Quando l’arte ristora dal dolore: il brano del cantante Army dedicato alla madre scomparsa

“Mamma Aurora (I Promise)” è il titolo del nuovo singolo che segna il ritorno sulle scene di Armando Fusco in arte Army, poliedrico artista napoletano residente da anni nella provincia di Avellino. Scritto da lui stesso e arrangiato dal musicista e tecnico del suono Francesco Aiello, il brano, fortemente autobiografico, è dedicato alla amatissima madre, scomparsa di recente. Spiega l’artista: “Mamma Aurora (I Promise) è dedicato a mia madre Vittoria scomparsa da poco, ero molto legato a lei, e ho voluto scrivere questa canzone nella quale la paragono all’alba di un nuovo giorno in cui ripongo le mie speranze”. Il testo ha accenti davvero toccanti, che confermano la potente vena di poeta e scrittore del cantante, già manifestata con scritti e pubblicazioni: “L’ultima estate ero io a salvare questo residuo di vita che ci lacerava il cuore (maledetto dolore) e tu imprecavi e tu non capivi. L’ultima estate ero io a bagnarmi alla foce dei ricordi… tutti sbiaditi, tutti imbruttiti dai rancori, dai dispiaceri (non c’erano più desideri)… Ma non piangerò più come ora, non piangerò, Mamma Aurora, guarderò il cielo, sorpasserò le nuvole, con lo sguardo e risorgerò a vita nuova. Strade sterrate, fiori nascenti, tutto ora sembra esaltante tranne il brusìo della gente, sempre cattiva, sempre invadente…ma che importa, che fa…voglia il Cielo che riesca a onorare la tua memoria e a vivere come conviene a un uomo giusto, a un uomo colto…senza te, lo so, saranno sorrisi meno felici, ma mi salverò ancora”.

Ma possono l’arte, la creatività, rappresentare una forma di riparazione, svolgere una funzione terapeutica, come nel caso di Army, che ha affidato a note e versi la catarsi dalla perdita del legame più fondante dell’esistenza umana, quello tra un genitore e un figlio? Indubbiamente, l’arte rappresenta una modalità di elaborazione della sofferenza e del lutto, attraverso gli importanti riflessi che il processo creativo ha su presa di coscienza di sé stessi, potenziamento di abilità cognitive ed emozionali, autostima, resilienza. L’attività creativa rappresenta una sorta di mediatrice tra la sfera conscia e quella inconscia, permettendo all’artista di entrare in contatto con il proprio io in modo più autentico, di conoscere il proprio mondo interiore ed elaborare il proprio vissuto senza barriere di difesa. Esprimersi artisticamente sposta l’attenzione dal disagio alla creazione, liberando attraverso l’immaginazione idee, sentimenti, sogni, aspirazioni, emozioni, che permettono all’individuo di accedere al linguaggio inconscio, superando blocchi e difficoltà, sciogliendo conflitti, mettendosi alla prova, rinforzando il senso d’identità. Diceva il filosofo Rudolf Steiner: “La terapia artistica ha un effetto profondo e diretto sull’anima. Questo può portare, gradualmente, a migliorare la vitalità del paziente, la salute fisica e il benessere emotivo”. In tal senso, si tratta di un processo educativo, laddove “educare” sta per “educere”, “portare fuori”: rielaborare l’esperienza sensoriale del mondo in una propria rappresentazione, che può essere anche reinvenzione e riscrittura della realtà, e quindi superamento di un dolore troppo grande per potervisi confrontare in maniera razionale senza esserne sopraffatti. Fu proprio il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, a cogliere nell’arte lo strumento privilegiato per conoscere ed esprimere il proprio inconscio, ritenendo che il prodotto artistico rappresentasse lo specchio del mondo interiore, con tutti i suoi fantasmi, che vengono così decodificati e comunicati in forma sublimata. Attraverso la rappresentazione del dolore, ci spiega Freud, abbiamo la possibilità di controllarlo, assumendo nei suoi confronti una posizione attiva rispetto a quella passiva che caratterizza il momento in cui si subisce il trauma. Elaborare il lutto, che resta comunque incancellabile nel proprio cuore, significa riuscire a metabolizzare e mentalizzare il proprio atroce e profondo vissuto di dolore, trasformandolo in emozioni, e trovando le parole per descriverle. E’ quanto accade nel testo di Army, che parte dalla presa di coscienza del suo dolore, lo oggettiva e lo proietta all’esterno, arricchendolo di valore e contenuti (la promessa alla madre di continuare a vivere degnamente) e condividendolo col pubblico che lo segue, affinchè sia partecipe del proprio travaglio interiore.

