“FEDERALISMO FISCALE. L’IDEA DELLE MACROREGIONI” di Giuseppe Ossorio

“FEDERALISMO FISCALE. L’IDEA DELLE MACROREGIONI” di Giuseppe Ossorio. Corriere del Mezzogiorno, giovedì 7 febbraio 2019

Si è sempre secondi di qualche primo, sempre meridionali di qualche “nord”. In Italia il partito di Salvini a trazione settentrionale tuona a giorni alterni contro un’Europa germanocentrica che fagocita e dirige. Ma lo stesso partito che in Europa sferza la Germania, in casa invece propone e benedice federalismi fiscali per spingere su di un regionalismo che lasci risorse finanziarie e maggiori competenze alle regioni: nello specifico il Lombardo-Veneto – che ha votato un referendum sul federalismo fiscale – e l’Emilia, che senza referendum s’è accodata alle prime. Tutto ciò a scapito del resto del Paese.

Gli aneliti unitaristi e sovranisti, della Lega, frutto di un maquillage chissà quanto duraturo, hanno spinto la brace sotto la cenere. Ma gli elettori del nord si sono espressi e c’è da scommettere che altre Regioni seguiranno. A breve, a metà febbraio, essi saranno assecondati da una prima decisione del Consiglio dei ministri, fosse altro per gratitudine elettorale verso la Lombardia e il Veneto vero zoccolo duro del carroccio.
La questione appare spinosa poiché le premesse lo sono. Al netto di ogni considerazione dello strumento referendario, lo sguardo del Governo deve necessariamente soffermarsi sulle Regioni in genere, definendone o re-immaginandone il futuro. Con la soppressione delle province (non ancora perfettamente compiuta), la Regione resta infatti l’unica istituzione capace di badare in maniera diretta alle esigenze dei territori.

La riforma del Titolo quinto della Costituzione è stata fondamentalmente esplosiva negli effetti di lungo periodo: ha gettato le premesse per questo presente incerto. Soprattutto per il Mezzogiorno. In caso di una prosecuzione della china sul fiscalismo territoriale, il primo a rimetterci nuovamente sarebbe proprio il Sud, che troviamo già moribondo per la consistente compressione degli investimenti pubblici. Secondo l’ultima relazione dei Conti Pubblici Territoriali (CPT 2017 – Agenzia per la Coesione territoriale), infatti, la spesa per gli interventi nazionali finalizzati allo sviluppo del Mezzogiorno, che negli anni Settanta si aggirava intorno allo 0,85 per cento del Pil italiano, si è ridotta allo 0,33 per cento dei primi anni Duemila fino ad arrivare allo 0,15 per cento del periodo 2011-15.
Uno scenario che, a lume di naso, non consentirebbe un’ennesima immediata dieta, che si concretizzerebbe in barba tra l’altro ad ogni principio di solidarietà nazionale, ormai largamente abbandonato. L’uovo di Colombo pare non essere pronto, né le forze impegnate a governare il Paese paiono prospettarlo con decisione.

Sostanzialmente il Sud, tra i vari scenari può: o accettare la sfida tout court, lanciata dai due referendum di Lombardia e Veneto, avanzando legittime richieste compensative nel breve periodo e chiedendo dei tempi di transizione più estesi, oppure può rilanciare, facendosi promotore di un discorso allargato e strutturato sull’idea delle macroregioni, strumento amato e lungamente discusso nelle sedi europee, e che, invece, da noi ha sempre riscosso una tiepida accoglienza. Entrambe le scelte implicano una rivoluzione tolemaica che parte dalla politica sino ad investire e re immaginare i rapporti tra cittadini ed enti territoriali, a questo punto ancora più prossimi e necessari.

Certo è che la questione dovrebbe essere uno dei primi pensieri in agenda di governo e catalizzare il dibattito parlamentare.
Un tempo si sarebbero chiamate sfide della politica, oggi paiono invece solo punti interrogativi.
Giuseppe Ossorio

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