Racconto shock della rapina al disabile di Massa Lubrense da parte tre Rom

Rassegna Stampa
Ciriaco M. Viggiano Il Mattino
MASSA LUBRENSE. «Li ho implorati di non farmi del male. Invece non mi hanno solo minacciato ma picchiato a sangue, portandomi via alla fine gioielli che appartenevano a mio padre e ai quali ero perciò assai legato. Non erano uomini, ma animali». L’ingegnere napoletano con villa a Massa Lubrense vittima delle angherie dei tre rapinatori non smette di provare rabbia e sconforto. Troppo atroci le modalità con cui la banda ha messo a segno il raid, troppo alto il valore affettivo degli oggetti che gli sono stati portati via. A più di un mese da quel drammatico 11 giugno, il 64enne sconta le conseguenze fisiche e psicologiche delle sevizie cui è stato sottoposto.

Ingegnere, come sta?

«Avverto ancora un risentimento nella parte bassa della schiena. D’altronde i rapinatori mi hanno scaraventato giù dalla sedia a rotelle, oltre a colpirmi alla testa e alle gambe. Le sensazioni che provo, però, sono soprattutto di fastidio e rabbia».

Che cosa le scatena questi sentimenti?

«La mia famiglia possiede questa casa dal 1959. Prima dell’11 giugno non ci era mai capitato un episodio simile. Avevamo sentito di altri furti, ma si trattava di incursioni messe a segno di notte e senza crudeltà. Nel mio caso, invece, la rapina è avvenuta alle 14 e in un’abitazione frequentata ogni giorno da parenti e amici, oltre che da badante, elettricisti, idraulici e giardinieri. Mio cognato stava facendo la spesa, le mie sorelle erano andate al mare. I rapinatori hanno colto uno dei rari istanti in cui mi trovavo in casa da solo».

Nemmeno i suoi tre cani si sono accorti di ciò che stava accadendo? Non ha un sistema di videosorveglianza?

«Non ho mai installato le telecamere perché non ce n’è mai stato bisogno. Quanto ai cani, il primo ha 14 anni e a stento si muove, gli altri hanno rispettivamente dieci e sei mesi ed evidentemente si sono dileguati di fronte al pericolo. Fatto sta che, mentre ero nello studio, mi sono trovato davanti il rapinatore più adulto».

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Ed ecco altri particolari pubblicati da Sorrento Press:

MASSA LUBRENSE. “Mi parli della tua famiglia?”. E’ la domanda fatta da un 12enne, con l’”abito” da incallito rapinatore, alla vittima disabile e ferita, tenendola sotto la minaccia di un grosso cacciavite mentre i fratelli svuotano il caveau. E’ il triste epilogo di un’indagine lampo condotta dai carabinieri di Sorrento, coordinati dalla Procura della Repubblica di Torre Annunziata e dalla Procura per i Minorenni di Napoli, che vede coinvolti tre fratelli di etnia rom, un 30enne, un 17enne ed un 12enne, domiciliati in un campo situato nell’area nord della provincia di Napoli. Il 30enne ed il 17enne, già noti e con precedenti specifici, sono stati sottoposti a fermo emesso rispettivamente dalla Procura olpontina e quella per i Minorenni di Napoli perché gravemente indiziati del delitto di rapina aggravata.

Il fatto è avvenuto in pieno giorno di una domenica dello scorso mese di giugno. i 3 fratelli entrano nella villa della vittima, un uomo disabile su sedia a rotelle. I 2 più grandi iniziano subito a picchiare pesantemente l’uomo fino a costringerlo a consegnare chiavi e combinazione della cassaforte. Poi, mentre il 30enne ed il minore imputabile fanno razzia di argenteria, denaro e altro (per oltre 50mila euro), il 12enne resta tutto il tempo con la vittima disabile gravemente ferita (30 giorni la prognosi stabilita dai medici dell’ospedale di Sorrento per lesioni alla testa e al corpo), usando come minaccia un grosso cacciavite. e nei 20 minuti l’aggressore imberbe stabilisce un dialogo con il malcapitato: “Hai famiglia… che fanno i tuoi figli… quanti anni hanno… vivono con te…”.

Veloci le indagini dei carabinieri coordinate dalle due Procure, accertamenti che hanno permesso un’accurata ricostruzione dei fatti attraverso immagini degli impianti di videosorveglianza e testimonianze, fino all’identificazione dei presunti autori e al riconoscimento da parte della vittima. Proseguono comunque le investigazioni da parte dei carabinieri del capitano Marco La Rovere, indirizzate dalle due Procure, per capire come la famiglia di slavi abbia agito così a “colpo sicuro”.

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