CAMORRA A PONTICELLI.LA CRONACA DI LUCIANA ESPOSITO

RASSEGNA STAMPA FONTE NAPOLITAN

LUCIANA ESPOSITO.
IL CORAGGIO DI UNA GIOVANE GIORNALISTA CONTRO I CLAN DELLA CAMORRA DI PONTICELLI.
fare la giornalista a Napoli, soprattutto in provincia, o se preferite, nella periferia metropolitana, non è cosa semplice, anzi è un’impresa difficile, a volte impossibile. In alcune periferie vivere i fatti di camorra diventa una sfida che mette a rischio la propria vita. Minacce, aggressioni, isolamento, sono le armi che i clan usano per bloccare quei pochi giornalisti che hanno il coraggio di raccontare, dal di dentro, quello che è la vita reale dei clan e dei loro sporchi affari. Luciana Esposito è una donna coraggiosa. Non è protetta. Si addentra nei quartieri dove la camorra comanda con il coraggio e la paura di una donna, che ha nella sua testa e nel suo cuore il profondo valore di fare giornalismo, raccontare liberamente a tutti i cittadini gli sporchi affari dei clan. Leggete i suoi articoli. Ne vale la pena. Lei scrive per noi.

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Per tutta l’estate 2017 ho lavorato intorno all’isolato 2 del Rione De Gasperi di Ponticelli, per documentarne il degrado, ma anche l’attività della piazza di spaccio che proprio in quei mesi era tra le più gettonate della periferia orientale di Napoli.

Una processione continua di tossiciche sapevano esattamente a quale porta bussare, di giorno e di notte. Al calar del sole, la mole di anime in cerca in cerca di “sballo” diventava impressionate: migliaia di persone, tutte le sere, giungevano nel rione per drogarsi.

Il “pass” per accedere nel palazzo adibito a “supermercato della droga” mi fu consegnato dalla cognata di Umberto Sermone, il 38enne che spacciava direttamente dal suo appartamento, al secondo piano dell’isolato 2, lo stesso nel quale stava scontando gli arresti domiciliari proprio per spaccio di stupefacenti. Sermone era contrario alla mia presenza in quella sede e, seppure si sia guardato bene dal rivolgermi minacce esplicite e dirette, intimò a diverse famiglie che, invece, riponevano fiducia nel mio lavoro, di guardarsi bene dal contattarmi.

La donna, però, aveva due obiettivi da perseguire e pensò di potersi servire di me e del mio lavoro per perseguirli.

Il primo era far ottenere una casa comunale a suo figlio, Ciro Paganomeccanico “sulla carta”, che con sua moglie e suo figlio vive in uno scantinato ricavato abusivamente nell’isolato 15 e di recente arrestato per rapina, già condannato a due anni per direttissima con sospensione della pena; il secondo, invece, era perorare la causa del cognato spacciatore, facendolo passare per un martire che era“costretto a delinquere” perchè aveva “il problema”, ovvero, è affetto da decenni da problemi di tossicodipendenza.

Fu proprio la cognata del gestore dell’altra piazza di spaccio del palazzo a mettermi in condizione di documentare l’attività di spaccio all’interno dell’appartamento di Anna Calamita, detta Rosaria, la sua vicina di casa, pensando, probabilmente, che questo servisse e bastasse a distogliere l’attenzione dall’”attività” del cognato.

Mi permetteva di entrare in casa sua al mattino, quando il cognato non poteva vedermi, perchè stremato dai frenetici “ritmi di lavoro” che aveva sostenuto per tutta la notte, riposava fino al primo pomeriggio, e quello che vedevo era inequivocabile: il fortino della cocaina dell’isolato 2 si trovava all’interno dell’appartamento della Calamita che proprio in quel periodo, per crearsi un “alibi di ferro”, iniziò a lavorare nell’impresa di pulizia operante nel Centro Commerciale “Le Ginestre” di Volla. Era la parente diretta di Rosaria Calamita che vive nello stesso palazzo e sullo stesso piano, il primo, nonché moglie dell’uomo che si stima essere a capo della business della droga nell’isolato 2, che estraeva la chiave dell’appartamento dalla vicina finestra ed entrava per recuperare la cocaina da vendere la mattina, quando Sermone riposava. Fu la stessa donna, ignara della mia presenza, proprio all’esterno della porta dell’appartamento in cui ero “nascosta” a raccontare a un “cliente” perchè “le guardie” non avrebbero mai trovato la cocaina: “la teniamo nascosta dentro alle bottiglie di profumo… i cani hanno voglia di fare “cap’ e mur’, quando la trovano che sta sopra i mobili!?” Seguivano grasse risate, da parte di chi vendeva la morte e di chi la comprava.

