Chi era Gigliola Fiodo, la giovane cui è intitolata la Scuola Elementare Statale di Sant’Agnello

Gigliola Fiodo nacque a Sorrento il 25 aprile 1942. La località era Sant’Agnello, in Viale dei Pini, ma negli anni del fascismo (dal 1927 al 1946) Sant’Agnello formava con i vicini comuni di Sorrento, Piano di Sorrento e Meta la “Grande Sorrento”, per poi tornare ad essere indipendente dopo la caduta del regime. Gigliola nacque negli anni in cui l’Italia era battuta dai cupi venti della Seconda Guerra Mondiale, scoppiata nel 1939, ma in cui la nostra Nazione fu coinvolta da Mussolini nel 1940, con l’illusione di una “guerra lampo”, ed esiti invece disastrosi, per le pessime condizioni in cui l’esercito scese in campo, su tutti e tre i fronti aperti: africano, Mediterraneo e greco. Nel 1942 le truppe italiane erano già divenute subalterne a quelle tedesche, dalle quali erano sempre costrette a prendere ordini, e le città italiane venivano sistematicamente colpite dagli Alleati con massicci bombardamenti, mentre si cominciavano ad avvertire pesanti restrizioni sull’acquisto di generi alimentari. In questo clima di sfiducia, paura e miseria, la nascita di un bambino rappresentava l’unico raggio di luce per le popolazioni oppresse dalla guerra. E così fu per l’arrivo di Gigliola, terzogenita di Francesco Saverio (don Saverio), uomo di enorme bontà e generosità, impiegato del dazio del paese, di cui poi sarebbe divenuto direttore (il dazio era una tassazione sulle merci, in vigore in Italia fino ai primi anni ’70), e Antonietta Iaccarino, infaticabile maestra elementare (maestra Tittina), che, avviata all’insegnamento giovanissima, percorreva a piedi, anche con le scarpe rotte, colli e montagne, per fare punteggio e ottenere la cattedra di insegnante nella Scuola elementare di Sant’Agnello. La coppia aveva già due figli: Saverio, 8 anni, futuro ingegnere e sindaco di Sant’Agnello, e Maria Carmina (Carmelina), 6 anni, futura docente di Inglese. Il nome della nascitura si doveva a un capitano della Marina militare di Taranto, dove don Saverio prestava servizio, che lo suggerì al giovane militare, se fosse nata una femmina. Il nome Gigliola conquistò subito lui e la consorte, profondamente cattolici, per la dolcezza del suono e il significato, evocante la purezza, tanto è vero che i coniugi, d’accordo col parroco, decisero di festeggiare l’onomastico nel giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre. Diventato poi popolarissimo dal 1964, quando la sedicenne cantante Gigliola Cinquetti vinse Sanremo col motivo “Non ho l’età (Per amarti)”, il nome era a quei tempi molto insolito, e impresse alla bambina quell’afflato di spiritualità e religiosità che l’ha sempre poi contraddistinta. La piccola Gigliola nacque nella casa colonica di famiglia, come si usava fino agli anni ’60, da quando poi divenne consuetudine il parto in ospedale. Nella stanza attigua alla camera da letto dove la partoriente affrontava il travaglio, il papà attendeva trepidante, intrattenendo i due figli a cavalcioni delle sue lunghe gambe, in compagnia della vicina Fafina e il suo cugino Vincenzino, nel mentre un concitato andirivieni di donne della famiglia e del vicinato con pentoloni di acqua bollente e biancheria asciutta annunciava l’avvicinarsi del parto, seguito dalle mani esperte della levatrice, Marietta Castellano, che faceva nascere tutti i bambini del paese, accorrendo a qualunque ora del giorno o della notte. C’era una forte atmosfera di ansia, perché la coppia aveva perso un bambino, il bellissimo Luigi, a soli due mesi, quattro anni prima, e questo dolore aleggiava come un macigno. All’epoca la mortalità infantile, soprattutto nei primi mesi di vita, era molto alta, soprattutto d’inverno con le epidemie di infezioni respiratorie. Improvvisamente, un acuto vagito annunciò l’arrivo al mondo della neonata. Fasciata in una lunga striscia di stoffa bianca che l’avvolgeva tutta come un salamino, anche le braccia, lasciando fuori solo la testolina, come si usava all’epoca, la neonata fu presentata alla famiglia e al vicinato festante, in un tripudio di gioia ed emozione. Una bambina bellissima, ricordano tutti quelli che la videro, dai lineamenti particolarmente fini e delicati e una carnagione rosea e liscia. All’epoca, i maschi venivano decisamente preferiti dalla cultura contadina, soprattutto se nella famiglia c’erano già altre femminucce, come in questo caso, perché ciò comportava l’onere delle doti, ma