Sette vizi napoletani: bell’arte al Teatro Totò

Sono superbia, avarizia, lussuria, invidia, ingordigia, ira e accidia i vizi capitali della tradizione cristiana, sette inclinazioni negative ed erronee, morali e comportamentali, dell’anima umana, da combattere come peccati che corrodono le virtù che, al loro contrario, elevano lo spirito. Sono altri, invece, per i mitici fratelli Gallo, coppia di primissimo livello dello spettacolo nazionale, i vizi napoletani, e li declinano in un lavoro teatrale meraviglioso, “Sette vizi napoletani“, scritto da Gianfranco Gallo e portato in scena con il fratello Massimiliano, il grande scrittore Maurizio De Giovanni, e la partecipazione dell’attore Marco Palmieri e del musicista Antonio Maiello. Lo spettacolo ha incantato pubblico e critica al Teatro Totò di Napoli dal 2 al 12 novembre, con sold out tutte le sere e ottime recensioni della stampa.

I Gallo sono figli d’arte: il padre, Nunzio, è stato uno dei maggiori interpreti della canzone italiana e napoletana degli anni cinquanta. Debuttò come cantante lirico a soli 17 anni, e a 20 vinse il concorso per entrare in Rai. Vinse Canzonissima nel 1956 e l’anno successivo il Festival di Sanremo in coppia con Claudio Villa, nel 1958 trionfò al Festival di Napoli. Nella sua carriera, oltre a tanti successi discografici, anche una ventina di film. Dal matrimonio con Bianca Maria Varriale, anche lei attrice prima di diventare un’apprezzata gallerista d’arte, ha avuto quattro figli: Jerry, Gianfranco, Loredana (madre del giovane e talentoso attore Gianluca Di Gennaro) e Massimiliano. Gianfranco ha lavorato a teatro con i più grandi di Napoli, da Roberto De Simone a Lina Sastri, Peppe Barra, Marisa Laurito, Rosalia Maggio, Carlo Croccolo, Antonio Casagrande e molti altri. Personaggio fisso della soap opera “Un posto al sole”, attualmente nel cast della terza stagione di “Gomorra”, è autore di oltre 20 commedie, oltre ad aver ideato e diretto cortometraggi e aver lavorato nel film di Marco Risi “Fortapàsc”, nelle fiction “I camorristi” su Canale 5 e “Don Matteo 9” su Rai 1, e nel bellissimo “Indivisibili” di Edoardo De Angelis. Il fratello minore Massimiliano, il “bello” della famiglia, ha debuttato a teatro all’età di cinque anni e non si è fermato più, prima con la Compagnia di Carlo Croccolo, poi, col fratello Gianfranco, nella “Compagnia Gallo”, e inoltre con Carlo Giuffré, Vincenzo Salemme, Claudio Mattone ed Enrico Vaime in “C’era una volta…Scugnizzi”. Al cinema lo abbiamo apprezzato “Fortapàsc” di Marco Risi, “Mine vaganti” di Ferzan Özpetek, “Mozzarella Stories” di Edoardo De Angelis, “La kryptonite nella borsa” di Ivan Cotroneo, “Per amor vostro” di Giuseppe Gaudino, “Onda su onda” di Rocco Papaleo. Istrionici, geniali, mattatori nati, dominatori del palco, artisti completi, proprio al padre i fratelli Gallo dedicano una canzone a fine spettacolo, memori e riconoscenti della incommensurabile eredità artistica lasciata loro in dono.

I “peccati napoletani” dello spettacolo al Teatro Totò sono indicati con nomi e definizioni elaborati dallo stesso Gianfranco Gallo, che lo firma come regista oltre che autore. C’è la “Cazzimma”, al primo posto, che, spiega l’autore, “procura più soddisfazione per il danno arrecato all’altro che per il beneficio proprio” ma “in alcuni casi è più una virtù che un vizio”, la “Bizzuocaria” che è quella religiosità intrisa di superstizione, la “Vittimismeria” che è “il più napoletano dei vizi, parente della furbizia ma senza alcun ritegno”, la “Sfrantummazione” che è la tipica accidia del “chi me lo fa fare”, poi la “Maschimeschinità”, che è il vizio vigliacco della violenza sulle donne, laddove il maschio “si erge a proprietario della donna, adducendo la scusa della gelosia come manifestazione di un sentimento”, la “Scassoneria” che è “un’esagerazione della spacconeria”, e la “Camorra”, che l’autore preferisce addirittura non nominare, perché fa troppo male alla città e i suoi abitanti.

