Storie di feudatari di ieri e di oggi a Vico Equense

Segnaliamo ai lettori questi due interessanti e ben documentati saggi del prof Giovanni Ponti sulla storia di Vico Equense e dei suoi feudatari.

Soldi, soldi, soldi: le cause delle infeudazioni di Vico nel corso del 1400
Vico si alterna tra demanio e feudo, aumentano le tasse e “scoppia” l’amicizia tra il re Alfonso I d’Aragona ed il giovane paggio sorrentino Gabriele Curiale che diverrà duca e signore di Vico.
Partendo dallo stemma trecentesco murato nel castello di Vico, avevamo iniziato a narrare della prima donna feudataria di Vico nel 1300, la contessa Giovannella d’Altamura, avida al punto da richiedere ai vicani una tassa aggiuntiva a quelle ordinarie, già molto severe, in occasione del matrimonio della figlia Agnese Pipino; tale evento, insieme ad altro, provocò la rivolta dei vicani e la spoliazione dei diritti feudali per la famiglia Altamura/Pipino da parte del Re Roberto d’Angiò, che con un decreto rese Vico città demaniale. Una questione di soldi, quindi, per i poveri vicani, già scorticati vivi da una miriade di oneri e balzelli, che quella volta e, come vedremo, non solo quella volta, raggiunse il culmine, la ribellione e il giusto intervento del Re.
Per la descrizione degli eventi vicani quattrocenteschi, ispirati dall’attualità, ci è sembrato che il leitmotiv “soldi, soldi, soldi,” fosse il più appropriato anche per quel tempo, quando, come dice l’autore, non tanto i soldi, ma la loro influenza sui rapporti tra le persone, è il vero nodo a cui siamo avvinti e che, talora, può influenzare un intero popolo e per un intero secolo, e non solo. Successivamente, nel corso del 1400,Vico resterà regio demanio per lunghi periodi, ma come vedremo verrà di volta in volta infeudata, a volte venduta, altre volte concessa come pegno, talora d’amore, altre volte di fedeltà o gratitudine, ma pur sempre per soldi. E come vedremo, quali feudatari e signori di Vico si avvicenderanno altre donne, regine consorti, amanti e, persino, un giovane cardinale.
Vico, resa feudale da Roberto d’Angiò, lo rimarrà per la durata del Regno di Giovanna I e Carlo III di Durazzo; infatti, il figlio di questi Ladislao (1390-1414) la vendette per soldi al nobile genovese Andrea Lomellino. Nel 1419, alla morte di Ladislao, la sorella Giovanna II, per ringraziare il Papa, Martino V, per l’aiuto procuratole, concesse in feudo Vico ed il principato di Salerno, al fratello di lui, Giordano Colonna. A quest’ultimo, successe il nipote Antonio Colonna che rimase signore di Vico sino al 1431. Con la successione a Martino V, di papa Eugenio IV, acerrimo nemico dei Colonna, Giovanna II ritirò l’infeudazione di Vico nel 1432 che ritornò ad essere demaniale.
Seguirà il Regno di Alfonso I d’Aragona e nell’aprile del 1442, i vicani, al momento della resa, ottennero da Re il privilegio di non essere mai più dati in feudo ad alcuno, oltre all’esenzione decennale dal pagamento delle collette e di ogni altro onere finanziario. Ma il Re Alfonso I, mantenne quella promessa? Secondo alcuni, di fatto, no: infatti, il re Alfonso I, invaghitosi del giovane sorrentino, suo paggio di camera, Gabriele Curiale, lo elevò a grandi onori, gli conferì il titolo di Duca e la Signoria di Vico, C/mare, Sorrento e Massa. Secondo altri storici, di fatto, la promessa fu mantenuta, in quanto dai documenti da loro invocati, risulta che Gabriele Curiale fu unicamente castellano, governatore ed usufruttuario della dogana di Vico, incarichi che alla sua morte precoce (19 anni) furono assegnati al fratello Martino Curiale. Comunque, al di là del giovanissimo, e ben plagiato, signore di Vico, difatti un piccolo feudatario e castellano, Gabriele Curiale, la promessa non fu mantenuta anche per quanto concerne le suddette esenzioni dalle tasse; Anzi, con i sovrani aragonesi si continuò ad aumentare i dazi e ad aggiungerne di nuovi: circa l’esenzione decennale di cui sopra, già nell’anno successivo alla promessa del 1442, si provò ad imporre una tassa di 2/3 di ducato a famiglia (come per gli altri abitanti del Regno), ma alle nuove proteste e rimostranze dei vicani, fu riaccordato il privilegio promesso. Inoltre, il Re Alfonso I, in occasione del parlamento del 1443, tenutosi presso la chiesa di San Lorenzo Maggiore in Napoli, impose, oltre alle collette straordinarie, il cosiddetto “focàtico”, nella misura di 10 carlini a fuoco, cioè a famiglia, in cambio di un tomolo di sale a famiglia; poco dopo, per nuove esigenze di soldi, il re decise una tassa anche sul tomolo di sale concesso in origine gratuitamente.