la piccola Gigliola, che sorrideva sempre ed era tranquillissima e di una dolcezza infinita, rubò presto il cuore a tutti. La bimba crebbe in anni difficilissimi per l’Italia, l’angoscia e le distruzioni dei bombardamenti, la fame, la miseria, la perdita di tutte le certezze. Aveva poco più di un anno a luglio 1943, quando le truppe alleate occuparono la Sicilia e il re Vittorio Emanuele III decise di abbandonare il duce, lo mandò in esilio sul Gran Sasso e affidò l’incarico di formare un nuovo governo al maresciallo Pietro Badoglio, determinando la caduta del regime. La situazione precipitò perché gli Anglo-Americani occuparono l’Italia meridionale, fino a Cassino, mentre il Centro-Nord rimase in mano ai nazisti, che liberarono Mussolini per riprendere la lotta contro l’avanzata anglo-americana, con l’opposizione dei coraggiosi partigiani dei movimenti di Resistenza, che costò il massacro di interi paesi, per rappresaglia, da parte dei Tedeschi. Quando Gigliola compì tre anni, il 25 aprile 1945, festeggiato oggi come il giorno della Liberazione, le truppe tedesche si arresero e il 28 aprile Mussolini fu catturato e fucilato dai partigiani. Sant’Agnello, completamente ricoperta di verdi giardini come un paradiso terrestre, offriva ai suoi abitanti la ricchezza delle sue terre, ma ciò non preservò le famiglie dall’austerità imposta dalla guerra, col razionamento dei generi alimentari che favoriva il mercato illegale della borsa nera, la carenza di vestiario, la mancanza di sapone e carbone. Forse questa atmosfera di privazioni e disagi in cui maturò la sua primissima infanzia impresse in Gigliola, causa la sua spiccatissima sensibilità e umanità, quella propensione verso gli ultimi, i diseredati, i sofferenti, che ha sempre costellato la sua breve esistenza. Nel 1945, mamma Tittina ebbe il suo quinto e ultimo parto, Maria Rosaria, che nacque di sei mesi, forse proprio per le ristrettezze dell’epoca, e morì dopo pochi giorni, mettendo in serio pericolo anche la vita della donna, che fu ricoverata a Napoli con poche speranze di salvarla. Gigliola, a soli tre anni, cadde in una profonda malinconia per l’allontanamento dalla madre e quando fortunatamente la signora Tittina superò la sepsi puerperale e tornò a casa, rimase intensamente attaccata a lei, per tutta la durata della sua vita.

Gli anni dell’infanzia di Gigliola coincisero con la difficile ricostruzione, nel dopoguerra, di una Nazione ridotta a brandelli e gravemente danneggiata, anche se l’Italia potè godere, a partire dal 1947, di consistenti aiuti da parte del Piano Marshall, che l’aiutarono a ripartire in fretta. Saverio e Tittina, come tutti gli Italiani di quel periodo, furono per i figli un luminoso esempio di coraggio, dedizione e operosità per la ricostruzione del Paese. Gli Italiani di quegli anni furono protagonisti di una rivoluzione anche culturale senza precedenti, sancita dal riconoscimento del voto alle donne, nel 1945 con un decreto di Umberto di Savoia, ultimo re d’Italia. Tutto mutava in fretta e, dopo la fame, la carestia, gli abiti laceri e rattoppati e le scarpe sfondate, arrivarono la democrazia con la Prima Repubblica, il benessere, l’ottimismo. Per i Fiodo, una bella e confortevole abitazione di nuova costruzione di fronte all’amata basilica di San Giuseppe, la prima Fiat 600, la possibilità per i figli di studiare e laurearsi. Erano gli anni del “miracolo economico” italiano, i ‘50 e ’60, con la trasformazione del Belpaese da Paese sottosviluppato con economia eminentemente agricola ad una delle nazioni con maggiore crescita economica e commerciale del mondo, mentre anche la lira diventò la moneta più salda fra quelle del mondo occidentale. Gigliola cresceva, studiosissima, dolce, ubbidiente e remissiva, coccolata dall’amore incondizionato dei genitori e del fratello e la sorella maggiori, che ricambiava con un attaccamento e una dedizione tenerissimi. Premiata ogni anno dal Comune di Sant’Agnello tra gli studenti che eccellevano su tutti per i meriti scolastici, dopo le elementari e le medie a Sant’Agnello si iscrisse al Liceo-Ginnasio Publio Virgilio Marone di Meta, dove fu compagna di banco della poi famosa scrittrice e pittrice, nonchè presidentessa dell’Associazione Cyprea, Cecilia Coppola, che alla sua morte le dedicò un bellissimo quadro e un suggestivo pensiero: “Avevi gli occhi dolci di cerbiatta boschiva, profumavi di mare e di tranquilla violetta”, poi si iscrisse a Lettere Classiche.

