La revisione del P.U.T. tra partecipazione e conflitto.Gugg scrive…

La revisione del P.U.T. tra partecipazione e conflitto

Il prezioso contributo di Giovanni Gugg al dibattito

Alcuni giorni fa sui socialmedia si è acceso un ampio dibattito sulla proposta di modifica al P.U.T. avanzata dal consigliere regionale Alfonso Longobardi, già approvata in Commissione Urbanistica e pronta per la votazione dell’intera assemblea. I primi scambi sono avvenuti tra Raffaele Attardi e lo stesso Longobardi, sul website di “Agorà”; altri si sono confrontati su Facebook in un post cui sono stato inserito e dentro il quale ho chiesto delucidazioni. Sono intervenute molte persone e la discussione ha permesso a tanti, me compreso, di recuperare o approfondire una questione che negli ultimi mesi la stampa locale ha affrontato in decine di articoli. Conscio di aver bisogno di leggere molte fonti, mi sono dato del tempo per riflettere, così da poter eventualmente contribuire attraverso una mia riflessione, come propostomi dal direttore di “Agorà” Nancy De Maio. Di seguito alcune considerazioni che intrecciano il mio personale percorso di studio-lavoro con la lettura del testo di Longobardi e delle dichiarazioni rilasciate alla stampa.

Spazio e mutamento
Il paesaggio è un bene dinamico, muta col mutare della società; pensare di imbrigliarlo è una ingenuità. Evidentemente, il paesaggio non è una “bella veduta”, né una cartolina, infatti gli studiosi che se ne occupano – architetti, geografi, scienziati sociali, artisti – ne sono consapevoli da molto tempo. Dal punto di vista legislativo, però, questa contezza è venuta ad attestarsi molto tardi: solo nel 2000, grazie alla Convenzione Europea del Paesaggio, le istituzioni nazionali e continentali hanno ufficialmente compreso che il paesaggio è «una zona o un territorio, quale viene percepito dagli abitanti del luogo o dai visitatori, il cui aspetto e carattere derivano dall’azione di fattori naturali e/o culturali». In altre parole, tale idea stabilisce che i paesaggi evolvono col tempo, per l’effetto di forze naturali e per l’azione degli esseri umani. Ciò che stabilisce la Convenzione, dunque, è che i paesaggi vanno governati, gestiti, indirizzati, pianificati.
Per rispettare questi princìpi, osserva l’architetto paesaggista Alessio D’Auria, è necessario ampliare la nostra visione del paesaggio e non limitarlo alle due grandi trame dell’ecosfera (la geografia “naturale e perenne”) e dell’antroposfera (la storia in cammino continuo), ma bisogna considerare anche la sua dimensione estetico-semiotica: «la dinamica delle cose (l’ecosfera e la antroposfera) è inseparabile dalla dinamica dei significati (la semiosfera) e quindi dagli stessi processi sociali in cui essa si produce». Ciò rende certamente scomoda la traduzione di tali assunti nei dispositivi di pianificazione, ma sarebbe ugualmente sbagliato ridurre il paesaggio alla dimensione oggettivamente descrivibile e regolamentabile, considerando solo la dimensione ambientale.

Pianificazione e visione
Pianificare non significa assecondare tendenze in atto, bensì regolamentarle, aggiustarle o, ove opportuno, reindirizzarle. Pianificare è realizzare una visione, è attuare uno scenario. Ogni legge che si occupa di pianificazione territoriale muove da e agisce su tre livelli: la realtà socio-territoriale attuale, le finalità future che si intende raggiungere, i princìpi che la ispirano. A tutto ciò fa da corredo un quarto elemento, ossia il metodo.
Come affermato nella premessa della Proposta di Legge, il P.U.T. è ritenuto obsoleto, anzi nato vecchio. La storia del Piano Urbanistico Territoriale dell’Area Sorrentino-Amalfitana, in effetti, è molto articolata: venne approvato nel 1987 in base a studi compiuti dieci anni prima, quando Cesare De Seta denunciava «il sacco della Penisola Sorrentina», ma le origini del suo percorso vanno fatte risalire ancora più indietro, almeno alla seconda metà degli anni ‘60, quando Ermanno Rea, Gaetano Fiorentino, Mario Maresca, Antonio Cederna ed altri denunciavano «il suicidio della Penisola Sorrentina» attraverso «un’urbanizzazione disordinata, che dilaga a macchia d’olio, investe colline e coste, si addensa intorno ai vecchi centri». Come gran parte delle leggi esistenti, il P.U.T. del 1987 era un compromesso e, nonostante ritardi e cedimenti, per trent’anni ha garantito un certo rispetto del territorio. Ciò non significa che, come afferma Longobardi, abbia imbalsamato il paesaggio (perché concepito «in modo statico e contemplativo»), anzi, il P.U.T. stesso è stato già parzialmente modificato (legge regionale 16/2014) per gli aspetti legati al contingentamento delle superfici destinate a commercio e terziario, ma soprattutto l’urbanizzazione dell’area sorrentino-amalfitana è proseguita ampiamente, come dimostrano, per fare due esempi eclatanti e diversi tra loro, la costruzione dell’Auditorium di Ravello (firmato dal grande architetto Oscar Niemeyer) e le decine di parcheggi interrati realizzati sotto palazzi e agrumeti (come da legge regionale 19/2001 e successive modifiche). Per correttezza storica, dunque, è bene ricordare e sottolineare che il P.U.T., tra i cui principali estensori ci fu l’urbanista Alessandro Dal Piaz, è stato l’argine alla devastazione, nonostante la sua non completa attuazione.
Ritenendo quella normativa antiquata e superata, oggi chi vuole modificarla afferma che «i vincoli urbanistici […] da anni bloccano lo sviluppo sostenibile del territorio» (Longobardi su “Agorà” del 7 dicembre 2016) e che, pertanto, «necessita di essere adeguata alla modernità» (Longobardi su “Agorà” del 25 luglio 2017). Ci sono biblioteche intere su nozioni come sviluppo, sostenibilità, modernità e non mi dilungherò a discuterle qui, ma va osservato che, impiegandole nel contesto del rinnovo del P.U.T., risultano altamente minacciose. Lo stesso concetto di paesaggio – dinamico, come ho scritto in apertura – è qui utilizzato per giustificare manomissioni della legge del 1987 che, a prenderle tutte insieme, rappresentano uno stravolgimento profondo, non una semplice modifica.

