La dismorfofobia: quando l’estetica diventa ossessione

“Voglio diventare una fuck doll, una bambola per il sesso”: è questo l’obiettivo dichiarato di Alicia Amira, ventisettenne pr di Copenhagen, che non ha esitato, per raggiungere questo fine, a manomettere violentemente il suo fisico, modificando in modo massiccio il corpo e la faccia con la chirurgia plastica: ripetuti ritocchi a naso, zigomi e guance, denti, labbra, seno, fondoschiena, ne hanno alterato radicalmente la fisionomia nel giro di un solo anno, con una spesa di oltre diecimila euro. Adesso Alicia è alle prese con un’infezione delle protesi al seno che sarà costretta a rimuovere, ma non si arrende e progetta nuovi farneticanti interventi, mentre le sue foto sexy e grottesche invadono il web, più un cartone animato caricaturale che la donna regina dei sogni maschili che ambisce ad essere. Non conosciamo le motivazioni che hanno spinto Amira a tanto, ma in psicopatologia umana è nota una condizione clinica, la “dismorfofobia”, o “disturbo di dismorfismo corporeo”, con caratteristiche simili a quelle che la giovane racconta in un documentario a lei dedicato: la ragazza non si piaceva, trovava il suo viso scialbo, le labbra troppo sottili, il seno piccolo, sentiva di non attirare gli uomini, e nessun intervento sembra placare la sua sete di cambiamento. La dismorfofobia è un disturbo che è classificato dal DSM-5 (ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) nello spettro ossessivo-compulsivo, e che ha come caratteristica distintiva la focalizzazione mentale sull’apparenza fisica: uno o più difetti nell’aspetto fisico, totalmente immaginari, cioè percepiti come tali solo dal soggetto, oppure, se presenti, di grado di gran lunga inferiore alla preoccupazione che gli provocano, generano pensieri fissi ed ossessivi di disagio ed inadeguatezza, connessi alla visione distorta della propria immagine corporea. Molti ritengono che anche il re del pop, Michael Jackson, potrebbe essere stato distrutto dalla non accettazione del proprio corpo.

Il disturbo, che interesserebbe il 2,4% della popolazione generale, arriverebbe al 10-15% tra i pazienti dei dermatologi o che si sottopongono a chirurgia estetica. La dismorfofobia, che può colpire entrambi i sessi, si sviluppa con maggiore frequenza negli adolescenti, il che non sorprende date le fragilità implicite nelle trasformazioni dell’età puberale. L’iperinvestimento narcisistico sul corpo, nel tentativo di costruire la propria identità sull’immagine esteriore, è tipica dell’adolescente, alla spasmodica ricerca di un ideale di perfezione estetica, quale garanzia di accettazione da parte degli altri che lo aiuti a superare il senso di inadeguatezza fisica e la bassa autostima. Nel delicato passaggio dal corpo infantile a quello adulto, la dis-percezione del proprio corpo testimonia la disfunzionalità di questo momento della vita. Con la fine dell’adolescenza, la persona dovrebbe acquisire un senso di fiducia in se stessa tale da consentirle di relazionarsi armonicamente con gli altri, senza essere afflitto da complessi di inferiorità legati all’aspetto fisico, ma non sempre ciò accade.

Non c’è una causa nota: certamente all’origine della malattia ci deve essere una combinazione di fattori di natura genetica, sociale, culturale e psicologica. Esiste una base ereditaria, dimostrata dal fatto che il disturbo di dismorfismo corporeo tende a presentarsi in più membri della stessa famiglia e in famiglie con persone affette da disturbo ossessivo compulsivo. La base neurobiologica potrebbe risiedere nell’alterazione nella trasduzione/elaborazione degli stimoli visivi che porterebbe a valutare in modo scorretto il proprio aspetto. Studi di imaging cerebrale hanno, inoltre, evidenziato anomalie di attivazione nelle aree cerebrali preposte all’elaborazione della memoria verbale e non verbale e difetti di trasmissione degli stimoli nervosi tra queste zone e la corteccia cerebrale prefrontale, analoghe a quelle riscontrate nel disturbo ossessivo compulsivo. Sarebbe implicato anche il sistema serotoninergico. Sul piano neuropsicologico, invece, si ritiene che lo sviluppo del disturbo possa essere legato a un processo cognitivo difettoso o mal direzionato da sollecitazioni esterne, che porta a enfatizzare l’importanza dell’aspetto fisico nella vita di tutti i giorni. L’identikit personalogico pone a rischio soggetti con tratti di introversione, tendenza al perfezionismo, visione negativa della propria immagine, esasperata sensibilità estetica. Anamnesticamente, risultano talvolta esperienze di abuso, abbandono e trascuratezza durante l’infanzia, o l’essere cresciuti in un contesto di intenso perfezionismo non ha permesso di sviluppare un adeguato grado di autostima. Ragioni di tipo socioculturale infine includono l’enorme valore attribuito dai mezzi di comunicazione di massa ad una bellezza fisica standardizzata e priva della benché minima imperfezione.