Innamorata dei bambini, degli animali, dei fiori e della natura, della musica, del teatro, dell’arte e del bello, condusse una vita da santa, intrisa dell’amore totale per Dio e il prossimo tutto. Una santità vissuta nella modestia, nella semplicità e nel silenzio del sacrificio quotidiano. Per dare agli altri, non esitava a mettere se stessa sempre in secondo piano. Quando le veniva offerto qualcosa di buono, anche di cui fosse ghiotta, lo conservava con quel suo mezzo sorriso così dolce, dicendo: “Ora non mi va, grazie, lo mangerò dopo”. Quel “dopo” significava che lo avrebbe recato, di nascosto e senza clamore, ai poveri e diseredati del paese cui si dedicava ogni giorno, in una sorta di apostolato laico. Metteva la sua cultura e il suo tempo gratuitamente a disposizione degli amati bambini delle famiglie meno abbienti, seguendoli affinchè attraverso l’istruzione fosse data anche a loro una possibilità. Faceva ogni cosa con leggerezza, senza farlo pesare, e schernendosi se veniva ringraziata o elogiata per le sue buone azioni. Di una fede profonda e visceralmente sentita, faceva suo l’insegnamento evangelico di donare e donarsi giorno dopo giorno, portando la propria croce quotidiana con Cristo e per amore Suo. Il suo padre spirituale, don Luigi Paturzo, ricordava che nel suo candore immacolato, nella luce che emanava dagli occhi, nella freschezza del suo temperamento, si rivelava in chi la incontrava qualcosa di divino che lasciava pensosi, come se non fosse fatta per la terra, quasi che il nome impostole fosse stato presagio della sua destinazione al Paradiso.

Dopo la sua morte, è stato ritrovato e pubblicato il suo taccuino segreto, compilato negli ultimi due mesi della sua breve vita, con frasi, pensieri, considerazioni, riflessioni, sensazioni che, nella loro elevatezza e nel candore di dedizione a Gesù Cristo e alla Madonna, palesavano un animo pieno di sentimenti lontani dalle miserie e le sciocchezze della vita terrena. “Si ha la vita interiore”, scrive Gigliola nel suo prezioso testamento spirituale, “quando si cammina con Dio nel cuore. Nel mese di marzo, dedicato a san Giuseppe, sul suo modello cercherò di essere più buona, più comprensiva verso tutti, col suo aiuto mi sforzerò di vivere tra Gesù e Maria per poter presentare al Signore la mia giornata senza dover arrossire di nulla. Terrò sempre presente la massima mutuata di Cristo: ‘Pensa a me ed io penserò a te’. Noi ci siamo fatti una religione di comodo, ma dobbiamo pensare che Gesù è nato in una grotta, ha scelto per padre putativo un artigiano, è morto sulla croce. Lui ci ha detto: ‘Chi vuol venire dietro di me, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua’. Il Signore ci chiama in tutte le epoche della vita: dobbiamo rispondere a questa chiamata con generosità. La morte verrà quando vuole, non ci avvertirà certo, quindi dobbiamo essere pronti ad aspettarla. Che giova essere qualcuno di grande se non si riesce a salvare l’anima, a realizzare l’unico vero fine, il raggiungimento della vita eterna: si resta solo dei disgraziati. Voglio essere semplice, soffocare i sentimenti di asprezza, essere paziente e dolce, dimenticare me stessa per capire e aiutare di più gli altri. Bisogna mettere il Signore al centro dei pensieri, degli affetti e delle intenzioni: il resto verrà da sé. L’umanità ha bisogno di fratelli. Perciò cercherò ogni mattina, davanti a Dio, solo ciò che può regalare serenità, conforto e aiuto al prossimo. Pregherò per tutti, tenendo presente di non misurare il tempo della meditazione, di