In questi tristi anni di regno aragonese vi erano continue tassazioni anche per la difesa dello Stato, per la quale si assoldavano delle truppe di mercenari, che risparmiavano ai cittadini il servizio militare, ma li obbligavano a pagare una tassa specifica, proporzionata al numero di famiglie presenti nel feudo, per questi “volontari”. Tra il 1450 ed il 1460 a Vico vi erano 350 famiglie, e queste dovevano mantenere 14 mercenari, poiché ogni 100 famiglie ne doveva stipendiare 4. L’esenzione per questa tassa per la difesa dello Stato si realizzò solo per un breve periodo, avendo i vicani, insieme con Massalubrense, inviato 166 uomini a combattere i Turchi, che si erano impadroniti di Otranto.
Nel 1458, con il re Ferdinando II d’Aragona, il privilegio della demanialità di Vico viene dimenticato e la città, insieme a Massa e Sorrento, fu infeudata alla sua prima moglie del re, Isabella di Chiaromonte.
Il periodo del regno di Ferdinando d’Aragona non fu per nulla felice per la penisola sorrentina, dove la guerra tra gli angioini e gli aragonesi generò lutti e carestie. Nel 1461 Giovanni d’Angiò duca di Calabria, fu definitivamente sconfitto nello scontro combattuto sul fiume Sarno. In quell’occasione il vincente Re aragonese volle vendicarsi di tutte le città rimaste fedeli agli angioini; alcune popolazioni cedettero, ma i vicani e i massesi non vollero arrendersi e organizzarono un’ultima difesa: il re Ferdinando d’Aragona, con l’aiuto degli abitanti di Sorrento, aragonesi da sempre, forte di un numeroso esercito, pose per più di un anno l’assedio a tutto il territorio che, alla fine, fu conquistato dopo ferocissime battaglie. Il Re aragonese volle che tutto il feudo fosse messo a ferro e fuoco, fece smantellare molte torri e fortificazioni e da quel periodo Vico Equense visse un periodo di grande miseria ed abbandono. Abbandono sì, ma non certamente per le tasse e le richieste di soldi, che sono il filo conduttore anche di questo secolo di storia vicana; infatti, con Ferdinando d’Aragona fu inserita, oltre ai molti dazi già esistenti, anche una speciale gabella sul vino, così come la dogana e la baiulazione.
La signoria su Vico di Isabella di Chiaromonte finì nel 1463, e due anni dopo il sovrano aragonese, infeudò Vico e Massa a Giovanni Sanchez, un nobile spagnolo, appartenente alla famiglia Sanchez de Luna che, durante l’invasione del regno di Napoli da parte di Giovanni d’Angiò, aveva fornito grandi dimostrazioni di fedeltà alla casa d’Aragona.
Cessata la signoria di Giovanni Sanchez, che non aveva lasciato eredi, il territorio di Vico passò nuovamente al demanio e, a quel punto, il Re Ferdinando d’Aragona, sempre alla ricerca di nuove entrate per sostenere le continue guerre portate avanti, lo concesse al proprio figlio Giovanni, conosciuto come Cardinale d’Aragona, per essere stato insignito dal Papa Sisto IV della Sacra Porpora, a soli 21 anni. Questa nuova infeudazione di Vico avvenuta nel 1481, cesso nell’ottobre del 1485 con la morte del succitato giovanissimo cardinale, avvenuta a causa della peste a Roma alla giovane età di ventinove anni. Le cronache del tempo ricordano a noi posteri che anche questo giovanissimo cardinale non ebbe relazioni serene con i Vicani, in quanto, approfittandosi della sua posizione di figlio del Re regnante, si appropriò dell’ufficio dei Mastrodatti, che appartenevano alla città di Vico.
