LI GALLI LE ISOLE DEL MITO

LI GALLI di Ciro Ferrigno
L’arcipelago de Li Galli appartiene al comune di Positano, in provincia di Salerno, pur trovandosi a breve distanza dalla costa meridionale della penisola sorrentina ed è formato da tre isole: il Gallo Lungo, la Rotonda e la Castelluccia. Solo la più grande, ossia il Gallo Lungo, ha conosciuto fin dall’antichità la presenza umana, nonostante lo spazio a disposizione sia esiguo, avendo una lunghezza di quattrocento metri ed una larghezza che varia dai cento metri della parte centrale fino ai duecento di quella estrema. Ad Ovest della maggiore si trovano la Rotonda e la Castelluccia, indicata pure come Isola dei Briganti. Già Strabone, geografo greco del I secolo a.C., indicò le isolette col nome di Sirenai o Sirenussai, perché abitate dalle Sirene, che il mito vuole metà donna e metà uccello. L’immagine stessa di queste creature, così raffigurate nell’arte greca arcaica, dovette suggerire al popolo l’accostamento con i più familiari animali da cortile, il gallo e la gallina e da qui il nome Li Galli. In realtà, la presenza delle Sirene, capaci di incantare i marinai con il loro canto struggente, stava ad indicare le insidie di un luogo bellissimo ma pericoloso per un mare infido, con forti correnti, venti impetuosi e frequenti mareggiate ed una gran quantità di scogli piccoli e grandi a pelo d’acqua. Nella rotta tra la Grecia e le prime colonie di Cuma ed Ischia, quel braccio di mare doveva far paura ed essere conosciuto dai più come luogo di naufragi e di morte. L’appartenenza dell’arcipelago al comune di Positano e di conseguenza all’area salernitana forse risale all’anno 1225, quando Federico II di Svevia donò le tre isole ai monaci che, nel cenobio prossimo al mare, tenevano vive la devozione e la venerazione per la bellissima Icona della santa Vergine, giunta miracolosamente per mare dall’Oriente. Ma esiste ancor oggi una sorprendente anomalia: Li Galli sono territorio della parrocchia della Santissima Trinità di Piano! Infatti, secondo un’antica consuetudine le isole disabitate appartengono alla parrocchia che ha lo scalo più prossimo ad esse in terraferma. Per Li Galli lo scalo più vicino è stato, per secoli, quello dello Scaricatore, oggi non più utilizzabile, perché ridotto ad un semplice arenile. L’appartenenza si desume da fonti scritte, faticosamente ritrovate da don Antonio D’Esposito, parroco della Santissima Trinità negli anni Settanta. Quindi c’è un legame mai sciolto, che tiene strette le due località, dall’antichità più remota, fino a noi. Ma, torniamo alle Sirene. Le tre creature mitologiche, che vivevano sugli isolotti, incantavano i marinai con canti che ammaliavano e con parole che trasmettevano a quegli sfortunati la “conoscenza”, ovvero ciò che non appartiene all’uomo, ma alla divinità. Quello stesso desiderio di sapere che portò Adamo ed Eva al peccato originale. La “conoscenza” incantava quegli uomini di mare, che finivano per schiantare le loro imbarcazioni contro gli scogli, trovando la fine in un abbraccio tanto effimero quanto mortale con le Sirene. La mitologia narra di due sole navi che riuscirono a scampare questo triste destino: quella di Ulisse, di ritorno dalla guerra di Troia, e quella degli Argonauti. Ulisse, come narra Omero nell’Odissea, non volle rinunciare a sentire il canto delle sirene e così, su consiglio dalla maga Circe, si fece legare all’albero della nave, dopo aver turato con della cera le orecchie dei suoi marinai. Gli Argonauti, invece, si salvarono grazie ad Orfeo che, suonando la lira in maniera celestiale, annientò il canto delle Sirene. Ferite dalla immensa umiliazione subita, le donne cercarono la morte buttandosi in mare da una rupe, e furono tramutate in sassi. Le antiche genti della nostra terra divinizzarono le Sirene che, da malefiche incantatrici, diventarono protettrici dei naviganti, furono invocate per avere la salvezza contro le insidie del mare e si videro erigere per il culto un tempio. Schiere di archeologi e studiosi da secoli ne sono alla ricerca ma, nonostante gli sforzi, non l’hanno mai trovato. Le ipotesi sono tante e quasi tutte riguardano il territorio di Massa Lubrense: Monte San Costanzo, Monte Corbo, Jeranto, Marina della Lobra, Capodimonte a Sorrento, Deserto di Sant’Agata e la stessa Punta della Campanella, si ipotizza che il tempio dedicato ad Atena, possa essere stato edificato su quello delle Sirene. Ma tra le varie ipotesi formulate dagli studiosi, c’è anche Trinità! Infatti, nel corso degli scavi eseguiti nel 1990, nei pressi della scuola Michele Massa, sono tornati alla luce resti di un complesso monumentale, forse un santuario, che la Dottoressa Albore Livadie ci dice essere “frequentato tra gli ultimi decenni del VI secolo a.C. e parte del IV secolo a.C.”. In assenza di certezza e in attesa che la scienza offra risposte definitive, un altro studioso, il Dottor Felice Senatore, conclude la disamina delle varie ipotesi dicendo: “Lasciamo pure libertà di campo all’immaginazione”.Io penso che l’ipotesi di collocare a Trinità il santuario delle Sirene potrebbe essere credibile per tre ragioni: 1-La presenza nella località collinare di una popolazione stanziale fin dalla preistoria, che ne fanno il centro abitato più antico del territorio. 2- La vicinanza del luogo alle Isole 3- Il legame “sacro” che avrebbe unito e ancora unisce la Trinità ai Galli, essendo le tre Isole comprese nel suo territorio parrocchiale. In realtà il culto per le Sirene deificate sarebbe nato nel centro abitato più prossimo all’arcipelago, forse l’unico esistente in quei secoli lontanissimi. Possiamo ancora chiederci com’è possibile che un legame sacro ancora unisca Li Galli alla Trinità, dal tempo delle Sirene. Ma, come ci insegna la sacra Scrittura, “Agli occhi di Dio, mille anni sono come un giorno solo!”
Il racconto del lunedì di Ciro Ferrigno
Un grazie di cuore all’amico Sasà Donnarumma che mi ha fornito le splendide fotografie, pubblicate con il racconto.

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