Modelli e sguardi
Con enfasi Longobardi afferma: «Abbiamo adesso un’occasione storica, da non perdere, per creare un concreto e duraturo riscatto delle aree urbane che devono, attraverso un rilancio complessivo del territorio, determinare una nuova Rivoluzione economica, sociale e civile». Ora, non esiste alcuna rivoluzione “bella” e “buona” in sé. Esistono, come dicevo, visioni, scenari, modelli specifici di pianificazione adatti per riprodurre una determinata società o per modificarne un’altra in una data direzione. Non si tratta di contenuti (meno vincoli e più sviluppo, sostenibile o meno che sia): si tratta di valori. Territorio tutelato con direttive chiare e precise o territorio regolamentato attraverso una normativa «meno rigida e dogmatica» riflettono due modalità distinte e distanti di considerarlo. Il territorio, così, assume significati e usi diversi a seconda delle pieghe cui lo si sottopone: come valore o come opportunità, come bene da custodire o verso cui si può essere indulgenti, ponendovi uno sguardo differenziante o conformizzante, seguendo princìpi che incoraggiano l’equità socio-ecologica o che ignorano il problema. Le modifiche al P.U.T. non sono semplicemente l’aggiornamento di una legge datata, sono il frutto di scelte e decisioni politiche: non esiste la pianificazione neutra. È per questo che un argomento del genere non può non essere comunicato, discusso, dibattuto nella maniera più ampia possibile: riguarda la vita degli abitanti, lo spazio su cui costruiscono le loro esistenze, l’ambiente in cui entrano in relazione tra loro e su cui, senza soluzione di continuità, tengono insieme le generazioni passate e quelle future. Aver dialogato con i sindaci e alcune realtà locali interessate, come ripete Longobardi, è una forma di pianificazione partecipata discutibile e incompleta. Non arriverò a scrivere un pamphlet contro l’architettura e l’urbanistica, come brillantemente fatto da Franco La Cecla, ma vorrei quanto meno ricordare le esperienze interdisciplinari di Amalia Signorelli e Costanza Caniglia Rispoli o, ancor più pragmaticamente, le progettazioni urbane di Raymond Lorenzo e quelle di Marianella Sclavi. La sinistra italiana – e campana, nello specifico – non ha mai tenuto molto conto di questi presupposti, né di questi metodi: l’equità dell’ecosistema, la coerenza paesaggistica, la sostenibilità ambientale sono stati posti sempre in secondo piano; il Ministero (o l’Assessorato) ai Lavori Pubblici è sempre stato ritenuto più strategico di quello dell’Ambiente.

Conflitto e partecipazione
Nelle discussioni online si ripete che è necessario il confronto tra competenze: quelle, in particolare, di architetti, urbanisti e giuristi, come se il territorio fosse parcellizzabile geometricamente o per articoli del codice. Il sincretismo degli sguardi disciplinari, piuttosto, è la chiave di volta per superare procedure parziali e anacronistiche. Oggi la pianificazione dello spazio non può prescindere dal contributo di sociologi urbani, geografi umani, antropologi territorialisti, agronomi paesaggisti, ecologi culturali, storici della natura ed economisti dell’ambiente. Sì, dal 1987 la Penisola Sorrentino-Amalfitana è cambiata; arrivarci in auto dà una prima – eclatante – misura del livello di saturazione. Ma concedere ammodernamenti di strade e porti, snellirne procedure costruttive, semplificare manutenzioni di fabbricati e consentire i loro ampliamenti, ridurre dimensioni per le aree con attrezzature pubbliche e delineare nuovi criteri per la viabilità minore sono tutte forme di condiscendenza allo snaturamento di quello scrigno di valori che il P.U.T. ha rappresentato fino ad oggi.
Le preoccupazioni degli ambientalisti sorrentini sono fondate, soprattutto perché è la storia degli ultimi decenni ad insegnare che ogni concessione in tema edilizio ha comportato effetti esponenzialmente più ampi e profondi: una banalizzazione del paesaggio potrebbe condurre ad una contrazione della domanda turistica; quella stessa domanda che si vorrebbe incrementare. Le prospettive, inoltre, non sono incoraggianti neanche dal punto di vista della conflittualità ambientale che, com’è noto, in Italia è alquanto crescente. Quel che è entrato in crisi, ormai da decenni, è il rapporto fra pubblico e privato, in un quadro generale in cui i poteri appaiono asserviti a interessi di parte. In questo quadro a tinte fosche, pertanto, l’invito al Consiglio Regionale di rivedere, radicalmente, il disegno di legge per le modifiche al P.U.T. è quanto meno opportuno.

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