essere ponderata nell’esame dei fatti, rapida nell’attuazione  del bene, perchè una buona cristiana non può essere indecisa”. Da queste premesse nascevano i suoi famosi “fioretti”, piccoli sacrifici, rinunce o impegni offerti alla Madonna, a Gesù o ai Santi, come si porge un fiore, con l’unico fine di dimostrar loro che l’amore che si sente è più forte dell’attaccamento alle cose terrene. Per esempio, appuntava: “Essere sempre sorridente, anche quando il cuore è amareggiato. Superare con generosità un puntiglio. Non evitare la compagnia di una persona antipatica. Frenare la curiosità di voler sentir narrare un fatto o sapere una notizia non necessaria. Leggere con un po’ di ritardo una lettera tanto desiderata. Mortificare gli sguardi. Astenersi dall’odorare un fiore. Bere con ritardo e una minore quantità di quanto se ne avrebbe voglia. Rinunziare a una bibita fresca nella calura estiva. Non lamentarsi del caldo, né del freddo. Non toccare cibi fuori i pasti principali. Non trovare scuse quando si è rimproverati. Non criticare mai. Accettare lezioni di umiltà e di carità anche da chi non è umile né caritatevole. Pregare per chi ci tratta male. Parlare piano e rispondere dolcemente”. La sua era una santità che poteva sembrare semplice, non eroica, alla portata di tutti, perchè vissuta con slancio e generosa spontaneità. Non faceva pesare mai le rinunce con le quali si mortificava, a gloria del Signore e a favore dei poveri. Lo faceva con naturalezza e nascondendosi, ma dietro ogni rinuncia c’era la ferrea volontà e lo strenue coraggio di avvicinarsi a Gesù, che aveva patito per l’umanità ogni mortificazione. Ripeteva sempre che non si deve giudicare mai nessuno, perché non possiamo conoscere le profonde motivazioni del suo animo, che nessuno è veramente cattivo ma tante volte solo infelice, che ogni azione ha una sua giustificazione, che semplicemente non comprendiamo perché non la conosciamo. Di una meticolosa affettuosità e serena bontà che la rendevano sempre piena di pensieri e attenzioni per chicchessia, dedicava tutta se stessa alla penitenza, all’umiltà, alla preghiera e al servizio e assistenza ai poveri, senza rinunciare però alla sua vita normale di figlia, sorella, studentessa e fidanzata, di Bruno Di Maio, vicino di casa e collega di studi del fratello Saverio, e futuro sindaco di Sant’Agnello, che avrebbe dovuto sposare a giugno 1966, appena poco più di un mese dopo la prematura scomparsa. Del suo imminente matrimonio scrive, poco prima di morire, nel suo taccuino: “Ho parlato con una mia vicina del mio prossimo matrimonio, lei si è felicitata consigliandomi di pensare solo ai preparativi e non preoccuparmi di altro…io vorrò fare riferimento alla Sacra Famiglia come modello di obbedienza e laboriosità, perchè regni la virtù non farò nè spreco, nè lusso, il superfluo ai poveri”. E del suo candido abito da sposa chiese alla madre di far dono, dopo la cerimonia, a un’orfanella di Pompei. Amava con tutta se stessa i bambini, Gigliola. Quando, il 30 novembre 1963, la sorella Carmelina, con cui era un solo battito, sposata dal primo dicembre 1962 con Giovanni Alfaro, brillante Comandante della flotta Lauro, diede alla luce il primo nipotino della famiglia, Carlo Alfaro (futuro pediatra), Gigliola, come tutte le zie del mondo, impazzì di gioia e di amore e dedicava lunghe ore a occuparsene e a giocare con lui. Con la sua famosa pazienza e fantasia, che aveva allenato prestando assistenza a tanti bambini del paese, si industriava a far mangiare il piccolo molto riluttante.