Non passarono neanche tre mesi da quella morte, quando la terra vicana fu nuovamente data in feudo. Infatti, il Re Ferdinando che, aveva sempre necessità di denaro, il 15 gennaio del 1486, la concesse, insieme al territorio di Massa a Diomede Carafa, Conte di Maddaloni a garanzia di quattromila ducati che aveva ricevuto dal Conte. La restituzione di questa somma si completò solo nel 1491, quando Vico fu riscattata dall’ipoteca del Conte di Maddaloni e, quattro anni dopo, nel 1495 passò sotto la signoria feudale di Giovanna d’Aragona, sorella di Ferdinando II, il Cattolico, anche nota come la Regina triste. Triste, ma anche malvoluta dai Vicani poiché vendette la suddetta gabella del vino di Vico, minacciò nel 1498 gli amministratori della città ordinando al capitano di Vico di arrestarli se non avessero proceduto a pagare le quote dovutele. Ma con il 1498 siamo giunti alla fine del 1400 e ci aggiorneremo con il prosieguo della storia cinquecentesca di Vico e dei suoi feudatari nel prossimo lavoro che contiamo di pubblicare su questo giornale.

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“Ponti” con la Storia: il mancato Rinascimento a Vico nel 1500.

Governanti avidi e incapaci di un popolo fiero: il periodo vicereale a Vico.
Le tasse sulla neve del Faito, la ribellione ed il ricorso al Re contro i Carafa, il valoroso sorrentino che strappò dalla porta del Duomo di Napoli il decreto di istituzione del Tribunale di inquisizione scatenando i moti del 1547.
“Non rubiamo la storia ai nostri ragazzi. Ne hanno un immenso bisogno” è stato il commento di una importante intellettuale e senatrice contemporanea alla decisione del Ministro Bussetti di elidere il tema storico tra le tracce della prima prova del riformato esame di maturità. “Memoria e storia vanno insieme”, dice Liliana Segre, e noi crediamo che questo sia vero anche per la storiografia e le memoria di una comunità piccola, ma significativa, come quella dei vicani, poiché, come è stato detto, le sue lezioni ci liberano dal vivere “un eterno presente”, in cui ignoriamo da dove veniamo, chi siamo e in che direzione possiamo andare.
Secolo dopo secolo, la storia delle infeudazioni vicane è giunta al XVI secolo, il 1500. Ci eravamo lasciati con la feudataria Giovanna d’Aragona, che aveva ricevuto il feudo vicano nel 1495, e da qui riprendiamo la narrazione con un breve cenno alla situazione politica generale del Regno, nel cui ambito esamineremo i rapporti tra i feudatari ed il popolo vicano, i loro risvolti e accadimenti.
Nel 1504 la Spagna sconfisse la Francia, e il Regno di Napoli fu unito dinasticamente alla monarchia spagnola, insieme a quello di Sicilia, e così resterà fino al 1707; entrambi furono governanti come due vicereami distinti (ultra et citra Pharum), attraverso cui la corona di Madrid esercitò il suo potere sui suddetti regni con esemplare incapacità ed avidità. Due secoli di Vice-regno, in cui il Regno di Napoli fu ridotto a provincia spagnola, saccheggiato e depredato delle opere d’arte dagli stessi spagnoli, e soprattutto, isolato dal resto dell’Europa in un periodo, per quest’ultima, di sviluppo sociale ed economico. Secoli di povertà, carestia e vessazioni, nel quale i malcontenti popolari si mutarono in tumulti, che in particolare a Napoli, furono molto vivaci e sovente soppressi con violenza. Secoli che ci hanno lasciato in eredità solo l’abitudine diffusa ancora oggi del “don” e il termine camorra, che deriva dallo spagnolo “camora”, cioè rissa e prepotenza, e, al tempo, indicava anche un tipo di giacca corta che indossavano i cosiddetti “compagnoni”, spregiudicati personaggi assimilabili ai bravi manzoniani, che offrivano i propri violenti servigi a signori in grado di pagarli e mantenerli.