Racconta ancora l’artista: “Dopo aver affrontato il genere elettropop con pezzi che hanno destato molta attenzione, soprattutto sul web, come Vanità, Amore nero e La mela, e il rock made in Italy con Quaderni bianchi, ho sentito il bisogno di tornare al mio pubblico con un bel rock melodico, un brano in omaggio a mia madre, con parole mie e con l’arrangiamento curato da Francesco Aiello, che in passato ha musicato altri miei pezzi come Quaderni bianchi e Napule amica. Nel testo, nonostante il grande dolore vissuto, racconto la voglia di andare avanti in memoria appunto di colei che non c’è più. Con lo sguardo rivolto al cielo, consapevole che chi ci ha lasciato è sempre presente con la sua energia e i suoi insegnamenti, ho sentito il bisogno di lanciare il messaggio positivo che dal dolore nasce la speranza, che bisogna avere sempre la forza di gridare: Grazie alla vita! Come molti miei amici, fans e sostenitori hanno osservato e mi comunicano, ho acquistato una spiritualità che mi permette di vedere oltre il dolore. Ai miei genitori che ho perso quest’anno vorrei dire che li amerò per sempre, che farò tesoro dei loro insegnamenti e che a loro penserò fino al mio ultimo istante di vita”. Aggiunge poi: “L’Arte è mia compagna da sempre e mi piace viverla in una dimensione molto personale. In particolare la musica mi ha davvero aiutato tanto…a sognare, a sperare, oggi a sopravvivere, e sempre mi farà compagnia. Cantavo a due anni coi 45 giri della Carrà e ho continuato cibandomi di TV e spettacoli vari, quelli degli anni d’oro, dove la musica aveva spazio quasi ovunque perché i dischi si vendevano e , diciamo la verità, c’erano artisti di talento che erano anche grossi personaggi: da Loretta Goggi a Donatella Rettore, da Loredana Bertè a Giuni Russo, passando per Alice, Alberto Camerini, Pino Mango, Eugenio Finardi, Franco Battiato e ancora gli intramontabili Battisti e Mina, mentre all’estero ero pazzo di Madonna, Cyndi Lauper, Yazoo, Tears for fears , Whitney Houston e ancora David Bowie e Kate Bush senza dimenticare i Depeche Mode…ma è per me un elenco interminabile… ho migliaia di dischi a casa. Sono stato fortunato nel tempo a rapportarmi con amici musicisti che, chi più chi meno, mi hanno permesso di esprimermi e di diventare un piccolo artista, che in fondo è rimasto un bambino sognatore. La mia vita non è stata una vita facile per certi aspetti, io sempre troppo chiuso, nevrotico, spesso musone…ho sempre cercato la solitudine che però mi ha dato tanti spunti artistici…dal dolore sono riemerso, finora ho avuto forza, principalmente perché amo la vita…Sono convinto che si può ricominciare sempre: lo faccio ora con la musica e tante altre cose che verranno, con l’aiuto del Signore”.

Army ha in effetti vissuto la sua carriera musicale in maniera sempre molto raffinata, ricercata, lontana dai canoni commerciali che impongono visibilità e coinvolgimento; la musica è per lui una passione che vuole vivere in modo del tutto indipendente, in quanto nella vita è anche altro (è un Dottore in Giurisprudenza e di recente è diventato un esperto in scienze criminologiche). Il percorso artistico di Armando è stato intriso anche di scrittura e, di recente, recitazione (lo scorso anno ha girato il corto “La solitudine dell’attore” con la Valenzo film production, che parteciperà ad alcuni Festival). Come scrittore ha pubblicato due anni fa un testo di spessore, “La mia testa danzante”, di cui racconta: “E’ un piccolo libro, non tante pagine, ma è un ulteriore modo per raccontare un pò di quello che sono oggi e di quello che mi ha colpito in giro. Ho osservato la vita, tanto direi, più che averla vissuta, e nonostante ostacoli e difficoltà, non mi sono mai veramente abbattuto, anzi la mia sofferenza si è convertita in scrittura, disegno, musica. Dicono a tal proposito che gli artisti siano sempre persone che soffrono; non sta a me dire se sono o meno un vero artista, ma tanta mia creatività è nata proprio dal dolore”.

Per quanto riguarda la carriera musicale, Army si definisce un cantante “pop”, ma dà a questa etichetta un valore molto ampio: “per molti pop vuol dire sottocultura, per me invece è tradizione, melodia, ricchezza di stile”; inoltre, spinto dalla sua curiosità, voglia di sperimentare e cambiare, ha amato cimentarsi in diversi generi musicali, dalla new wave al rock, dimostrando grande duttilità e coraggio nel correre trasversalmente tra generi e stili, senza limitazioni e compartimenti stagni. Il cantante ha ricevuto articoli e recensioni su giornali importanti tra cui Il mattino di Napoli, Il Roma, e Raropiù, rivista per collezionisti, oltre che su tantissimi blog musicali on line, e il “Premio Gallo D’Oro” per la musica nel 2012 presso la città di Mariglianella. Dotato di una sensibilità fuori del comune e di una personalità complessa, piena di contraddizioni  e conflitti, da un lato colto, ironico, bisognoso di comunicare ed entrare in empatia con gli altri, amante della vita, della natura, della gioia, dall’altra schivo, melanconico, introverso, con un mondo interiore perennemente in tumulto, smosso da emozioni contrastanti, Armando riflette nelle sue canzoni il suo inconscio passionale e tormentato, regalando brani sperimentali nei testi e nelle sonorità, che non lasciano indifferenti. Cantare è il suo modo di prendersi una rivincita da una vita tante volte matrigna che però ama con tutto se stesso, disperatamente. Dice ancora di sè: “Ho molta energia dentro, ma ha vinto spesso la pigrizia e una forma di rigetto per un mondo che non mi piace molto… sono una persona cresciuta sola e che ama stare sola… mi avvicino agli altri per poco, poi mi ritiro: è il mio modo di essere, io sono l’artefice del mio malessere. Cantare è un mio modo di esprimermi, quello più poetico: ecco perché ho scelto di farlo. ”. A volte sembra quasi che quest’epoca non gli appartenga, e nasce forte in lui il bisogno di rifugiarsi nella sua “tana” sicura, tra i suoi dischi e il suo pc. Più solo oggi, senza i suoi genitori, ma mai solo, con tutti i fans della sua musica e dei suoi scritti che gli vogliono un bene dell’anima.

Carlo Alfaro

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