Il giardino di Armida.Il racconto del prof.Ciro Ferrigno

Nella nostra consueta rassegna stampa segnaliamo l’ultimo racconto del prof.  CIRO FERRIGNO attento e sensibile  cronista del tempo che fu .

IL GIARDINO DI ARMIDA

Un lungo viale collega il cancello sul Corso Italia, al numero civico 236, con la casa padronale che è in fondo. Un altro accesso è in Via dei Pini, detta pure la Via Vecchia. Muretti in tufo delimitano il viale dove le abbondanti piogge hanno tinto di verde le pietre e sono cresciuti eleganti ciuffi di Capelvenere. Bruno ci attende all’ingresso, scortato da quattro simpatici cagnolini, e riconosciamo in lui il custode e l’anima di questo giardino di Armida.
Tutto intorno è un trionfo di colori, la magia di aprile fa impazzire gli alberi e, nel limoneto, i rami si piegano sotto il peso dei frutti maturi che nel loro giallo sembrano aver imprigionato i raggi del sole. Bruno è un geometra che ha un po’ accantonato il lavoro per dedicare la maggior parte del tempo a questo paradiso terrestre, con l’aiuto dei fratelli Giuseppe e Luigi. Ma la sua formazione scolastica e professionale è ovunque evidente: ogni pietra è al suo posto, tutto fa parte di un disegno e manifesta armonia, in una terra tenacemente coltivata, curata, amata.
Giuseppe Maresca, classe 1884, acquistò questo terreno nel 1912, destinandolo ad agrumeto, in un momento storico in cui gli agrumi sorrentini erano apprezzati e richiesti in tutto il mondo e sostituì poco alla volta gli alberi di gelso, necessari ai bachi da seta, quando quella lavorazione era oramai al tramonto. Puppeniello, come lo chiamava la moglie Rachele, era l’uomo dell’armonia, amava la musica e alternava il duro lavoro di contadino con il pianoforte, legato a quel filo che unisce il bello, la soavità di una suonata e l’intenso profumo dell’agrumeto in fiore. La sua musica era celestiale e tante volte la domenica sedeva all’organo in chiesa per accompagnare i canti liturgici, era autodidatta, ma la musica ce l’aveva dentro. Per questa passione tutti cominciarono a chiamarlo ‘o Prufessore ed il giardino finì col diventare ‘o ciardino d’’o Prufessore, nome che è rimasto ancora oggi.
Quello del Professore è il tipico giardino sorrentino, su quattro livelli. In basso l’orto, sopra gli agrumi, più in alto le viti, al di sopra, svettanti, gli alberi d’alto fusto: ulivi, ciliegi e noci. Ora aprile chiama alla vita fave e piselli, patate e cipolle, cappucce, verze e finocchi. Gli alberi di aranci, limoni e mandarini sono in un trionfo di fiori e di frutta, perché l’indomito Bruno è sempre in guerra contro i parassiti e la siccità, circonda gli alberi d’ogni cura ed essi lo ricompensano.
Con Sara Ciocio e Sofì percorro il giardino incantato, mentre Bruno ci racconta la storia, ricordando anche i tentativi di cementificazione del 1972, rigettati con disprezzo dal nonno, di questo paradiso luogo di incontro della famiglia in tanti momenti di festa, anche importanti. Ci mostra lo splendido presepe alla maniera del Settecento napoletano, le caprette nere appena nate e l’ampio cortile fiorito che circonda la casa, dove è un’apoteosi di colori e profumi.
Poi compare Zia Emma, la maga Armida! È lei che custodisce con cura e riserbo antiche ricette, è lei che conosce tutti i segreti per trasformare i prodotti del giardino in superbe leccornie: marmellate di arance amare, arancio biondo e mandarino, confetture di ciliege, prugne, albicocche, cotogne, fichi e noci, sciuscelle ricoperte di cioccolata fondente, il bacio di Sorrento, fette di arance caramellate e naturalmente, come per ogni maga che si rispetti, l’Elisir.
Si è fatto tardi, dobbiamo andar via, ma ho dentro una domanda che non trova risposta: com’era la nostra terra, quando tutti i giardini erano come questo?
Il racconto del lunedì di Ciro Ferrigno

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