Ma la felicità, forse, non è fatta per durare e nell’aprile 1966 l’appuntamento col destino si presentò in maniera atroce sulla sua strada. La domenica del 24 aprile 1966, il giorno prima del suo ventiquattresimo compleanno, rientrando dalla messa a Pompei, Gigliola notò delle bollicine invaderle il viso, seguite dall’insorgere di febbre alta. Era il morbillo, che quell’anno in Italia fece un’epidemia con 343.642 casi dichiarati e 80 morti, tra cui lei (il vaccino, disponibile dal 1963, non era ancora praticato su larga scala, cosa che avvenne a partire dal 1971 col trivalente morbillo-parotite-rosolia). Si era contagiata proprio dai bambini bisognosi che quotidianamente ogni mattina si recava ad assistere, per dare una mano alle loro mamme. Solo due giorni dopo, il martedi 26, la sua giovane esistenza fu falciata dalla più terribile complicanza del morbillo, l’encefalite, una forte infiammazione che le devastò i centri nervosi, lasciando i suoi cari nel dolore più lacerante e mai colmato. Il giorno prima della fine, per il suo compleanno, il fidanzato le aveva donato una splendida stoffa azzurra, che la giovane portò con garbo sul viso, come a trarne ristoro per la pelle martoriata dall’esantema: quasi un anticipo del colore dei cieli infiniti che stavano aspettandola. La sorella ricorda ancora, nell’aria di primavera inoltrata di quei giorni, un pungente odore di rose marce che la turbò: da lei percepito, alla luce di quello che accade, come atroce presagio di morte. Nel suo ultimo giorno, prima di addormentarsi nel coma, sul suo letto di morte la giovane sussurrò: “Mio Dio, Mio Gesù”. Come a dire “sia fatta la tua volontà, sono pronta!”. I funerali furono celebrati il 28 aprile nella chiesa parrocchiale di Sant’Agnello, imponentissimi per la massiccia partecipazione di autorità, associazioni, scuole, e un popolo commosso. Officiò il rito funebre il padre spirituale don Luigi Paturzo, mentre il parroco, Mons. Giuseppe Iaccarino, parlò ai presenti dell’esemplare figura dell’estinta, sottolineando che la testimonianza di bontà e di fede durante la “soave vita, breve, tanto breve, quanto ricca di bene” “dell’angelica figliola” “dal candido sorriso”, “anima bella ed eletta”, “coltivata da Gesù per l’elevazione e la santificazione”, sarebbe perdurato nel tempo: “la sua breve vita”, continuò, “può dirsi un intreccio di fede viva e profonda e di grande bontà, di rettitudine e candore, di fresca semplicità, soave umiltà, grande carità. Spesso si intratteneva per lungo tempo dinanzi a Gesù Sacramento, e allora specialmente appariva accolta e devota. Benchè dotata di eletta intelligenza, mai si insuperbiva o parlava di sé, contenta di attendere allo studio come a un dovere, anzi la sua umiltà, un po’ per natura e molto più per virtù, raggiungeva quasi la timidezza. Un’angelica semplicità le sfiorava il volto e si irradiava nelle sue parole, nel suo tratto schietto e sincero, senza mai alcuna vanità. A ciò si aggiungeva generosa carità: mai la si udì parlar male di alcuno, amava tutti e non sapeva neppur concepire il rancore. Si può sintetizzare la sua esistenza nelle parole della Divina Scrittura: ‘in brevi anni di vita si rese degna del Cielo’. Perciò la Morte la colse serena, in un supremo abbandono tra le braccia del Padre. Per dare un senso all’olocausto della sua immacolata giovinezza, a tutti, soprattutto i giovani, sia di esempio la sua vita ricca di quelle virtù che tanto piacciono a Gesù: purezza, umiltà, carità, affinchè vivano sulla scia di luce che Ella ci ha lasciato”. Davanti alla bara, parole di omaggio e affetto, “espressione del rimpianto e dell’aspro dolore di tutta la popolazione” per “l’amica di tutti, gentile, buona e generosa” furono pronunziate dal sindaco di Sant’Agnello, comm. Rito Maresca: “la sua squisita gentilezza