Fai, Luoghi del cuore: Santa Maria a Cermenna 45^ e Bagni Regina Giovanna 77^

Questa traspare dalla classifica finale stilata dal Fai da qualche ora, ha vinto Monte Pisano, Calci e Vicopisano (PI), con 114.670 voti

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Costiera sorrentina – Il Fai (Fondo ambientale italiano) ha stilato da poche ore la classifica finale dei i Luoghi del cuore con  Santa Maria a Cermenna (Piano di Sorrento) 45^ e Bagni Regina Giovanna (Sorrento) 77^.

Ha vinto Monte Pisano, Calci e Vicopisano (PI), con 114.670 voti, al secondo posto si è classificata Fiume Oreto di Palermo con 83.138 e terza Antico Stabilimento Termale di Porretta Terme (BO) con 75.740.

Fino all’inizio di febbraio la classifica vedeva i Bagni Regina Giovanna al 32° posto con 5.409 voti mentre Santa Maria a Cermenna era 61° con 3.504 preferenza, in poco tempo c’è stato un vero è proprio ribaltone, che specialmente a Piano di Sorrento si auguravano per un piccola chiesa che da anni è abbandonata. Questo può essere un  viatico per dare una svolta a questa piccola cappella che si trova alle falde del monte Vicoalvano, e da molto tempo aspetta di essere restaurata, poiché essa contiene dei reperti storici.

Santa Maria di Cerignano a Cermenna, dedicata alla natività di Maria, è a dir poco antichissima. Le colline sulle quali sorge la cappella, un tempo erano li Conti di Geremenna, vocabolo che è ancora in uso come Cermenna. Un nome che lo studioso Onofrio Gargiulli vuole derivato dal termine greco “krèmnumai” e “krèmmena”, che significa monte precipitoso, come risulta essere la costa sul versante meridionale del Comune di Piano di Sorrento. Alla cappella, oggi in stato di deplorevole abbandono. Si accede per una lunga scalinata, ha una facciata semplice e un campaniletto che risale alla fine del Settecento. Al posto di un’antica tela, sull’altare policromo, oggi c’è una piccola statua della Madonna in cartapesta. Le arcate interne sono in pietra vesuviana. Un antico affresco raffigurante Sant’Anna è andato perduto a causa dell’umidità, mentre l’acquasantiera quadrangolare in marmo, recentemente è stata portata via dai ladri. Il luogo di culto, in origine, apparteneva ai Guardati di Sorrento, poi, dal 1808, passò alla famiglia Aiello di Trinità, che, a sua volta, la donò al rione. Sotto la cappella c’è un ipogeo destinato alla sepoltura, con l’ingresso, ora murato, sulla via. Proprio l’ipogeo e le celle funerarie tradiscono l’origine greco-romana del tempio. Data la vicinanza al sito archeologico di Trinità, questo luogo, presumibilmente, sarà stato già considerato sacro in epoca preistorica e dedicato alla Grande Madre del Mediterraneo, divinità venerata da tutte le popolazioni rivierasche, con le quali le antiche genti del Gaudo avevano contatti più o meno frequenti. Un culto che successivamente sarà passato a Cerere, in latino: Ceres, Cereris e in osco: Kerri o Kerres o Kerria, ancora una divinità materna della terra e della fertilità, nume tutelare dei raccolti, ma anche della nascita. Da Cerere a Cerignano, il passo è breve. Altri studiosi hanno ipotizzato che si trattasse di un tempio dedicato al culto della ninfa Carmenta, divinità delle sorgenti, che viveva proprio nel bosco prossimo all’acqua purissima. Anni fa, proprio nel recinto del tempietto, venne alla luce un fregio marmoreo che reca scolpita l’immagine di un’anfora, dalla quale zampilla l’acqua. Quindi la sorgente torna come elemento principale nel culto della divinità che, con l’avvento della fede cattolica, fu identificata nella Vergine Maria venerata nel luogo dei cerri, di Cerere o Cerignano.

