Alice al teatro Tasso, grande successo nella patria del poeta che cantò l’amore e gli eroismi

Alice. ….(vero nome Carla Bissi,Forlì, 26 settembre 1954). Nell’estate del 1971 a Castrocaro, durante un concorso per Voci Nuove, il destino artistico di una giovane ragazza di appena 17 anni sembra già essere segnato. Quella ragazza si chiama Carla Bissi, viene da Forlì e il suo viso dai lineamenti perfetti, la naturale eleganza dei gesti e una presenza sul palco che irradia pura bellezza ne fanno la perfetta cantante della giovinezza, casta ma comunque abbagliante e seducente.

Quella sera l’interpretazione di “Tanta voglia di te” dei Pooh le vale la vittoria e ai più sembrava di avere assistito alla nascita di una nuova star della canzone italiana. Da allora però, per praticamente tutta la vita, quella donna dai molti nomi (Carla Bissi prima, Alice Visconti poi, infine, per sempre, Alice) tenterà costantamente di allontare da sé quell’immagine plastificata e falsa: la sua sarà una perenne ricerca della propria verità artistica attraverso la sperimentazione in musica, seguendo il precetto di Goethe “Stirb und Werde” (“Muori e divieni”).
Da Carla Bissi ad Alice Visconti

Dopo l’esordio di Castrocaro, Carla Bissi tenta di sfondare nel mondo della musica attraverso dischi e produzioni che tentano, sotto l’ala protettiva della crew dei Pooh, di renderla la nuova voce giovane delle radio italiane. Nei primi anni ’70, dopo una infelice partecipazione al Festival di Sanremo con “Il mio cuore se ne va”, incide un paio di singoli (tra cui “La festa mia” scritta da Franco Califano) e qualche album che però non riscuotono un grande successo. Le produzioni sono troppo paludate e le canzoni che le vengono affidate la non rispecchiano assolutamente. Anche se le firme sono di fatto prestigiose, da Riccardo Fogli a Giorgio Calabrese, Carla non sfonda. Non sfonda neppure durante la sua prima “morte e risurrezione” in chiave artistica, cioè quando, nel 1975, Carla Bissi cambia nome e diventa Alice Visconti. Tanto è vero che Alice Visconti, più raffinata e distaccata rispetto al personaggio adolescenziale e belloccio di Carla Bissi, pubblica il disco “La mia poca grande età”, ma sarà un altro flop.
Dopo neanche cinque anni la carriera della giovane cantante romagnola sembra già arrivata all’epilogo. Ma come spesso accade a chi nasconde dentro di sé una grande forza, dalle ceneri si scorge qualche lapillo fumante che diventerà brace e creerà un’artista più forte, emancipata e moderna: quell’araba fenice, nata dalle ceneri di personaggi stereotipati, sarà Alice.

L’incontro con Battiato e l’avanguardismo pop

L’anno domini è il 1980, ovvero il passaggio temporale cardine nella carriera di Alice. Quell’anno ci sarà il fatidico incontro con Franco Battiato, il cantautore catanese che, abbandonati i folli sperimentalismi del decennio precedente, si affaccia agli anni ’80 con una vena creativa praticamente inesauribile. E da questo flusso Alice (che nel frattempo ha abbandonato il cognome, ormai considerato un inutile orpello) viene letteralmente travolta, come un fiore in mezzo ad una tempesta. Ma più che una tempesta sarà “Il vento caldo dell’estate” a scuotere la sua carriera. Quella canzone, una delle più riuscite di Battiato, diverrà ben presto una delle hit assolute di quell’anno, venendo riprodotta dalle maggiori radio commerciali e trasmessa nelle nascenti televisioni private.
La canzone è una miscela perfetta di avanguardismo e di pop: c’è la carica wave dell’organo che crea l’atmosfera e poi il ritornello (“E il vento caldo dell’estate mi sta portando/ via la fine/ la fine/ la fine”) che grazie alla perfetta voce di Alice è un punto di grandissima forza della canzone. Protagonista del Festivalbar di quell’anno, Alice si farà notare anche per la sua magnetica figura scenica. Il suo momento è arrivato.
Di sodalizio in sodalizio

L’unione artistica con Franco Battiato trova l’anno successivo il più grande loro successo (almeno in Italia). Alice infatti partecipa per la seconda volta al Festival di Sanremo ma questa volta con una canzone che diventerà immediatamente pietra di paragone per chi vorrà imparare a scrivere un perfetto pezzo pop. Si tratta, ovviamente, di “Per Elisa” e il successo sarà impressionante. Le qualità di scrittura della cantautrice si esprimono al massimo mentre l’arrangiamento orchestrato da Battiato, dove il citazionismo classico incontra la new wave, fa di “Per Elisa” una delle colonne sonore del decennio che appena iniziava.

