Il soldato Giovanni Botta in guerra nel racconto di Ciro Ferrigno

GIOVANNI BOTTA

Giovanni Botta nacque a Piano di Sorrento, il 14 febbraio 1890, da Francesco e Maria Iaccarino, di famiglia molto povera. Conseguì il diploma di macchinista navale al Nino Bixio e, per non essere di peso ai suoi, intraprese la carriera militare.

Come allievo ufficiale fu nell’84° Reggimento fanteria e, dopo pochi mesi, ne fu nominato sergente. Il 20 febbraio 1912, fu promosso sotto¬tenente di complemento, presso il 30° Reggimento. Ai comandi del Tenente Colonnello Gaspare Maresca, fu in Africa, nella zona di Tobruk, dove si distinse per lo spirito di sacrificio e l’ardimento. Tenne lontani dal forte Perrone gli arabi-beduini che avevano attaccato una fortezza vicina ed il 23 luglio 1914 partecipò alla presa del campo arabo di Ras Mdauar, compiendo la sua missione in modo lodevole.
Promosso Capitano il 25 giugno 1916, fu richiamato in Italia, dove si viveva un momento di guerra drammatico. Infatti ai primi di luglio già si trovava in trincea al comando del 4° battaglione del 30° fanteria. Fu in quel periodo che incontrò due concittadini carottesi e ne scrisse, al fratello Gaetano, in una lettera datata 28 luglio: “Alla 14a compagnia del mio battaglione sono presenti due paesani: un certo Giordano Alfonso della Trinità, il quale asserisce di conoscerti e di averti scritto da poco tempo; l’altro chiamasi Manzi Melchiorre di Meta, di professione barbiere e che ha lavorato lungo tempo al salone di Afri¬cano Ambrosio; mentre il primo, di professione sarto, ha lavorato alla sartoria di Somma Salvatore per qualche tempo”.
Ciò che distingue Giovanni Botta, da tanti altri caduti della nostra terra, è il fatto che sono pervenute fino a noi una gran quantità di lettere che con puntualità scriveva, dal fronte, alla famiglia. Esse, raccolte in un libretto, costituiscono una rara testimonianza di amor patrio, di grande spirito di sacrificio e di manifesta disponibilità di offrire tutto sé stesso, anche la propria vita. Eccone alcuni stralci:
“In tutta quella terra italiana, lacerata oppressa ancora dall’invasore, vigilano le nostre truppe, affossate a terra e aspettando, frementi d’impazienza, il segnale dell’avanzata. L’ora della battaglia suonò, e l’eco si ripercosse in tutti i campanili dei villaggi, sparsi fra quelli di San Marco e San Giusto…”
“Il sole, che si elevava maestoso nel cielo, riscaldava maggiormente quest’entusiasmo, quell’ardore divenuto insostenibile in quei ferrei cuori. Mossero gli avamposti verso la meta sospirata, traendosi dietro tutta quella grande valanga di uomini, al grido fatidico: Italia! Savoia! Italia! E l’onda umana passò gonfia di gioia sulle posizioni sconvolte del nemico in fuga…”
“In questo momento che ti scrivo, Gorizia è stata occupata e ne dominiamo le alture. Viva l’Italia! Viva il Re! Viva l’Esercito. L’azione, iniziatasi dal giorno 4 corrente, va sviluppandosi su tutta la fronte, dando ottimi risultati. Sono a posto di combattimento e pronto ad affrontare qualunque altra prova. Non temere, chè tutto andrà bene per me e per la nostra Patria”.
“Caro babbo, in quella giornata mi sono trovato in brutte e tristissime condizioni. Il fuoco delle mitragliatrici avversarie mi costrinse a rimanere fermo, aggrappato al terreno per parecchie, lunghe ed eterne ore; a scavarmi con le mani una trincea, e a tenere il viso nella terra rimossa, in mezzo a due soldati che ho visto morire. Sporco, bronzato, con la barba lunga, inselvaggito, modesto, terribilmente calmo, pronto a tutto senza esitazione e senza eccitazione, aspettavo, con la massima rassegnazione dell’uomo già votato alla morte, che giungesse il mio turno fatale. In quel momento, il mio pensiero volò a voi tutti di famiglia, il che mi straziò il cuore amaramente, e terribilmente immaginavo il dolore di tutti voi, se una vigliacca pallottola avesse colpito a morte anche me. Però sono contento di aver fatto già il mio dovere, e di aver visto debellato il nostro secolare nemico…”
“Non tremate per me, chè presto suonerà l’ora della vittoria finale con una pace onorevole per la nostra cara Patria. Il mio bacio affettuoso giunga a tutti di famiglia in questa primavera di guerra e di grandezza della nostra Patria…”
Era il mese di maggio del 1917 quando, sul fronte del Dosso Faiti, Giovanni Botta cadde, a soli ventisette anni, giovane eroe, per la grandezza della Patria.
Il racconto del lunedì di Ciro Ferrigno

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