La controra. …di cinquant’anni fa

LA CONTRORA
Il racconto del Lunedì del prof. Ciro Ferrigno

Certe volte il caldo, nella controra di luglio ed agosto, è insopportabile. Si cerca sempre di evitarlo, ma quando non se ne può più, basta premere il tasto giusto ed il condizionatore parte, rinfresca, fa sì che quasi si rinasca. Ma una volta, quando non esisteva la macchina del freddo, come si rimediava?
Tanti anni fa il caldo, anche quello torrido della piena estate, era più sopportabile, non c’era l’inquinamento di oggi e l’aria era più leggera. Bastava lasciare balconi e finestre aperti e un po’ di vento circolava, movendo le tendine, dando una parvenza di frescura. Dai giardini saliva una leggera brezza accompagnata dal canto corale delle cicale, impegnate in un concerto senza fine. Molte famiglie disponevano di una grotta, dove conservare al fresco bevande ed alimenti. Poi c’era il pozzo, la salvezza era nel pozzo, con la sua acqua piovana fredda, gelida, perché costantemente all’ombra. Nelle sue profondità venivano calate, in un secchio, delle bottiglie d’acqua, rigorosamente di vetro, che dopo un po’ diventavano fresche, gelate. Nel pozzo veniva messa anche l’anguria, ‘a mellunessa, legata in un panno e calata giù con una lunga corda. Il taglio dell’anguria era un momento di festa grande. Una frescura che deliziava: si mangiava e si beveva, allo stesso tempo!
Anna ‘a verdummara, in due grosse vasche, forse antichi lavatoi, aveva le bacchette di ghiaccio, un tesoro che veniva dal Monte Faito. Nei mesi invernali della neve veniva conservata, compattata in grossi pezzi rettangolari e venduta in estate nei paesi della penisola sorrentina, dove doveva essere conservata in luoghi freschi, con coperture tali da far rimanere costante la temperatura. Bastavano dieci o venti lire di ghiaccio per la granita di tutta la famiglia. Il pezzetto acquistato veniva messo in un panno pulito, poi bisognava martellarlo, fino a sbriciolarlo. La deliziosa poltiglia veniva suddivisa nei bicchieri ed insaporita con la spremuta di limone o lo sciroppo di amarena. Il sorbetto fatto in casa era una delizia per il palato ed un eccezionale rimedio contro la calura estiva.
Un altro rimedio sempre valido era il mare, allora tanto pulito che lo potevi bere! Poi, proprio nei giorni più caldi, c’erano tante persone che andavano giù alla spiaggia a fare “le stufe”, che erano rimedi contro i dolori reumatici. Coprivano le parti da curare con la sabbia cocente di For’’a rotta e mettevano in testa degli asciugamani, per sudare. Era uno degli antichi “rimedi”, coi quali ci si curava.
Non tutti potevano scendere al mare. A chi rimaneva a casa, spesso, tra il frinire delle cicale ed i battiti dell’orologio che da San Michele scandiva ore, mezz’ore e quarti, giungeva la voce del venditore di sorbetti che passava col carretto, sul quale qualcuno aveva dipinto una festa di aranci, limoni e fiori. Aveva un ombrello aperto che lo riparava dai raggi cocenti del sole. Passava anche una carretta con l’uomo che dava la voce: “L’acqua d’’a madonna”, “L’acqua ‘e Castiellammare” o ancora quella con l’asinello di Cumpà Jennare con la frutta estiva, un misto di profumi che esplodeva sotto il sole di luglio ed agosto. Spesso, in quelle controre, si sentiva pure il suono del pianino, che, in lontananza, riempiva l’aria immobile, col suo suono nostalgico… “Verrà, non verrà, noi cantiamo alle stelle e alla luna…”. Nella calura forte, tempo di pennichella, nessuno lasciava radio, televisori e mangiadischi a tutto volume. La natura aveva le sue melodie, le cicale erano le compagne del sole, i grilli cantavano di notte ed il passaggio tra il giorno e la notte, quel momento incantato che noi chiamiamo vespero, era rischiarato da sciami di lucciole, che talvolta formavano nei campi delle vere e proprie costellazioni.
Tutto questo mezzo secolo fa, poco più, poco meno!
Il racconto del lunedì di Ciro Ferrigno

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