Circa il feudo vicano, il 1500 inizia nel segno della continuità con l’oscurantista secolo passato, e senza nessun segnale di Rinascimento né politico, né culturale: vedremo che continua la tradizione delle infeudazioni per concessione sovrana, che si estinguerà agli inizi del 1600, quando il feudo sarà trasmesso per vendita dei possessori; continua la consuetudine, sicuramente casuale, di molte feudatarie donne, che avevamo visto iniziare con Giovanna d’Altamura agli inizi del 1300; continua la peculiare ripetizione, o persecuzione che dir si voglia, tra Regine e feudatarie, sia del nome Giovanna, in questo secolo incontreremo “la pazza”, “la triste reyna” e Giovannella Carafa, che di personalità inadeguate al ruolo e malvolute dal popolo.
Giovanna d’Aragona manterrà il feudo fino alla sua morte, con la breve interruzione del luglio del 1501, coincidente con l’arrivo delle truppe francesi di Luigi XII, Re quest’ultimo che, comunque, le restituì i feudi di suo dominio del Regno, probabilmente in base all’accordo segreto di Granata. Giovanna d’Aragona fu protetta dal fratello, Ferdinando il cattolico, Re di Napoli e, poi, dalla figlia di questi, Giovanna la Pazza, anche sua nipote e da suo figlio, Carlo, futuro Carlo V d’Austria. Questa feudataria di Vico, come anche i suoi predecessori angioini, disponeva, oltre che dei beni feudali di natura immobiliare (castello, mulini, etc), della fida e diffida del monte Faito, cioè delle entrate provenienti dalla vendita delle erbe, delle ghiande e della neve, dall’affitto dei pascoli e dei terreni coltivati, nonché dalle multe imposte a coloro che vi si recavano abusivamente per raccogliere erbe o pascolare il bestiame; dal ricavato per gli atti eseguiti dai mastrodatti; delle entrate legate alla gabella sul vino che si esportava da Vico; così come il diritto di riscossione della decima parte del pescato nel mare antistante le coste vicane, e degli oneri pubblicania o portulania di Vico, che riguardavano la custodia del porto o delle vie e delle piazze e mercati. Ad aggiungersi al cespite feudale vicano vi erano anche le tonnare delle marine di Equa e di Tordigliano, sul golfo di Salerno, ed anche il protontonato, cioè il diritto delle città marittime che presiedeva alla custodia dell’armamento navale e dei boschi necessari per la costruzione delle stesse imbarcazioni: tale diritto, che ai tempi degli angioni fu dato in godimento alla famiglia De Martino, fu concesso in subfeudo da Giovanna d’Aragona a taluni privati e poi, nel 1517 al vicano Giovanni Gattola e ai suoi discendenti, grazie a Giovanna d’Aragona figlia. Quest’ultima, si soleva chiamare come sua madre, la “triste reyna”, fu feudataria per circa un anno ed alla sua morte nel 1518, non avendo ella eredi, il feudo tornò demaniale. Il feudo vicano rimase pochissimo tempo demaniale poiché fu Carlo V lo donò al fiammingo Guglielmo de Croy. Costui fu feudatario di Vico per poco, infatti, qualche anno dopo vendette il feudo ad Andrea Carafa, conte di S. Severina, del ramo della Stadera.
La famiglia Carafa, manterrà il possesso del feudo fino alla fine del 1500: donato da Andrea al nipote Federico Carafa (1526), passò a Giovan Francesco Carafa (1559) che lo tenne fino al 1567, e poi, all’unica figlia, al tempo minorenne di questi, Giovannella Carafa. Questa famiglia di feudatari si distinse per le ulteriori restrizioni e limitazioni a cui assoggettò il popolo e delle quali accenneremo per dare idea anche del grado di indignazione che generò la rivolta dei vicani del 1535. Infatti, il feudatario Federico Carafa, nel 1526, proibì l’esportazione delle pietre per fare la calce e l’affitto di case private, così come, la possibilità di alloggiare forestieri senza la sua specifica licenza; emanò il divieto di tagliare le selve di castagno senza il suo permesso; nel 1528, vietò il commercio del vino e l’importazione di carne e pane; nello stesso anno tentò di costringere i vicani a resistere alle truppe francesi che avevano invaso le nostre coste; nel 1529, per conservare il privilegio della riscossione del ricavato dalla vendita della neve del Faito, ordinò pene fisiche (4 stracti di corda et de frusta…) per chi abusivamente vi si recava. Oltre alle pene fisiche, pene economiche nella misura di 25 once per chi esportava calce, legna e vino.