I “sette vizi” vengono raccontati dagli artisti tra monologhi, scenette, riflessioni, canzoni immortali come i classici della melodia napoletana “Torna Maggio”, “Assaie”, brani storici di Pino Daniele come “Qualcosa arriverà”, “Acqua ‘e rose”, “Pace e Serenità, e versi di Toto’ come “A cchiu’ bella cosa”, oltre che attraverso tre bellissimi racconti brevi firmati da Maurizio De Giovanni. Tutti i momenti, di diverso stile e tonalità, creano nel loro insieme uno spettacolo corale, dal grande impatto emotivo e di piacevole scorrevolezza, in un amalgama che diverte, interessa, coinvolge e non stanca. Nella struttura dello spettacolo, si alternano testi di brillante comicità e caustica ironia con momenti di commozione e di grande suggestione, nonché spunti di riflessione perfettamente calati nel contesto sociale attuale, con temi duri come morti bianche, povertà, precariato, camorra, femminicidio. Ciò è tipico della grande drammaturgia di Gianfranco Gallo, sempre abile nel legare riso e dramma, scanzonatezza e denuncia, leggerezza e pathos, col filo della delicatezza e della malinconia.

L’autore con questo spettacolo scrive una sua personalissima dedica d’amore al popolo partenopeo, cui sente di appartenere in modo viscerale, e rivendica con orgoglio questa appartenenza. Ha spiegato infatti in un’intervista: “Ho scritto questo spettacolo che parla di quelli che io considero sette vizi dei napoletani perché, ad un napoletano doc come me, danno più fastidio i concittadini che celebrano una città perfetta e inesistente di quelli che da altre parti la denigrano. Credo sia necessario prima ammettere i propri errori, le proprie debolezze, i propri vizi, per poter migliorare. Noi napoletani dobbiamo essere critici e costruttivi, non ingessati e deliranti nell’adorazione di un Totem, quasi alla maniera tribale. Mi sono divertito a creare dei neologismi come Vittimismeria, Sfrantummazione, che rendono bene l’idea che voglio esprimere, alla maniera dei futuristi. Con questo spettacolo di teatro- canzone torno alla mia triplice identità, quella di autore, attore e cantante, tra cinema, Tv e teatro. Quest’ultimo, però, è in grado di riportarmi alla mia essenza”.

In questo viaggio straordinario di teatro-canzone di altissimo livello, la partecipazione dello scrittore di culto Maurizio De Giovanni ha rappresentato un valore aggiunto. Lo scrittore ha puntualizzato i temi leggendo, con insospettate capacità di interprete, tre suoi brani scritti appositamente per l’occasione. “E’ la prima volta che salgo su un palcoscenico e spero di fare bene. Sono felicissimo di questa esperienza accanto ai fratelli Gallo, mostri di bravura, grandi professionisti e ottimi amici, che la pensano esattamente come me riguardo questa città, tanto amata ma anche tanto odiata”, ha dichiarato in un’intervista. Autore di serie di romanzi di indimenticabile bellezza come quelle del commissario Ricciardi e dell’ispettore Lojacono ne “I bastardi di Pizzofalcone”, da cui è stata tratta la fiction televisiva omonima di immenso successo, oltre che di racconti in antologie e del recentissimo “I guardiani”, Maurizio è icona riconosciuta a livello internazionale (i suoi romanzi sono stati tradotti in inglese, spagnolo e catalano, tedesco e francese) di una Napoli alternativa, migliore, moderna e capace di reagire e rinascere sulla scorta degli strumenti che le sono propri da secoli, ironia, cultura, arte, passione. I grandi assoli alla chitarra di Antonio Maiello, definiti “da brivido” dal pubblico in sala, e l’intensa partecipazione emotiva ai testi di Marco Palmieri che ha incassato addirittura i personali complimenti di due star assolute come Giuliana De Sio e Rosaria De Cicco, completano l’afflato magico di questo raffinato reading cantato, che traghetta in armonia perfetta di musica e parole lo spettatore in un catartico viaggio sonoro verso la bellezza, la purezza, l’unicità della napoletanità.

Carlo Alfaro

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