Caro Ministro dell’Istruzione Bussetti, vergognati per le parole offensive rivolte al nostro Sud che non merita un ministro come te

Pubblichiamo un lettera aperta di un insegnante e precisamente di un giovane ricercatore precario che risponde a muso duro alle parole davvero inqualificabili pronunciate dal Ministro Bussetti nel corso di una sua visita istituzionale a Caivano.
“Caro Ministro dell’Istruzione Bussetti,
chi ti scrive è un insegnante e ricercatore precario, uno che tutti i giorni si “impegna forte”, come ti piace dire. Ieri sei venuto ad Afragola, dove nelle ultime settimane sono esplose le bombe della camorra, e non abbiamo sentito una parola su quanto la Scuola sia importante nel contrasto alle mafie, o su come lo Stato debba garantire quel primo articolo della Costituzione che parla di lavoro, principale antidoto alle mafie. In compenso hai detto che non c’è bisogno di “investimenti” – che, ti ricordo, non sono un tuo regalo: si tratta di soldi pubblici che noi cittadini versiamo con le tasse – e c’è invece bisogno, secondo te, che ieri sembravi piuttosto Ministro della Padania, che noi primitivi meridionali ci diamo da fare, lavoriamo duro, facciamo sacrifici.
Caro Ministro, sono decenni che facciamo i sacrifici. Sono decenni che quelli che tu dovresti rappresentare – gli insegnanti, i ricercatori – fanno sacrifici. Facciamo sacrifici perché dopo aver studiato per anni abbiamo davanti ancora anni di precariato, e poi stipendi da fame. Facciamo sacrifici perché per fare punteggio lavoriamo gratis nelle scuole, andiamo al Nord separandoci da famiglie e passioni. Quando finalmente riusciamo ad essere assunti, andare al lavoro è andare in trincea, in scuole fatiscenti, in quartieri che voi volete tenere nel sottosviluppo. Ci rimettiamo la salute e anche i soldi, perché compriamo la carta igienica, compriamo la merenda ai bambini che non se la possono permettere, facciamo ricerca usando tutti gli escamotage possibili. Ci tiene su solo la gioia di vedere i nostri alunni imparare o lo studio produrre risultati.
Non è retorica questa, sono le nostre vite. Non giudico la mia più importante di altre, ma è una vita, e merita rispetto. È la vita di tanti, ti assicuro. Da ragazzo sono andato in scuole dove non avevamo nemmeno il riscaldamento. Bisognava protestare sotto la Provincia per avere quello che da altre parti è normale. Finito l’orario scolastico non c’era niente, nessun progetto, quartieri dormitorio. Mi sono impegnato, mi sono laureato con lode a 22 anni e mezzo, seguendo i corsi con il culo per terra perché non c’erano aule, arrivando tardi perché non c’erano treni, con le biblioteche che chiudevano alle 16 perché non c’era personale, con i libri che mancavano perché non c’erano fondi per comprarli, con le sale computer che erano musei dell’informatica.
Ci sono riuscito perché almeno non dovevo lavorare durante gli studi, perché i miei genitori – altra gente che ha fatto una vita di sacrifici – mi hanno supportato. Se ho imparato qualcosa è stato solo grazie a professori che si impegnavano come me, che avevano passione.
Ho fatto il dottorato in Italia e all’estero, mi sono addottorato con lode che avevo da poco passato i 26 anni. Ma non mi è servito a niente, perché nel frattempo la tua Lega, insieme a Berlusconi, approvava la Riforma Gelmini. Quella che centinaia di migliaia di persone contestarono, e che bloccò per sempre le assunzioni all’Università. Dopo dieci anni i risultati si sono visti: atenei allo sfascio, fuga di ragazzi dal Mezzogiorno, fuga di italiani verso l’estero… E io? Io mi impegno ancora, come tanti altri. Un altro dottorato per poter continuare a fare ricerca, borse di studio, assegni di ricerca, supplenze, lezioni private, traduzioni, qualsiasi lavoretto che mi passa per le mani. Arrivo a stento a 600 euro.
Ma tu queste cose non le sai, perché, diplomato all’ISEF in un’università privata, sei arrivato in alto grazie alle tue conoscenze politiche, al regalo dei 5 Stelle che vi hanno permesso di fare un Governo. Sei parte dell’élite. E ora ci dici di fare i sacrifici. Non sei così diverso dalla Fornero che ci chiamava “choosy”.
Certo, mi dirai che potevo fare anche di più. Come no, si può sempre fare di più… Ma, questo è il punto, un paese che funziona, un paese degno, non è un paese che chiede ai suoi cittadini di essere eroi. Che ci chiede il martirio. Un paese normale è un paese che non crea cittadini di serie a e di serie b, che permette a ognuno di dare un contributo alla vita sociale, di godere di rispetto a prescindere dal guadagno che ha e dalle raccomandazioni che ha.
Caro Ministro, la verità è che i vostri governi hanno distrutto materialmente una generazione, l’hanno spinta a emigrare, macerare nella rabbia, e ora la volete anche colpevolizzare. Ma ti voglio dire una cosa: non vi daremo questa soddisfazione. Non frigneremo, non diremo “riconosceteci”, “valorizzateci”. Perché voi non avete la sensibilità e l’intelligenza per riconoscere nulla. Perché voi non avete un piano per questo paese. Noi invece lotteremo. Racconteremo le nostre storie per trovare altri come noi. E vi cacceremo via di lì. Dacci un po’ di tempo e sapremo esprimere, fra chi di noi è sopravvissuto alla vostra catastrofe, chi è in grado di riscattare questo paese, e soprattutto il Sud.
Ieri tutti hanno sentito le tue parole, molti si sono indignati, un po’ di orgoglio è scattato. È una piccola crepa, certo, puoi stare ancora tranquillo. Ma i palazzi crollano a partire da piccole crepe.
La storia è strana, signor Ministro, non si può mai dare nulla per scontato. Chi ora si sente su un trono finirà nella polvere. Non escludo che potremo incontrarci un giorno. Magari quel giorno a farvi fare i sacrifici saremo noi”.

Salvatore Prinzi

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