Catechesi sui Comandamenti: 5. L’idolatria

La Nota del 8. 8. 2018
Udienza Generale di Papa Francesco dell’ 8. 8. 2018.
A cura del prof Antonio Colasanto
Catechesi sui Comandamenti: 5. L’idolatria
Continuiamo oggi a meditare il Decalogo – ha detto Papa Francesco in apertura della catechesi del 8.8.2018 – approfondendo il tema dell’idolatria, ne abbiamo parlato la settimana scorsa. Questo episodio ha un preciso contesto: il deserto, dove il popolo attende Mosè, che è salito sul monte per ricevere le istruzioni da Dio.
Che cos’è il deserto? È un luogo dove regnano la precarietà e l’insicurezza – nel deserto non c’è nulla – dove mancano acqua, manca il cibo e manca il riparo. Il deserto – ha spiegato il Papa – è un’immagine della vita umana, la cui condizione è incerta e non possiede garanzie inviolabili. Sono le ansie primarie. E il deserto provoca queste ansie.
E in quel deserto accade qualcosa che innesca l’idolatria. «Mosè tardava a scendere dal monte» (Es 32,1). Allora il popolo chiede un dio visibile – questo è il tranello nel quale cade il popolo – per potersi identificare e orientare. E dicono ad Aronne: «Fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa!», “Facci un capo, facci un leader”. La natura umana, per sfuggire alla precarietà – la precarietà è il deserto – cerca una religione “fai-da-te”: se Dio non si fa vedere, ci facciamo un dio su misura. Capiamo allora che l’idolo è un pretesto per porre se stessi al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera delle proprie mani» (Enc. Lumen fidei, 13).
Aronne non sa opporsi alla richiesta della gente e crea un vitello d’oro. Il vitello aveva un senso duplice nel vicino oriente antico: da una parte rappresentava fecondità e abbondanza, e dall’altra energia e forza. Ma anzitutto è d’oro, perciò è simbolo di ricchezza, successo, potere e denaro. Quel fascino del serpente, che guarda l’uccellino e l’uccellino rimane senza potersi muovere e il serpente lo prende. Il riferimento a Dio ci fa forti nella debolezza, nell’incertezza e anche nella precarietà. Senza primato di Dio si cade facilmente nell’idolatria e ci si accontenta di misere rassicurazioni. Quando si accoglie il Dio di Gesù Cristo, che da ricco si è fatto povero per noi (cfr 2 Cor 8,9), si scopre allora che riconoscere la propria debolezza non è la disgrazia della vita umana, ma è la condizione per aprirsi a colui che è veramente forte. Allora, per la porta della debolezza entra la salvezza di Dio (cfr 2 Cor 12,10); è in forza della propria insufficienza che l’uomo si apre alla paternità di Dio. La libertà dell’uomo nasce dal lasciare che il vero Dio sia l’unico Signore. E questo permette di accettare la propria fragilità e rifiutare gli idoli del nostro cuore.
Siamo stati guariti proprio dalla debolezza di un uomo che era Dio, dalle sue piaghe. E dalle nostre debolezze possiamo aprirci alla salvezza di Dio.

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