Preoccupata dal fatto che non fossi abbastanza scaltra da comprendere quello che stesse accadendo sotto i miei occhi, la donna rincarava la dose: “è uno schifo, si va avanti così a tutte le ore del giorno e della notte.. per colpa di questa – riferendosi alla Calamita – non stiamo più quieti, è un inferno, la notte non si dorme e ti passa pure la voglia di affacciarti alla finestra, perchè non sia mai vedi qualcosa di sbagliato, hai finito di stare quieta… noi siamo brava gente e io ho paura per i miei figli, quindi mi chiudo dentro e mi faccio gli affari miei.” Non di rado, invece, di pomeriggio, la porta di casa, quella donna la spalancava per annunciare ai pusher l’imminente arrivo delle “guardie”.

Così come, per allontanare ogni dubbio sulla sua fedeltà al “sistema”, poche ore dopo la pubblicazione del primo articolo in cui raccontavo l’attività delle piazze di spaccio dell’isolato 2, anche grazie “al suo contributo”, iniziò ad urlare mentre era sul ballatoio, rivolgendomi minacce piuttosto esplicite: “la chiamo io alla giornalista e la faccio parlare io… glielo faccio dire io chi sono “gli spioni”. Chiaro il suo intento di far ricadere su altri “le colpe” che erano sue, temendo quello che le potesse accadere, se i parenti avessero scoperto il suo “doppio gioco”. Una recita in piena regola, voluta da una donna che mentiva sapendo di mentire.

Il 19 settembre, nel corso di un blitz antidroga, la Polizia di Stato con il supporto delle unità cinofile, coglie con le mani nel sacco Umberto Sermone e Anna Calamita e li arresta.

La donna, dopo poco più di una settimana di detenzione nel carcere femminile di Pozzuoli, ottiene i domiciliari che sconta a casa del fratello nel “nuovo” Rione De Gasperi.

Fin da subito inizia a smanettare sui social, seppure sia vietato – o dovrebbe essere vietato – alle persone detenute ai domiciliari di avere qualsiasi contatto con il mondo esterno.

Il mancato rispetto di questa restrizione dovrebbe comportare il ritorno in carcere. Questo, almeno, è quanto “sulla carta”, prevede la legge.

Così non è stato di certo per la Calamita che si è servita perfino del telefono cellulare per chiamarmi e minacciarmi. Non le è piaciuto quello che ho scritto su di lei e, sprezzante delle limitazioni imposte dalla condizione in cui si trovava, mi ha telefonato – e quasi sicuramente a consegnarle il mio numero è stata proprio la cognata di Sermone – per rivolgermi “una minaccia legale”, così l’ha definita. Ammesso che “mò ti faccio correre appresso a me… io avanti e tu indietro… ti faccio passare un brutto quarto d’ora… per la legge” possa essere ritenuta una frase che non mette a repentaglio la mia incolumità fisica.

Nel corso della telefonata, la donna ha più volte sottolineato che “lei non prosegue, se io non proseguo”.

Durante la giornata di ieri, mercoledì 27 dicembre, le sono stati revocati i domiciliari ed è tornata a vivere nell’appartamento del primo piano dell’Isolato 2 del Rione De Gasperi di Ponticelli, dal quale mancava da quando il cane Kira fiutò gli svariati grammi di cocaina che nascondeva nel reggiseno.

Anche Umberto Sermone è stato scarcerato mercoledì 27 dicembre e sconterà il resto della pena ai domiciliari in un altro appartamento, ritrovandosi nella stessa condizione in cui era prima dell’arresto dello scorso 19 settembre.

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