Il mezzogiorno borbonico non era l’Eldorado

“IL MEZZOGIORNO BORBONICO NON ERA L’ELDORADO” di Giuseppe Ossorio. “la Repubblica”, prima di cronaca, sabato 26 agosto 2017.

Il Sud piuttosto che perdersi nell’analisi storica del suo passato, di come eravamo 150 anni fa, farebbe bene a parlare del suo futuro. Dovrebbe darsi uno scopo, progettare il suo futuro per i prossimi venti anni. Invece, alcuni si attardano nel revisionismo della sua storia risorgimentale. Intanto, il mondo cambia e il Nord del paese va avanti.
Saremmo rincuorati se quelle energie pensassero ad una veste più moderna per il Sud e avessero premura di ascoltare le forze più dinamiche delle regioni meridionali. E’ un fatto che oggi un imprenditore meridionale, Enzo Boccia, sia al vertice di Confindustria.
Una “nuova onda” tende a raccontare un radioso passato del meridione, in bilico tra l’eldorado del Candido o l’Atlantide platonica. E’ una narrazione che ci sembra non solo instabile storicamente ma anche grave politicamente e socialmente.
A spostare le polemiche in altri contesti è come se leggessimo sui quotidiani tedeschi polemiche sull’unità della Germania a trazione Prussiana. Come se lo Schleswig-Holstein, confederato alla Germania manu militari nel 1864, rivalutasse d’un tratto la propria identità ducale e approvasse una “giornata della memoria” contro la Prussia e Bismarck, con la stessa furia che pare fermentare nell’animo di molti concittadini meridionali. I nostri “giorni della memoria” sono funzionali solamente a distogliere l’attenzione da altre problematiche.
In realtà parte del ceto politico del Sud sta cavalcando questa onda. Nebulizza, così, i vuoti che non è in grado di colmare. Far risalire ad un tempo passato l’unica causa delle disgrazie odierne del Sud è ingiusto. La storicizzazione di alcuni eventi non può essere controvertita da alcune (poche) ricerche spesso raffazzonate e tendenziose. Senza sottacere che lega ostinatamente i cittadini meridionali ad un ruolo di sconfitti dal fato, di comprimari condannati a patire soprusi anche contro la loro stessa volontà. Questa suggestione genera più che una rivalsa, una malinconia mentale che tutto appiattisce e depotenzia. Una paradossale sindrome di chi è fustigato dalla sorte avversa e schiacciato da una potenza infrangibile. Questa condizione inconsapevolmente narcotizza ogni sano orgoglio di appartenenza mutandolo in rabbia da subordinazione, il più delle volte sterile.
Antonio Gramsci per l’unità d’Italia parlava di “rivoluzione fallita”, e Piero Gobetti di “rivoluzione incompiuta”. Propendere più per la seconda visione. Evitando di sciorinare dati che pure hanno impiombato le pagine dei quotidiani nelle settimane scorse, riteniamo che il Mezzogiorno abbia goduto non poco e non solo materialmente ma anche idealmente dell’unità italiana. Cosa sarebbe adesso un Sud indipendente? Un guscio di noce nei flutti mediterranei. Avrebbe mai avuto la forza di laicizzarsi? Pensiamo, comunque, che il meridione sia da tempo fuori dall’agenda politica del Paese. Privo di uno scopo precipuo, di una funzione – oltre quella turistica – che possa coagulare non solo una spinta economica ma anche una condivisa tensione ideale.
In quest’ottica decodifichiamo e comprendiamo questa deriva di pancia da parte di una fetta della cittadinanza meridionale. Non perdoniamo, però, la strumentalizzazione politica che se ne sta facendo. Questo titanismo romantico nasconde in realtà una vera e propria frode nei confronti dei cittadini. Gli amministratori privi di idee, incapaci di compattare gli elettori intorno a una condivisione di programmi seri e strutturali, muovono i sentimenti inconsci per essere assolti da un’inanità di fondo. Quello che è accaduto in Puglia, fortunatamente, ad oggi non è attecchito a Napoli. Saggiamente l’assessore comunale Nino Daniele, quando fu chiesto al consiglio cittadino di istituire una giornata della Memoria per le vittime dell’Unità, parlò, decretandone di fatto la bocciatura, di “rotte culturali oscurantiste”.
Ci piace, quindi, proseguire da qui, dalle istituzioni che ricordano innanzitutto le vittime della criminalità organizzata. Proseguire dalle tante amministrazioni meridionali che premono per rafforzare la voce del Sud in seno alla politica nazionale, più che da chi giustifica l’origine di fenomeni criminosi con cause esterne o da chi insinua che un distacco dal resto dell’Italia sarebbe una salvifica terapia e un’appropriata cura.

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