d’animo, la sua singolarità”, ebbe a dire, “ne facevano un’anima buona, di quelle dotate della divina prerogativa di raddolcire la vita degli altri e illuminare il mondo, col fascino del suo incoraggiante sorriso e della sua inesauribile magnanimità e dedizione: ecco, Gigliola Fiodo è passata in questo mondo come un angelo di bontà disceso tra noi a mostrare la sublimità delle più eccellenti virtù cristiane, ed è stata per tutti, ma specialmente per la gioventù del nostro paese, ispiratrice di nobili sentimenti e prodiga di preziosi incomparabili esempi. In casa, ha ricolmato i familiari con mille sollecite e amorevoli cure, donandosi sempre ubbidiente, amorosa, laboriosa. Nello studio, si è sempre distinta, dalle elementari fino all’Università. Nella società e nelle varie organizzazioni cattoliche sul territorio, ha sempre profuso tutto il suo zelo e il suo entusiasmo, soprattutto in soccorso ai bisognosi. Esempio raro di modestia e purezza, è stata per noi la mirabile personificazione dell’ideale più nobile e alto di vita cristiana. Ora la sua anima benedetta vive e vivrà nella gloria che non ha termine, nella luce che non ha ombre, nella Patria che non ha confine”. Il 30 aprile 1966, di sabato, giorno a lei a così caro perché dedicato alla Madonna, l’intero Consiglio Comunale, col sindaco Rito Maresca in testa, pronunciò una solenne Commemorazione in suo onore a nome della cittadinanza tutta e della Penisola sorrentina, che, dissero, perdeva non solo una sua giovanissima e promettente vita, ma una persona di una bontà fuori dal comune, da tutti riconosciuta e apprezzata: “Gigliola”, si legge nella relazione del Sindaco, “sapeva sempre trovare la parola buona e conciliante con tutti. Rimane un esempio e un modello di rettitudine e amor filiale in cui ogni giovane dovrebbe rispecchiarsi”. L’unanime commozione destata nella popolazione dall’inopinata notizia della scomparsa della amata giovane fu espressa alla famiglia in centinaia e centinaia di telegrammi, messaggi e lettere che testimoniarono l’immensa stima, venerazione e rimpianto per la sua virtuosa ed esemplare condotta di vita. Il Monsignor Luigi Di Maio, che la conosceva bene sin da piccola, parlò di “angelica creatura dalle rare virtù di perfetta cristiana che ne hanno costantemente accompagnato il cammino, semplice, serena, devota, piena di dolcezza, gentilezza e squisita carità. Una luce si è spenta sulla terra ma una fiamma brilla nel cielo al cospetto del Dio di ogni consolazione, cui chiede conforto per voi tutti”. Il sacerdote don Alfredo Amendola scrisse, poeticamente: “Vedrete che alla cara Gigliola, colta, proprio come un giglio, dal celeste Giardiniere e trasferita nelle aiuole del Cielo, dove i fiori non appassiscono, né muoiono, il Signore darà presto la luce dei Santi”. Il prof. Vincenzo Romano Perretti: “La vostra indimenticabile creatura domani non potrà essere materialmente con voi, ma sarà sempre presente, nella luce senza tramonti dello spirito e nella soavità del ricordo”. Molti amici e conoscenti, ammirandone i meriti e lodandone le doti, sottolinearono il fatto che già in vita apparisse un angelo, una figura fuori dal mucchio, prescelta per il Paradiso “per il profumo della sua purezza, il candore della sua vita” (Federico Maresca), facendo anche riferimento a quel nome, quasi una predestinazione alla purezza: “Tra tanti fiori in Chiesa per il mese di maggio alla Madonna, spicca il giglio, simbolo di candore e purezza. La Vergine tra questi gigli ne ha voluto uno, il più bello, e lo ha portato con sé ad adornarsene il trono” (Filippo Cota). Anche chi non l’aveva conosciuta, sentendone parlare, ebbe per lei parole di grande emozione, come suor Margherita del Sacrocuore di Gesù, che scrisse: “Ancora si trovano anime così belle, tutte piene di bontà e serenità, che nel