Il popolo di Vico non riuscì a sopportare tutto ciò, e diede vita ad una sommossa popolare contro il borioso feudatario: i vicani ricorsero al Vicerè, Cardinale Colonna, con una dettagliata missiva nella quale elencarono i suddetti soprusi ed abusi, si costituirono in una alleanza ufficiale, minacciando i residenti che fossero venuti meno alla resistenza con la sottrazione dei loro beni e diritti nella città. Nel giorno 22 febbraio del 1532, il popolo vicano si riunì in un’assemblea pubblica, con l’intervento di 160 cittadini (tanti, se pensiamo che al tempo i residenti registrai nel comune erano appena 1700, dei quali solo 30 a residenti a Vico centro, 414 a Massaquano, 248 a Moiano, 227 ad Arola, etc.) e deliberò di presentare a Carlo V un ricorso contro le sopraffazioni e le violenze subite. L’esito non fu positivo, come era successo con il ricorso del secolo precedente dei vicani a Roberto d’Angiò, e gli stessi furono costretti a pagare al malvagio feudatario 8000 ducati.
L’ardore e la fierezza dei vicani venne fuori anche nella ben più nota e famosa rivolta dei napoletani contro il decreto, del vicerè don Pedro de Toledo, di creazione del Tribunale dell’Inquisizione, rivolta costata 600 morti tra gli spagnoli e 200 tra i napoletani: fu proprio un giovane sorrentino, Tommaso Aniello, durante questa ribellione del 1547, a strappare dalla porta del Duomo di Napoli la bolla con la quale il Re estendeva anche alle provincia napoletana l’istituzione del suddetto Tribunale, scatenando di fatto i moti che ne seguirono. Tale Tommaso Aniello, che secondo lo storico Amabile, era di Sorrento, mentre secondo lo storico Baldacchini, Tommaso Agnello era della costa sorrentina, fu omonimo di colui che giusto 100 anni dopo, nel 1647, sarà Masaniello. La suddetta rivolta fu anche una delle poche occasioni in cui tutte le 3 classi sociali del popolo (plebe, popolo grasso e nobili) si unirono compatte per far fronte alla paventata introduzione del suddetto tribunale: una lapide esposta all’ingresso della Certosa di San Martino ricorda il triste evento e le vittime. I moti contro il Tribunale dell’Inquisizione si estinsero solo dopo diversi mesi con la promessa di perdono agli insorti del Duca di Toledo in quanto il Re aveva capito che l’insurrezione era contro il Santo Uffizio e non contro il suo trono. Purtroppo, la rivolta servì solo a postecipare di sei anni l’entrata in vigore dell’Inquisizione a Napoli, infatti, nel 1553 fu eseguita in piazza Duomo la prima condanna pubblica.
In questo mesto secolo XVI, in cui ci saranno anche le invasioni delle coste da parte dei saraceni, memorabile quella di Sorrento del 1558, tuttavia, dei semi di speranza sociale e culturale iniziarono a germogliare. Uno di questi semi è sicuramente la nascita a Vico Equense nel 1535 di Giovambattista Della Porta, grande filosofo, alchimista, commediografo e scienziato italiano. Tuttavia, altro importante seme del Rinascimento sociale e culturale per Vico, è da rintracciare proprio nell’orgoglio e nella consapevolezza del popolo vicano e nelle sue azioni civili concrete, con le quali ha dimostrato che come la ginestra di Giacomo Leopardi, mai “renitente” e sempre fiero riuscì ad indignarsi, difendere i propri diritti, e a denunciare con fermezza soprusi e abusi dei governanti.

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