Questa canzone diventerà per Alice una sorta di incubo: “Per quasi 20 anni non ho riproposto questo pezzo. Sentivo come fosse completamente svuotato di senso. Il continuo ripetere e ripetere e ripetere sempre le stesse parole mi faceva stare male, anche a livello fisico. Solo da qualche tempo lo ripropongo nei miei concerti” .

L’omonimo album di quell’anno, “Alice”, registerà numeri di vendita impressionanti. Seppur forse non il migliore album della cantante, “Alice” contiene vere e proprie gemme pop come “A te” o “Non devi avere paura”. Nel 1982 uscirà “Messaggio”, un altro grande successo che farà da traino all’album “Azimut”, l’ultimo del sodalizio Alice-Battiato. In questo lavoro le coordinante sono più o meno le stesse del precedente anche se la volontà di raggiungere un grande pubblico è ancora più accentuata. Missione compiuta: grazie al puro divertissement di “Chanson Egocentrique” (primo pezzo cantato in coppia da Alice e Battiato) e alla solennità di “I Treni di Tozeur”, con cui Alice parteciperà anche all’Eurofestival, si apriranno per l’artista anche le porte del mercato europeo. Inizia così una nuova fase per Alice: si affida a Francesco Messina e Angelo Carrara e si conquista un posto d’onore nell’aristocrazia della musica italiana.

Ma gli anni ’80 propongono sempre nuove suggestioni: la pulsione al viaggio, alla scoperta e alla sperimentazione esplodono nell’ultima parte del decennio, con la stampa di due album-capolavoro: “Park Hotel” e “Il Sole nella pioggia”.
Entrambi i lavori sono caratterizzati da uno sguardo internazionale, sia nella produzione che nei musicisti coinvolti. In “Park Hotel”, album del 1986, parteciperanno alle registrazioni i “pupilli” di Peter Gabriel (l’autore-feticcio di quegli anni per Alice) ovvero Jerry Marotta alla batteria e Tony Levin al basso. Completano poi la super-formazione Michele Fedigrotti alle tastiere e la chitarra di Phil Manzanera dei Roxy Music. Con una formazione del genere l’album può solo che essere grandioso ma viene ulteriormente impreziosito dalla penna di Juri Camisasca, funambolico artista e paroliere umbro, che dona ad Alice “Nomadi”, ad oggi una delle sue canzoni migliori.

“Nomadi” è un capolavoro, una canzone che respira il meglio del decennio e della nascente world-music. In più occasioni Alice ha sottolineato l’importanza di questo pezzo, indicandolo a più riprese come “uno dei miei preferiti in assoluto”. Il momento di grazia poi prosegue tre anni dopo, nel 1989, con “Il Sole nella pioggia”, un album che è considerato il suo migliore da molti fan. Alle registrazioni partecipa un vero e proprio dream-team, se possibile ancora superiore a quello precedente: 2/4 dei Japan, cioè Richard Barbieri e Steve Jensen, la tromba di Paolo Fresu, al flauto Kudsi Erguenen e Peter Hammil dei Van der Graaf Generetor, e Camiscasca sempre in cabina di regia. Un disco che è praticamente perfetto, grazie a pezzi come “Visioni” e “Orléans” che sono ancora oggi riproposti da Alice ai concerti. Anche una canzone, apparentemente minore, come “Anìn a grìs” (il cui testo è stato tratto da un canto tradizionale del Friuli, regione che è diventata la casa della cantante) è un magnifico esempio di etno-world-music.
La ragione di vita

Dopo aver toccato picchi artistici e stilistici, negli anni ’90 e per tutto il 2000 la carriera di Alice sembra attraversare un periodo più modesto: escono un cofanetto, qualche album di inediti e moltissime collaborazioni, ma il grande album non arriva mai. Negli ultimi anni l’artista è tornata a suonare e cantare con Battiato, rinfocolando quella comunione di amorosi sensi che tanta fortuna aveva avuto negli ’80. Una delle cose più belle da lei realizzate in questo periodo, grazie all’opera di selezione e cernita delle canzoni di Francesco Messina, divenuto nel frattempo compagno nella vita di Alice, è la cover di “Tant de Belles Choses”, oscura canzone di Françoise Hardy ma splendidamente interpretata e riarraggianta da Alice nel 2004.

Nonostante gli alti e qualche basso di troppo degli ultimi anni, Alice non si è mai fermata, anche perché non si può fermare. In una recente intervista ha dichiarato: “Prima di essere una musicista o un’artista, se mai possa essere definita in questo modo, sono un essere umano. Non dobbiamo mai dimenticare questo, magari scontato, ma fondamentale particolare”.
Quel processo di continua accumulazione di dati e suggestioni, quell’irrefrenabile curiosità, compostezza e eleganza nei gesti della chanteuse e il vasto spettro artistico che ha attraversato durante la sua carriera contribuiscono a fare di Alice un’artista unica nella storia della musica italiana.

“Quando ho iniziato bisognava essere rispettosi e fedeli alla linea del cantare all’italiano. Ho assistito dall’interno alla più grande rivoluzione del nostro Paese in campo di cultura pop”.

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