvise grida di sorpresa e di rac capriccio delle due donne…
L’apparizione improvvisa di “Piccolo” !

Una reciproca ed intensa emozione unisce in un tenero afflato il cane e il padrone al loro incontrar si. Sì, incredibilmente, “Piccolo” si è salvato ed è ritornato dal suo amato Memé !
Curato e « fatto ringiovanire » da una mano pietosa, sta inondando di gioia l’uomo che lo condurrà in una trattoria « per una bevuta », sotto lo sguardo disincantato e risentito delle due donne.
Tra la moglie e il cane ora Memé ha fatto la sua scelta inequivocabile e definitiva.

*************

Per concludere l’articolo, cito la frase di un commento del Davinotti : “alla fine della visione si ri mane con qualcosa di non detto, non visto, non fatto, una sensazione di vorrei ma non posso”.
Come è ritornato a casa “Piccolo” ? Qual è il prosieguo ideale del film ?
I cani hanno una sensibilità esterna maggiore della nostra ( potente memoria visiva e olfatto finissi mo ) e, addirittura, potrebbero ritornare al luogo di origine a distanza di chilometri. L’equipaggio po trebbe essersi impietosito del nostro amico a quattro zampe. Di fronte alla nostalgia di casa, una volta curatolo, lo avrebbe riportato sul molo di partenza. Il prosieguo del film potrebbe rievocare la sua sigla iniziale, constatando come il « lieto fine » non corrisponda affatto ad un « happy end ». Il matrimonio con Isotta è naufragato. Memé e “Piccolo” continuano a girovagare in cerca di una loro sistemazione definitiva che forse non avverrà mai, ma con la certezza che il profondo affetto che li lega vincerà di gran lunga ogni avversità.

Profilo biografico di Lando Buzzanca
Il personaggio di Memé Di Costanzo sembra essere apposta « costruito » — ovviamente fatte le de bite riserve — sul profilo biografico del suo interprete, grande icona del cinema italiano.
Originario di Palermo, Lando Buzzanca emigra, giovanissimo, nella capitale per tentare la strada del cinema. Svolgendo diversi e modesti mestieri per mantenersi, gli giunge il momento dell’affer mazione cinematografica con la comparsa in “Ben Hur” di William Wyler del 1958. Pietro Germi lo scopre e lo fa esordire, assieme a Stefania Sandrelli, in “Divorzio all’italiana” del 1961, dopo di che si assiste ad una serie ininterrotta di film fino al 1976. Successivamente lavora in uno o due film al l’anno fino al 1982, per poi diradare il suo impegno cinematografico.
La notorietà di Lando Buzzanca è legata alla figura del « maschio siculo » creata, già durante e do po le riprese di Don Giovanni in Sicilia ( 1966 ), basato sull’omonimo romanzo di Vitaliano Branca ti. Nessuno ( si cfr. Modugno o Giannini di Paolo il caldo del 1973 ) meglio del celebre palermitano avrebbe saputo esprimere nella rappresentazione scenica, con una forte dose di autoironia, quel « mi to » e quel « personaggio », con battute a effetto non oziose ma esilaranti, a volte improvvisate, espressione di un’antica saggezza popolare e contadina di cui l’attore siciliano è depositario. Nei film d’epoca Buzzanca pone in gioco tutto se stesso, mettendosi a nudo ( anche fisicamente ) e, più che un’altra persona, « si autointerpreta dilatandosi all’estremo ».
Lando è il Memé della vita reale provvisto di sano senso pratico. Nei suoi film l’equazione tra il per sonaggio e l’attore che lo interpreta appare unica, inimitabile e riuscita, ed è per questo che il « maschio siciliano cinematografico » è cessato con la sua uscita dalla scena a cavallo tra la fine de gli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo. È riduttiva la tesi secondo la quale il « mito del la virilità », nel filone della commedia all’italiana, è stato annientato dal boicottaggio di un certo femminismo di sinistra, attivo negli « anni di piombo », oltre ad essere retaggio arcaico del cinema di consumo.
Pur essendo duttile e ricco di qualità di recitazione, Lando Buzzanca rimane prigioniero del suo
« cliché » nell’immaginario collettivo degli italiani, come se il suo riconoscersi nel filone cosiddetto « serio » — pensiamo alle « fiction » della RAI degli ultimi anni — dia piuttosto l’impressione di una forzatura artificiosa che non consente di scoprire il dinamismo intrinseco del vero Buzzanca, quasi ironia della sorte, trasfondendo proprio — nei nuovi prodotti televisivi — quel senso « crepu scolare » di vuoto, amarezza, frustrazione, solitudine e vecchiaia, personalmente patito dall’attore ma già da lui anticipato in chiave « tragicomica », quarant’anni prima, con Travolto dagli affetti fa miliari.

Dott.Francesco Cuccaro

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