Le ‘ferite’ indimenticabili del Marina d’Aequa e del Tito Campanella

Dopo trentacinque e trentatre anni la mente ricorda sempre quei tragici avvenimenti

 

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Sant’Agnello – Se le ferite sono rimarginabili quelle del Marina d’Aequa e del Tito Campanella sono indimenticabili e dopo trentacinque e trentatre anni la mente ricorda sempre quei tragici avvenimenti.

Il mare quando è calmo ti è amico ma quando è una tempesta e il più grande nemico che tu affronti in quel momento nella tua vita che se può inghiottirti portandosela con se infondo a quelle oscurità dalle quali nessuno quasi mai potrà farti riemergerti.

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Foto tratta dal diario Naufragio “Marina D’Aequa”- Per non dimenticare

Così è accaduto in quello stesso acido e furibondo mare atlantico dal nome Golfo di Guascogna che bagna le coste francesi e spagnole che inghiottì quel fatidico 29 dicembre 1981 la Marina d’Aequa e poi il 14 gennaio 1984 il Tito Campanella.

Tanti uomini di mare che avevano nel loro bagaglio marinaresco una buona esperienza ma che purtroppo non servì in quei tragici momenti in cui la tempesta li sopraffece senza che loro potessero dire o fare qualcosa, anche chi andò per soccorrerli dovette restare inerme fino a quando la cosiddetta ‘onda anomala’ spezzò in due il Marina D’Aequa che portò con se in fondo al mare quei valorosi marinai che fecero di tutto per non arrendersi ma furono sopraffatti.

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Dal quel fatidico giorno sono passati trentacinque lunghi ma indimenticabili anni in cui la mente di chi li ha conosciuti: madri, padri, sorelle, parenti ed amici, non ha mai smesso li ricordarli com’erano sia fisicamente che caratterialmente e che mai dimenticherà.

Così come quelli, tra cui ricordiamo che c’era una donna ed era la moglie del comandante, del Tito Campanella che si inabissarono con esso in quelle tremende e anomale onde e fu un naufragio la cui dinamica rimase a lungo oscura, perché senza testimoni e senza superstiti.

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Superstiti che sono in fondo al mare e che sono stati ricordati in una messa in suffragio nel Santuario di San Giuseppe, officiata dall’arcivescovo diocesano, nonché vescovo promotore dell’Apostolato del mare della Conferenza episcopale italiana, monsignor Francesco Alfano, che è stato coadiuvato da Monsignor Don Pasquale Ercolano, Canonico Primicerio del Capitolo Cattedrale di Sorrento e da Monsignor Fabio Savarese, Rettore del Santuario si San Giuseppe e padre spirituale della Confraternita del Sacro Cuore di Maria e di San Giuseppe (detta dei Giuseppini).

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Il forte vento che soffia da grecale sul ‘Golfo di Surriento’ sembra far ricordare ancora di più quei tragici momenti a quella gente che gremisce la chiesa santanellese ma in special modo a quei familiari ed amici che portano ancora sui volti rigati la sofferenza di quella tragedia che mai si sopirà.

Nelle sue parole l’arcivescovo Alfano si rifà al Vangelo che parla di Simone che avanti negli anni si prepara a concludere la sua esistenza terrena dopo aver visto tutto ma doveva aspettava solo di vedere il Consolatore, la salvezza messianica. Perciò l’attesa è finita, il momento della definitiva salvezza è giunto e lo Spirito è in azione e Simeone mosso dallo Spirito va al Tempio e subito riconobbe il Messia in braccio alla madre. Lo prese tra le braccia ed alzando gli occhi e il bambino verso il cielo, intona la sua lode a Dio. La sua attesa è finita e perciò può concludere con gioia la sua vita perché ha visto il Salvatore. Così sarà per chi “in fondo al mare attende la Tua luce ed il Tuo perdono”. Questo il parallelo ideologico dell’arcivescovo diocesano.

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Al termine della cerimonia religiosa, le autorità civili, che rappresentavano le città dei marittimi periti (Meta, Piano di Sorrento, Massa Lubrense, Sorrento, Cile, Torre del Greco e Procida), quelle militari e le associazioni dei capitani e marittimi della penisola sorrentina presenti e l’istituto nautico Nino Bixio, hanno deposto una corona d’alloro alla lapide commemorativa.

 

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Le foto a corredo dell’articolo sono di Giuseppe Spasiano

 

GISPA

 

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