Le preoccupazioni possono focalizzarsi sull’intero aspetto esteriore, o solo su una parte delimitata del corpo. Le lamentele riguardano sovente difetti lievi o immaginari. Aree tipiche di ossessione in entrambi i sessi sono pelle, naso, bocca, denti, occhi, viso nel suo complesso, capelli, sopracciglia, peluria, pancia/addome, ma qualunque parte del corpo può diventare motivo di insoddisfazione, anche palpebre, orecchie, labbra, mascella, mento, guance, natiche, braccia, mani, piedi, gambe, fianchi, spalle, colonna verebrale. Le donne, spesso, focalizzano l’attenzione sul seno (troppo grande, troppo piccolo, troppo poco tonico ecc.), sulle cosce e sui glutei. Gli uomini, invece, tendono spesso a soffrire di un sottotipo di disturbo dismorfofobico noto come “dismorfia muscolare”, caratterizzato dall’idea che la propria massa muscolare sia troppo scarsa o comunque inadeguata. Questa variante interessa principalmente ragazzi e giovani uomini sportivi e, in particolare, chi pratica bodybuilding. Un’altra area oggetto di notevoli preoccupazioni maschili è quella genitale (pene, testicoli). L’ossessione può riguardare simultaneamente diverse parti del corpo. A volte, il soggetto può concentrarsi su regioni più estese del corpo o su forma globale, peso, misure, corporatura. Quando la preoccupazione si focalizza sul rapporto tra massa muscolare e grassa, sulla quantità di grasso corporeo o sul peso, è più probabile che si sviluppi un disturbo del comportamento alimentare.

I soggetti con questo disturbo sperimentano preoccupazione notevole o, comunque, francamente eccessiva e infondata nei confronti di un difetto fisico inesistente o considerato trascurabile dalla maggior parte delle persone, manifestando grave disagio per tale supposta deformità, e descrivendo spesso le loro preoccupazioni come “intensamente dolorose”, “tormentose”, o “devastanti”. I pazienti tendono a pensare ripetutamente e ossessivamente ai propri difetti, reali o immaginati che siano, nell’arco della giornata, dedicando anche molte ore al giorno a individuare e attuare sistemi per porvi rimedio, eliminarli o, quanto meno, nasconderli agli altri. Vivono la convinzione di essere sempre osservati e giudicati, e che il proprio aspetto condizioni il proprio valore per gli altri. Spesso, ciò porta a sviluppare azioni rituali, sovrapponibili per natura ed effetti a quelle tipiche del disturbo ossessivo-compulsivo. Sono comuni infatti comportamenti ripetitivi e compulsivi che hanno la finalità di esaminare, controllare, migliorare o nascondere il presunto difetto su cui  il pensiero è polarizzato: mascherare parti del corpo (con trucco, cappelli, assumendo posizioni insolite); evitare la luce diretta; eccessivi controlli allo specchio o su superfici riflettenti ad analizzare il difetto o stuzzicarsi/rimuoverlo; oppure, al contrario, fobia a sostenere la vista della propria immagine riflessa, evitando accuratamente di soffermare lo sguardo su specchi e vetrine; eccessivo esercizio fisico o eccessiva cura del corpo, come pettinarsi o lavarsi ripetutamente o numerosi cambi d’abito e di look; confronti continui con l’aspetto fisico altrui; ricerca di rassicurazioni o al contrario tentativo di convincere gli altri circa il proprio difetto; ricorso ripetuto a trattamenti medici (odontoiatrici o dermatologici) o alla chirurgia plastica. Chi soffre di dismorfofobia è perseguitato dalla propria imperfezione e non riesce ad arrestare i pensieri negativi sul suo aspetto: nessun possibile conforto riguardo all’irrilevanza del problema lamentato sarà sufficiente a placare le ansie, al contrario, il mancato riconoscimento del difetto o un atteggiamento di noncuranza potrà generare nella persona l’idea di non essere adeguatamente considerata e capita. Il pensiero pervasivo del difetto fisico, il timore del giudizio degli altri e le pratiche ripetute in modo ossessivo per cercare di eliminarlo, si traducono in una seria compromissione della qualità di vita, delle relazioni interpersonali, delle prestazioni (e del conseguente successo) nello studio o nel lavoro. Queste persone possono sviluppare stati ansiosi in mezzo alle altre persone, per la paura che queste ultime notino il presunto difetto fisico, avere difficoltà ad uscire di casa, avere contatti sociali, andare a scuola o al lavoro. Purtroppo però essendo queste preoccupazioni di carattere ossessivo, sono indipendenti dall’effettivo aspetto fisico e quindi le soluzioni, per quanto drastiche, non portano mai a dei miglioramenti dello stato mentale, anzi i tentativi di eliminare il difetto, il cui esito non è mai ritenuto sufficientemente buono, generano frustrazione e ansia.

Secondo i criteri del DSM-5, la diagnosi del disturbo si incentra su tre aspetti: preoccupazione nei confronti di uno o più difetti fisici trascurabili o non oggettivamente rilevabili da parte di altre persone; comportamenti compulsivi ripetitivi o rituali in risposta al disagio per il presunto difetto fisico; disagio emotivo conseguente a queste ossessioni, con particolari atteggiamenti mentali (“comportamenti disattivi” o “pensieri distorti”), e intralcio al normale funzionamento nella vita quotidiana. La patologia può associarsi ad altre patologie mentali (disturbo antisociale di personalità, disturbo evitante di personalità, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo d’ansia generalizzato, disturbi del comportamento alimentare, disturbo narcisistico della personalità, disturbi dell’identità, depressione, autolesionismo, idee suicide).

La cura della dismorfofobia può essere efficacemente effettuata con psicoterapia cognitivo-comportamentale, mutuando molte tecniche da quelle impiegate per il trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi, con cui vi sono varie affinità. I farmaci raramente sono efficaci, almeno che non vi sia comorbilità con la depressione maggiore, nel qual caso va associata la somministrazione di SSRI, farmaci inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina. Particolare attenzione deve essere posta nella comprensione del valore del sintomo che, talvolta, può rappresentare un vantaggio secondario o una forma di difesa estrema dalla disorganizzazione psicotica. In tal caso non sarà oggetto di terapia la sola dismorfofobia, ma l’intera personalità dell’individuo.

Carlo Alfaro

 

 

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