Un viaggiatore che si fosse recato su queste coste dove sono situati i bagni della Regina Giovanna, tra il I sec a.C. e il I sec. d.C. avrebbe assistito ad uno scenario incredibile di abitazioni private e piantagioni disposte sulla costa senza soluzioni di continuità. Un’immagine eloquente di tale panorama residenziale è ben espressa dal geografo Strabone che, nel descrivere le città del Golfo di Napoli, si sofferma su quella fascia costiera del Cratere, appellativo allora utilizzato per definire il Golfo, delimitata dal Capo Miseno e dal Capo Ateneo, l’attuale Punta Campanella. In tale diffuso fenomeno della villeggiatura nel Golfo di Napoli fu costruita la villa romana del Capo di Sorrento, un sofisticato complesso residenziale che occupava nell’antichità l’intera superficie del promontorio del Capo, distribuendosi in una porzione di territorio che abbracciava un punto di vista unico sul golfo di Sorrento, la baia di Napoli e l’isola di Ischia. La villa del Capo di Sorrento è nota dalla tradizione come “Bagni della Regina Giovanna” perché pare che la Regina Giovanna D’Angiò, sovrana di Napoli, frequentasse le coste sorrentine e in particolare questo ameno luogo. Il bacino separava originariamente il promontorio dalla punta del capo, il quale doveva apparire come un’isola circondata su ogni lato dal mare, prima di esser poi modificato con la costruzione della villa. Ai quartieri di abitazione della pars maritima si giungeva sia dall’alto del promontorio che via mare. I resti archeologici oggi visibili della villa del Capo di Sorrento riguardano soprattutto gli ambienti costruiti sulla piattaforma rocciosa sul mare, ma anche i muri di terrazzamento e tre gruppi di cisternoni per l’approvviggionamento idrico della villa pertinenti al fondo agricolo coltivato. La loro costruzione riuscì nell’intento di modificare le asperità del terreno per consentire di costruire vani che potessero rispettare secondo le diverse angolazioni lo stesso orientamento. La forma irregolare del promontorio è stata livellata attraverso queste stesse sostruzioni in opera cementizia che, in tal modo definivano l’articolata base per l’impianto di vani polifunzionali rispondenti a diverse finalità a seconda anche della diversa esposizione. Al di sopra degli ambienti cisterne si ergeva il cosiddetto “quadriportico”, rispondente alla tipologia del peristilio ellenistico con ambienti disposti intorno ad una costruzione colonnata. Al di sotto del quadriportico e delle cisterne-sostruzioni si sviluppavano lungo tutti i lati del promontorio blocchi separati di ambienti costruiti su livelli diversi che seguivano l’andamento capriccioso della scogliera. Gli ambienti disposti lungo il fronte settentrionale sono quelli che hanno restituito maggiori testimonianze di rivestimenti parietali e pavimentali, perché i più conservati di tutto il complesso e poiché meno esposti all’azione corrosiva del mare rispetto ai vani presenti sui lati lunghi. I vani constano di stanze dalle volte stuccate e pavimentazioni mosaicate dalla diversa funzionalità decorativa. L’interno del bacino è stato realizzato attraverso impostazioni di murature in materiale locale e in tufo giallo napoletano con magnifiche opere come due nicchie costruite anche sott’acqua. Il bacino doveva presentare sulla sua sommità ulteriori stanze decorate come le nicchie sottostanti, il che è testimoniato dalla presenza di resti di murature in opus reticulatum lungo l’attuale discesa moderna. L’entrata da mare va intesa come un accesso privilegiato alla villa, garantito anche da un percorso via terra che non corrisponde a quello moderno. La baia naturale è definita in ultimo da tre scogli, che avrebbero funzionato da banchina frangiflutti oltre ad esser stati utilizzati come elementi per uno scenario impressionante per chi raggiungeva la villa dal mare.

GISPA

 

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