nome di Dio esprimono tutte le forme della carità che vince ogni barriera…Il buon Dio dona ogni tanto queste anime al mondo perché siano faro splendente per i viaggiatori in mezzo a tanto buio, al male che dilaga. A tutti Gigliola dava il suo sorriso buono che trascinava altri nella bontà. Non faccio le condoglianze alla famiglia, sarebbe disconoscere la bellezza del dono del Signore di una figlia che sarà sempre un onore da tramandare ai posteri”. In occasione della solenne messa “in die trigesima”, il 26 maggio 1966, il suo padre spirituale, don Luigi Paturzo, ricordò che “la virtuosa Gigliola” era “volata al Cielo, silenziosa e calma, tutta raccolta nel Signore e nella Vergine Santissima, come aveva vissuti i suoi 24 anni di vita, ripieni di profumo e candore di giglio”, e proseguì: “Che la sua vita possa essere di insegnamento ed esempio a tutti, poiché personalità complesse come la sua si stagliano sublimi nel tempo e sono una preziosa eredità per chi rimane. Tuttavia, la sua vita riveste un carattere tale di semplicità e di naturalezza estrema da farci domandare se ogni frase che la illustri e la esalti non rischi di snaturarne lo spirito. Come gli Asceti, la sua virtù, la sua umiltà e grandezza riuscirono a sbalordire tutti. Il suo breve percorso terreno è stato una silenziosa, continua ascesa verso i valori spirituali più alti: una vita breve, ma un completo itinerario spirituale, compiuto mentre giornalmente passava ore assorta in chiesa, in diretto colloquio con Dio, e il resto della giornata a compiere opere di bene. Un’anima che ha avuto per metodo e per fine il nascondimento totale e che risplende come un ghiacciaio nel sole. Un’esistenza di una semplicità lineare ma di una linea verticale perché la pia Gigliola scala il Cielo a velocità vertiginosa, e, a 24 anni, muore consumata dalla Fiamma viva dell’Amore, espressione che ritorna spesso nelle memorie del suo diario. E così il suo corpo mortale si è trasformato nel miracolo di Dio Amore”.

Un po’ di lei, vive nei nipoti Carlo, che amava tantissimo, e quelli che sono nati dopo di lei, Massimo e Marco Fiodo, nati dal matrimonio di Saverio con Renata Amato, napoletana- e Gigliola Alfaro, che la madre Carmelina volle chiamare così per avere ancora la gioia di pronunciare lamato nome, poi nella nuova generazione rappresentata dai piccoli Francesca Fiodo, di Massimo e Maria Marciano, e Massimo e Maritè Fiodo, di Marco e Bianca Acampora, e nei tanti bambini che frequentano la Scuola Elementare Statale di Sant’Agnello Capoluogo, a lei intitolata. A quei bambini che tanto adorava e a cui ha sacrificato la sua stessa vita, va raccontata la sua storia, perché ricordino questo nome soave, sinebrino del suo profumo, si ispirino alla santità della sua vita, pratichino i suoi insegnamenti di amore. Il suo testamento spirituale è forse nella “Preghiera alla Madonna”, scritta a mano nel suo diario: “Vergine Santa, in mezzo ai Vostri giorni gloriosi, non dimenticate la tristezza della Terra. Gettate lo sguardo di bontà per coloro che sono nella sofferenza, che lottano contro le difficoltà e non cessano di bagnare le loro labbra nelle amarezze di questa vita. Abbiate pietà dell’isolamento del cuore. Abbiate pietà della debolezza della nostra fede. Abbiate pietà di coloro che piangono, di coloro che pregano, date a tutti la speranza”. Dice un verso di Tagore, grande poeta bengalese del primo novecento: “La farfalla non conta gli anni, ma gli istanti: per questo, il suo breve tempo le basta”. Nel breve battito d’ali della sua esistenza, Gigliola Fiodo ha dato e scambiato talmente tanto amore da farci arrivare un messaggio molto semplice, che la santità è sempre possibile, ovunque, per tutti. Nel gesto spontaneo della carità.

Carlo Alfaro

 

 

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