Selfie da morire

E’ rimasta impressa nella mente di quanti l’hanno vista la puntata de “Le Iene” di maggio scorso in cui Fabio Rovazzi ha raccontato la moda dei selfie estremi, mania che porta le persone a sfidare la morte, o morire adirittura, pur di conquistare più like sui social. Punta dell’iceberg, questa dei selfie estremi, della tendenza, che ormai impazza tra i giovani di tutto il mondo, di farsi i selfie e postarli sui social alla ricerca a tutti i costi di consensi. Gli “extreme selfies”, o “daredevil selfies” sono gli auto-scatti eseguiti in situazioni pericolose per la vita, ad esempio sui binari un attimo prima dell’arrivo del treno in corsa, o in bilico su un palazzo o su un grattacielo, o penzolando da un balcone, o arrampicati su una roccia a strapiombo sul mare, o dondolando da un pendio in alta montagna, o affacciati su un burrone, o mentre si tenta di prendere al volo uno skilift, o vicino ai cavi dell’alta tensione, o con una pistola carica puntata alla tempia, o a distanza ravvicinata con animali feroci. Dal 2014, i selfie mortali (“killfie”) avrebbero causato più di 150 morti nel mondo, quasi sempre giovanissimi. Daredevil è il supereroe cieco protagonista dei fumetti della Marvel, testimone di temerarietà e coraggio. La moda dello “scatto mortale” si è sviluppata dapprima in Russia e Ucraina, poi amplificata dal web è diventata virale dilagando in tutto il mondo. Sembra che la moda sia stata lanciata da un russo appassionato di free climbing (l’arrampicata libera su parete), Alexander Remnev, che ha caricato su Instagram le sue fotografie in cima a grattacieli più alti del mondo, e rinforzata dalla bellissima modella russa Angela Nikolau, che ha riempito il web dei suoi selfie col fidanzato Ivan Kuznetsov, in bilico sui cornicioni dei grattacieli di tutti i Continenti, seguita di recente da un’altra modella russa, Viki Odintcova, disposta a tutto per accrescere il popolo dei suoi 3 milioni di followers su Instagram con foto da brividi. La legge è intervenuta in Russia vietando l’esecuzione di selfie in luoghi pericolosi, mentre il governo ha diffuso una guida per il selfie sicuro, indicando tutte le situazioni da evitare, ma sappiamo bene quanto poco valgano per un adolescente un divieto o una guida di buoni consigli come deterrente ad un comportamento a rischio. La maglia nera di morti per selfie “suicida”, secondo i dati riportati da una ricerca dell’Università americana Carnegie Mellon e dell’Istituto Indraprasth di New Delhi, spetta all’India, dove si contano circa 80 vittime, seguita da Pakistan, Usa e Russia. Ma qual è la motivazione che spinge i giovani a tanto pur di guadagnare visibilità, attenzione, considerazione e consensi sui social?  Per comprendere queste dinamiche, dobbiamo riferirci al significato che i social, con i loro oltre due miliardi e mezzo di utenti nel mondo, hanno assunto nella nostra società: Facebook, Twitter, Whatsapp, Instagram, Pinterest ecc, non sono più solo mezzi di comunicazione, ma vere e proprie estensioni della nostra individualità nel confrontarci e relazionarci con il prossimo. Essi sono l’equivalente dei luoghi di aggregazione del passato, quello che erano le piazze, i bar, le palestre o le discoteche per le generazioni precedenti: in pratica, luoghi dove si propone la propria identità alla società. Il selfie costituisce il modo che scegliamo per rappresentare la nostra persona al mondo, una modalità facilitata dal fatto che possiamo scegliere come realizzare il nostro autoritratto, espressione, look, ambientazione, modificandolo anche grazie ai filtri e opzioni di correzione disponibili. In particolare, gli adolescenti, che vivono la non facile fase della vita in cui devono strutturare e definire la loro identità nuova, adulta, con il selfie hanno l’opportunità di mostrare al mondo un’immagine di sè che rappresenti il proprio ideale, di raccontarsi in modo efficace ed immediato, e di sperimentare come l’immagine che hanno scelto viene accettata dagli altri. Di qui l’importanza che ha per loro il rappresentarsi nel modo più accattivante possibile e il bisogno di “successo”, misurato dal ricevere commenti, approvazioni e popolarità, anche perchè in questa età le reazioni che hanno i coetanei sono le più importanti per la propria autostima. Autostima che per i “nativi digitali” si nutre sempre di più del numero di consensi e di commenti positivi sui social network. L’aspetto più importante a questo punto non è quello di farsi delle foto, bensì di condividere l’immagine su un social e aspettare che amici e conoscenti reagiscano e le commentino. Per aumentare la probabilità di colpire, stupire, divertire, provocare, i giovani sono portati a spingere sempre più il pedale dell’acceleratore sulla eccentricità, originalità, simpatia, sensualità (come nel “self-shot”, cioè selfie erotico), temerarietà del proprio selfie. Fino anche al punto di mettere in gioco la propria vita. Anche di selfie si può morire.

Carlo Alfaro

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